Cinema degli Abissi: The Dark Below

 Regia – Douglas Schulze (2015)

Ero alla ricerca di questo film da due anni, da quando mi capitò di vedere la locandina e di avere una vaga idea della trama. Poi era sparito dalla circolazione, pare abbia avuto grossi problemi distributivi e, alla fine del 2017, eccolo rispuntare nel momento più adatto: le gelide vacanze natalizie. Già, perché The Dark Below si svolge per quasi tutta la sua durata sotto un lago ghiacciato e, velo assicuro, fa freddo solo a guardare i suoi primi cinque minuti.
Il regista lo ha definito un “thriller sperimentale”. Il motivo di questa definizione così peculiare per quello che sembra solo uno dei tanti survival a basso costo, risiede nel fatto che si tratta di un film muto. O meglio, di un film in cui vengono pronunciate tre parole all’inizio (“This is a cold cruel world”) e poi più niente, solo musica ed effetti sonori.
A parte l’ambientazione subacquea che, come sapete, è sempre fonte di attrazione irresistibile per la sottoscritta, il dettaglio della mancanza di dialoghi è la ragione principale per cui ho smaniato così tanto per vederlo.

The Dark Below comincia con un uomo che aggredisce, narcotizza e rapisce una donna da casa sua; la trasporta poi fino a un lago ghiacciato, le fa indossare una muta (neanche stagna, lo stronone), le mette addosso una bombola semivuota, una maschera, un paio di pinne e la spinge in acqua. Non sappiamo nulla dei due personaggi e l’assenza di parole ci fa capire ancora meno. La donna sa usare l’attrezzatura necessaria alla sua sopravvivenza, quindi intuiamo che sia una sub professionista e la stessa cosa possiamo dire del suo aggressore. Ma le informazioni a nostra disposizione si fermano lì.
L’uomo copre il buco attraverso cui ha gettato nel lago la sua vittima e si allontana, mentre lei affonda.

Quella al centro del film è una situazione talmente avara di sviluppi narrativi che al massimo sarebbe buona per un corto. E infatti The Dark Below dura appena settantacinque minuti, titoli di coda compresi, e già così ha delle lungaggini e dei tempi morti; aggiungete un uso del ralenty quasi onnipresente e avrete un quadro abbastanza chiaro dei problemi del film: lo spunto è troppo povero e non ha sbocchi. Quanto può resistere una persona a quelle temperature immersa nell’acqua prima di morire? Pochissimo. E quindi si dilatano a dismisura i gesti per dare un po’ di respiro alla vicenda, e si aggiungono i flashback che servono a spiegare cosa è successo e perché la protagonista sia finita lì, ma senza dialoghi, anche lì, non si ha poi tutta questa libertà di movimento.

Il miracolo è che, nonostante tutto, The Dark Below funziona, e non solo come mero esperimento comunque interessante (ne parleremo a breve), ma come meccanismo di pura tensione, perché mentre il passato si dipana e si intreccia al presente in una bolla d’aria sotto la lastra di ghiaccio, si accumula una discreta quantità di ansia, la claustrofobia si fa insopportabile e il freddo diventa quasi una sensazione fisica che passa attraverso lo schermo. In questo, l’assenza di parole è molto più efficace di qualunque dialogo, perché accresce l’isolamento e anche i flashback muti contribuiscono a far sprofondare la protagonista, e noi con lei, in un silenzio minaccioso che è tipico delle immersioni, con i suoni filtrati dall’acqua e un rombo costante nelle orecchie che sostituisce la nostra normale percezione.

In realtà, The Dark Below si pone una domanda tecnica molto interessante: siamo ancora in grado di seguire una storia senza l’ausilio delle parole? Le immagini sono sufficienti a farci capire tutto? Siamo così abituati a didascalie esplicative, dialoghi che ci spieghino per filo e per segno tutto quello che stiamo vedendo, da sentirci smarriti quando il loro sostegno viene a mancare?
Da questo punto di vista, lo sforzo per realizzare il film è stato encomiabile: è tutto chiarissimo, per quanto molto semplice, e non c’è un solo momento in cui si senta la mancanza del parlato.
Poi starà a voi stabilire se la storia è coerente o è solo un pretesto per dar vita a un esperimento, se si tratta di una semplice trama di servizio per permettere al regista di giocare con la musica e gli effetti o se c’è della sostanza, in questo film così particolare.

