2007: À l’intérieur

 Regia – Alexandre Bustillo, Julien Maury

Uccidimi, Sarah: tanto lo hai già fatto

Non so se ve la ricordate, l’ubriacatura francese degli ultimi tre o quattro anni del decennio scorso. Fu un periodo, intenso ma troppo breve, in cui l’horror, quello bello, era principalmente europeo e, tra gli horror belli, quelli più estremi arrivavano dritti dalla Francia. Abbiamo discusso tante volte qui della nascita e della prematura morte di questa ondata di registi incazzati neri che sono corsi quasi subito a farsi normalizzare negli Stati Uniti. Ed è ironico che l’unico tra loro ad aver mantenuto qualche promessa sia quello su cui avevo puntato di meno, ovvero Xavier Gens. Ma non ha poi una così grande importanza che molti di loro siano stati capaci di tirare fuori un solo grande film e poi più nulla, perché sono i film quelli che restano nella memoria e il trittico infernale formato da À l’intérieur, Martyrs e Frontière(s) è rimasto inciso nella memoria di quanti, a quell’epoca, erano presenti e hanno vissuto un momento irripetibile nella storia del cinema horror.
E comunque, io ci spero sempre che Bustillo, Maury, Gens e (più di tutti) Laugier se ne escano, prima o poi, con un’altra opera selvaggia. Ci spero persino con Alexandre Aja, che di tutta questa gente è un po’ il fratello maggiore, e ogni volta che uscirà un qualcosa diretto da uno di loro, correrò a vederla, perché all’amore non si può resistere e l’amore che ho provato per questi ragazzacci francesi è stato immenso.

Se Martyrs è oggettivamente l’opera migliore e Frontière(s) quella più ricca e patinata, la palma di film più brutale spetta di sicuro a À l’intérieur: quando lo si vede la prima volta, si passa un’ora e venti a pensare che non sia possibile spingersi ancora oltre e, puntualmente, Bustillo e Maury lo fanno. À l’intérieur è un film oltraggioso e osceno, che si compiace di esserlo e non chiede scusa a nessuno; esiste solo in funzione della pura macelleria messa in campo e, allo stesso tempo, è d’autore in maniera radicale, destinato davvero a un pubblico ristrettissimo, perché a consigliarlo a chiunque non sia pronto a sottoporsi a un’esperienza simile, sarebbe una follia. Non è tanto la quantità di gore presente, a partire più o meno da un quarto d’ora del minutaggio, in ogni fotogramma, quanto l’intensità con cui la violenza e le secchiate di sangue vengono elargite allo spettatore, a getto continuo, giocando sempre a rialzo, in un crescendo di atrocità mai visto prima e mai raggiunto dopo.

Chiariamo, prima che arrivi qualcuno a snocciolare titoli più estremi e violenti di questo, o a citare la celeberrima scena di Antropophagus cui À l’intérieur rende omaggio nel finale: sono esistiti, esistono ed esisteranno film con un ammontare di sangue finto maggiore o con modalità più esplosive di smembrare un corpo umano, non è questo che rende À l’intérieur un film unico al mondo. Come dicevamo prima, è un fatto di intensità, di non dare tregua allo spettatore, di obbligarlo a vedere tutto, nei minimi dettagli e senza mai un briciolo di distacco ironico, mai un momento in cui gli viene permesso di uscire dal film e rilassarsi. À l’intérieur è un bombardamento, se ne esce pesti come se ti avessero picchiato, guardarlo è estenuante e faticoso, anche quando lo hai già visto, perché finisci sempre per invocare una pietà che non arriva mai.

Ed è anche un film poverissimo, che si svolge tutto in un appartamento, con due sole attrici più tre o quattro personaggi di contorno che entrano in campo il tempo necessario a morire malissimo; ha una sceneggiatura che, con ogni probabilità, è stata scritta su un fazzoletto di carta usato e andato poi smarrito durante le riprese, neanche si disturba a raccontarti una storia, ma solo a mettere in scena una situazione e a portarla alle sue più estreme conseguenze: donna sola, incinta al nono mese, si trova a dover lottare per la propria vita, e per quella del bambino che deve nascere, contro un’intrusa che vuole aprirle la pancia e portarglielo via.
È un home invasion, ma è anche un film d’assedio, in quanto la protagonista, Sarah (Alysson Paradis) si barrica in bagno e resiste ai continui tentativi della sua antagonista, donna senza nome (nei titoli di coda è semplicemente La Femme) apparsa dalle tenebre come una strega delle fiabe e praticamente invincibile, di sfondare la porta e ucciderla. A interpretarla troviamo Beatrice Dalle e non so se questa sia l’interpretazione migliore della sua carriera, ma è di sicuro la più viscerale e fisica, un incubo fatto carne,  la rappresentazione più pura e limpida del dolore e della vendetta.

