1958: The Blob

Regia – Irvin S. Yeaworth Jr.

“How do you get people to protect themselves from something they don’t believe in?”

Diciamolo subito, così ci togliamo il dente e non ci pensiamo più: The Blob è tutto tranne che un bel film: è recitato in maniera tremenda, non ha una sola idea decente di messa in scena, e anche gli effetti speciali erano già cheap e scadenti nel 1958. Ma come molti film culturalmente rilevanti, ha meriti che vanno al di là del suo effettivo valore artistico. A parte aver lanciato la carriera di Steve McQueen, che già di per sé sarebbe un merito da non sottovalutare.
Prima che qualcuno di voi chiami la polizia perché ho definito “culturalmente rilevante” The Blob, cerchiamo di procedere con ordine.
Il film è ambientato in una piccola cittadina della Pennsylvania rurale.Due ragazzi, Jane e Steve, assistono alla caduta di un meteorite in campagna, vanno a investigare e si imbattono in un vecchio agricoltore con una roba gelatinosa attaccata alla mano. Lo portano dal medico del paese e il mostro gommoso si espande, divora il vecchio, il dottore e un’infermiera. Steve è testimone della morte del dottore, corre alla polizia, ma nessuno gli crede e, insieme alla sua ragazza e ai suoi amici, dovrà fare in modo di salvare la sua città e, forse, il mondo intero da un’entità aliena vorace e impossibile da uccidere.

The Blob era una piccola produzione indipendente di serie B, destinata al circuito dei Drive-in e proiettata come secondo spettacolo dopo Ho Sposato un Mostro Venuto dallo Spazio. Passa qualche settimana e questo minuscolo film diventa la principale attrazione, spodestando l’infinitamente superiore opera con Tom Tryon. Finisce per incassare 4 milioni di dollari a fronte di un budget di 100.000 e si ritaglia un posto importante nella storia del cinema, diventando un cult. Come se non bastasse, la canzoncina scritta da Bacharach per i titoli di testa, Beware of the Blob, diventa una hit, cosa abbastanza normale, dato che sono tre giorni che non riesco a schiodarmela dalla testa. E ogni santa volta che rivedo il film me ne vado in giro canticchiando “it creeps and leaps and glides and slides across the floor”. Ma questa è un’altra storia.
Quello che ci dobbiamo chiedere è il perché di questo successo assolutamente inaspettato. Pensate che pagarono McQueen, al suo debutto sul grande schermo, una miseria, ma gli promisero una percentuale sugli incassi, essendo gli stessi produttori sicuri che il film non avrebbe fatto una lira.

Dobbiamo tenere presente, se vogliamo analizzare le ragioni per cui un film di zero pretese è stato così amato dal pubblico della sua epoca, il contesto storico in cui è stato realizzato: nel 1955 era uscito Gioventù Bruciata, a cui The Blob fa addirittura il verso in un paio di scene (la gara in macchina a retromarcia, per esempio) e il cinema americano stava cominciando a capire che il pubblico di adolescenti era una miniera d’oro. Da un lato, c’era tutto un filone di pellicole che guardavano ai giovani con sospetto e preoccupazione; dall’altro, i ragazzini stavano per diventare i protagonisti assoluti della scena, soprattutto dell’horror di serie B e della fantascienza: I Was a Teenage Werewolf e I Was a Teenage Frankenstein sono di appena un anno prima rispetto a The Blob e si pongono esattamente a metà tra il panico che suscitavano negli adulti quegli strani alieni chiamati adolescenti e la consapevolezza che ci si poteva lucrare sopra, perché erano loro ad affollare le sale cinematografiche. E volevano essere rappresentati, volevano rivedersi sullo schermo, volevano essere protagonisti.

The Blob racconta la storia di un gruppo di ragazzi (McQueen aveva 28 anni, ma interpreta un diciassettenne) che tenta disperatamente di comunicare qualcosa di importante agli adulti e a cui non viene dato un minimo di credito, almeno fino a quando il mostro gelatinoso non attacca un cinema, fa una strage e, verso la fine, ingloba un edificio intero. Situazione in cui, al netto della minaccia aliena, qualunque adolescente poteva identificarsi con facilità. Pensate a un romanzo come IT, scritto quasi trent’anni dopo, ma ambientato (non credo casualmente) lo stesso anno dell’uscita di The Blob, che presenta uno schema pressoché identico: adulti indifferenti, quando non ostili, e ragazzini obbligati a sbrigarsela da soli perché tanto nessuno li ascolta e nessuno li prende sul serio. Ma senza arrivare a IT, che ha ben altre ambizioni, quello di The Blob è il canovaccio tipico dell’horror e della fantascienza adolescenziali da qui all’eternità.