È ovvio che la scelta piuttosto radicale di Schulze (e del suo collaboratore, sceneggiatore e montatore D’Ambrosio) porta inevitabilmente a un film dal taglio minimale, con poco spazio per arricchire i personaggi con delle motivazioni e anche con una loro caratterizzazione scarsa. In compenso, si riesce quasi a entrare nella mente di una donna a cui restano pochi minuti di vita e che combatte per sopravvivere in una delle condizioni più estreme in cui un essere umano si possa trovare, tanto che alla fine i flashback risultano una sorta di fastidio, come se fossero un pedaggio da pagare mentre noi vogliamo solo stare con lei e vedere quale trucco escogiterà per rubare ancora qualche istante alla morte. Come succede in moltissimi survival ben orchestrati, il fulcro del film è questa lotta silenziosa e disperata tra la protagonista e il gelo, l’acqua, la mancanza d’aria e il killer che la aspetta in superficie.

Il fatto che non ci siano dialoghi non toglie, ma aggiunge qualcosa all’esperienza, soprattutto grazie all’uso del sonoro (niente parole non significa niente rumori), un po’ meno grazie alla musica, estremamente azzeccata in alcuni momenti, troppo carica di enfasi e invadente in altri. Ecco, un altro problema del film è che la musica non si ferma mai. Da un lato, trovandoci in territori di cinema sperimentale, è anche normale: la colonna sonora è stata composta per accompagnare ogni istante del film e per fare da contraltare ai suoni, che invece fanno davvero paura, soprattutto i respiri, le urla soffocate dall’erogatore, i colpi dei pugni sulla lastra di ghiaccio che separa la protagonista dalla salvezza. Tutti sono amplificati, in qualche modo distorti, contribuendo a creare un’atmosfera allucinante di panico puro.
Ottima l’idea, forse un po’ al di sotto delle aspettative la realizzazione. E tuttavia vale la pena di recuperarlo, The Dark Below, sempre che ci riusciate perché è un’impresa che sfiora l’impossibile, se non altro per vedere una cosa diversa dal solito, con un impegno creativo indiscutibile e per godersi un cinema che, una volta tanto, fa a meno delle parole.

7 commenti

  1. come te, aspettavo questo film con immensa curiosità da un bel po’. non sapevo nemmeno che fosse uscito, avevo quasi perso le speranze! ora l’unico problema è riuscire a trovarlo: ho cercato un po’ in giro ma per ora non ho avuto fortuna. peccato perchè, a prescindere dai limiti che inevitabilmente attendono al varco un prodotto così particolare, la tua recensione mi ha fatto venire ancora più voglia di vederlo. ma non mi do’ per vinta! 😀

    1. Io sono riuscita a trovarlo cercando ovunque e rischiando di fottermi il pc per sempre 😀 In streaming, perché del torrent neanche a parlarne e tutti quelli che si trovano sono fake 😀
      Buona caccia!

      1. Buono a sapersi, così evito di scaricare roba che già a pelle mi sembrava di qualità alquanto dubbia (e che va quindi ad aggiungersi agli altri fake caricati sul tubo) 😉 Continuerò comunque a cercarlo -lo streaming mi attira poco, a meno di non esserci proprio costretto- perché mi sembra che con il suo gelido (in tutti i sensi) sperimentalismo ne valga la pena…

  2. Moooolto interessante! Queste situazioni claustrofobiche mi fanno sempre venire un sacco di ansia. Mi chiedo che ruolo possa avere Veronica Cartwright qui 🤔

    1. Ha un ruolo molto piccolo e, ovviamente, muto 😀
      Però la sua presenza si sente!

  3. L’ho trovato. Cosa dire, per me è più no che sì, anche se si lascia guardare. Esperimento per esperimento, sarebbe stato interessante un lavoro sui rumori d’ambiente, anche nei flashback, e niente musica. Ti chiedo, il suono in presa diretta su un film del genere è molto complicato? Il cattivo poi mi è sembrato particolarmente incolore. Le sequenze sott’acqua però sono rese bene, e lei riempie lo schermo.

    1. Credo che abbiano girato direttamente senza sonoro, aggiungendo tutto il resto in post-produzione. Forse qualche scena non a ralenty ha dei rumori d’ambiente in presa diretta, ma credo che non abbiano registrato mentre giravano quasi niente.
      Sugli effetti sonori sono d’accordo con te: ci fosse stata meno musica, meno invadente, e più effetti, la cosa sarebbe stata molto più suggestiva.

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