Ma c’è dell’altro, perché in The Blob, dopo un’infinità di tentativi andati a vuoto, di dialoghi sterili con poliziotti ottusi, di snervanti opere di convincimento di genitori sordi e ciechi, il mondo adulto finalmente presta orecchio ai ragazzi e si riesce a trovare una soluzione tutti insieme, salvaguardando l’armonia della piccola città di provincia e spedendo il mostro nell’Artico, sconfitto almeno “fino a quando l’Artico resterà gelato” (che è una chiosa inquietante, ascoltata oggi, non credete?).
Quindi sì, The Blob è un’opera di una certa rilevanza culturale, proprio perché in fin del conti cerca una pacificazione sociale e generazionale nell’affrontare la comune minaccia venuta dallo spazio, questa strana creatura indistruttibile che divora vivo ogni organismo con cui entra in contatto. Curiosamente, il nemico “esterno” del film del 1958, diventerà “interno” nel suo remake ad alto tasso di gore del 1988, dove il blob non è più il contenuto di un meteorite, ma il risultato di un esperimento militare tutto americano.

Il remake può quindi essere ascrivibile al fanta-horror “politico” molto più del suo predecessore, che evita le metafore tipiche della sci-fi anni ’50 (alla Ultracorpi, per capirci) e la butta sul goffo disimpegno. Eppure, nel suo essere mero intrattenimento da circuito di mezzanotte, The Blob è inconsapevolmente più politico di tanti suoi colleghi. Abbandona in un angolo le problematiche della guerra fredda, i terrori del cinema atomico e tutto l’armamentario della fantascienza del periodo e parla in maniera diretta e semplicissima al suo pubblico: giovani inquieti, che vogliono essere ascoltati, che hanno paura dell’indifferenza del mondo adulto nei loro confronti, tanto quanto il mondo adulto ha paura di loro e che tuttavia sono soprattutto buoni, innocui, innocenti, anche eroici. E qui ci sarebbe da dire quanto questa formula ha influito su narrazioni fortunatissime come quelle che fanno capo a film come I Goonies. Ma d’altronde, la generazione che ha redatto l’immaginario degli anni ’80 è quella cresciuta con il cinema fantastico degli anni ’50, e tutto ha una sua logica, tutto torna nei corsi e ricorsi di un cinema considerato da sempre inferiore, e che nonostante resiste come documento fondamentale di una mentalità, come ritratto di un’epoca e delle sue inquietudini. Anche quando è inconsapevole, soprattutto quando è inconsapevole.

Il 1968, lo sapete tutti, è l’anno de La Notte dei Morti Viventi, ma credo che inserirlo nel sondaggio sia pretestuoso. Ci sono troppe analisi e troppe cose interessanti scritte a proposito dell’esordio di Romero (George, ci manchi tanto) e quindi cerchiamo di chiamare in causa film meno noti.
Partiamo quindi con Twisted Nerve diretto da Roy Boulting, che è un bel pezzo di cinema britannico come piace a noi; andiamo avanti con Terence Fisher (che me lo avete sempre snobbato) e il suo The Devil Rides Out e chiudiamo con (Dio mi perdoni) addirittura Bergman e L’Ora del Lupo.

7 commenti

  1. dinogargano · ·

    Ciao Lucia , bel post , al solito .
    Mai piaciuto molto , anche perché lo vidi giù grandino , fine anni ’70 e dopo aver visto Alien a quell’età un film così non ti dice molto , dopo lo rivaluti sicuramente … però ha meriti indubbi che hai giustamente fatto notare , Steve spacca lo schermo , anche se avesse interpretato un paracarro lo si sarebbe notato comunque …
    Ho votato per Bergman perché è Bergman ( e il film è molto bello di suo ) .

    1. Steve è così carismatico che lo guarderesti per ore, anche quando fa il ruolo del classico diciassettenne americano di provincia, con dieci anni di più sul groppone 😀

  2. Burt Bacharach sarebbe riuscito a rendere orecchiabile persino la pubblicià di un detersivo.

    1. Verissimo. Questa canzoncina ti si appiccica al cervello e te lo divora.

  3. Penso sia la prima recensione davvero obbiettiva di The Blob che abbia letto, complimenti come sempre per come riesci ad analizzare i film.

    il mio voto va a The Devils Rides Out

  4. Giuseppe · ·

    Assolutamente vero: Blob non lo si può definire un “bel” film (il confronto con “Ho sposato un mostro venuto dallo spazio” o anche “L’Esperimento del dottor K” è impietoso, oltre che improponibile), ma la tua recensione fa capire bene perché abbia comunque diritto di avere un posto nella cineteca di ogni appassionato che si rispetti. Un giorno o l’altro, poi, dovrò finalmente decidermi a guardare anche il suo semiserio seguito girato da Larry Hagman nel ’72…

    E adesso vado a dare il mio sostegno a Terence Fisher 😉

    1. Infatti in quell’anno la sci-fi ha messo a segno un paio di colpi da maestro.
      Povere Terence Fisher, non è mai stato preso in considerazione!

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