À l’intérieur è un esordio a basso costo ultra-gore, ma non è un film amatoriale. Bustillo e Maury, per quanto inesperti e con un film in mano basato quasi interamente sull’esposizione prolungata del dettaglio esplicito, un film quasi pornografico, quindi, non si limitano a piazzare la macchina da presa dove capita e dove la ferita, lo squarcio sulla pelle, la testa esplosa di turno è più visibile. No, figuriamoci, se così fosse non staremmo qui a parlare di un’opera che ha fatto epoca, ma di un filmetto amatoriale con frattaglie come ce ne sono tanti. I due francesi avevano (e hanno ancora) uno stile formidabile, la capacità di mettere in scena anche la cosa più orribile e triviale col gusto raffinato del cinema d’autore. Le idee presenti nel film sono tutte di carattere puramente visivo: il sangue che comincia a imbrattare le pareti e i pavimenti, riducendo l’appartamento signorile di Sarah a un campo di battaglia, l’intimità di una casa, il posto dove ci sentiamo più al sicuro, violata dalla sporcizia dei fluidi organici riversati a fiotti sui muri, sulle piastrelle, un luogo fatto a pezzi come i corpi delle vittime de La Femme, sempre più sporco, sempre più marcio, sempre più decomposto.

À l’intérieur: dentro, all’interno. Un dentro che può essere quello dietro cui ci chiudiamo quando torniamo nelle nostre case la sera, lasciando all’esterno morte e violenza, o il ventre materno, altro campo di battaglia speculare all’appartamento dove la vicenda si svolge. Entrambi ambienti ovattati, che escludono, proteggono, limitano e che invece vengono aperti e scardinati, a indicare che non esiste un solo luogo sacro sulla faccia della terra, che l’orrore, se ha deciso di trovarti, può raggiungerti ovunque tu abbia scelto di nasconderti.
È questo che fa davvero paura in À l’intérieur, la consapevolezza della fragilità delle mura che ci circondano, siano esse di carne o di cemento, e di conseguenza, la fragilità del nostro corpo, che può essere squarciato, tagliato, ferito in un milione di modi, fino all’annientamento.
E non so quanto sia casuale e quanto sia voluto che, nell’horror francese, a partire da Alta Tensione in poi, questi corpi violati in ogni maniera possibile, siano sempre corpi femminili. Che tuttavia non sono corpi destinati a soccombere muti, ma lottano, si difendono, contrattaccano, arrivano allo stremo e ancora combattono. L’immagine di una figura femminile coperta di sangue che continua ad avanzare è diventata in un certo senso classica dello splatter francese del decennio scorso, fino a quando Laugier non ha raggiunto l’astrazione definitiva del martirio. Ma che fosse lì che si andava a parare, era un qualcosa di già presente nell’esordio di Bustillo e Maury.
Il mucchio selvaggio di film estremi provenienti dalla Francia aspirava in realtà a degli abissi di profondità che altre correnti cinematografiche non hanno mai neanche sfiorato. E se oggi al centro dell’horror mondiale, non solo europeo e non solo francese, abbiamo dei personaggi femminili che hanno superato del tutto lo stereotipo americano della final girl e della scream queen, lo dobbiamo a questi esperimenti nel radicalismo gore effettuati da un gruppo di giovani arrabbiati, tornati troppo presto nei ranghi di un cinema normale e innocuo (vedi il Leatherface di Bustillo e Maury uscito pochi mesi fa).
Ma un segno, anzi, uno squarcio, lo hanno lasciato. E, dopo À l’intérieur, dopo Martyrs, dopo Frontière(s), l’horror non sarebbe più stato lo stesso.

Per il 1928, ci sono due soli film tra cui scegliere. La faccio quindi più breve possibile: L’uomo che Ride, di Paul Leni e The Terror, di Roy del Ruth.

 

 

9 commenti

  1. Cazzo o_0 ho voglia di vederlo. Con Martyrs sono stato malissimo all’epoca (sono riuscito a vederlo solo due volte), con questo voglio mettermi alla prova.

    1. Martyrs io lo rivedo una volta l’anno perché è terapeutico 😀
      Questo, giuro, erano dieci anni che non lo rivedevo e mi ha preso a mazzate

  2. Mi recupero l’Interieur.

    Il mio voto va a L’Uomo che Ride, credo sarà assolutamente una votazione bulgara nel vederti recensire questo film

    1. Ho quasi paura di scrivere qualcosa a proposito de L’Uomo che Ride.

      1. Sei assolutamente in grado fidati ^^

  3. Giuseppe · ·

    Giovani francesi incazzati neri che, molto probabilmente, continuando sulla loro strada avrebbero potuto fare una seria concorrenza a quegli U.S.A che invece li hanno poi “fagocitati” quasi tutti con una certa velocità, così, come a scongiurare il pericolo (anche se quello che hanno fatto rimane eccome, è vero). Per riavere qualcosa a livello di “A l’interieur” e il resto del trittico bisognerebbe far sì che tornassero a incazzarsi di nuovo, e in questo non credo che i dollari aiutino molto (“Leatherface” docet 😦 ) …
    Per il voto, ho deciso anch’io che stavolta si Ride 😉

    1. Ho invece molto fiducia in La Pelle Fredda, prossimo film di Gens: chi lo ha visto al festival di Trieste è rimasto impressionato e io sto leggendo il romanzo, ed è una meraviglia.

      1. Giuseppe · ·

        Ti dirò: La Pelle Fredda lo sto aspettando con una certa impazienza pure io 😉

  4. Bl4ze87 · ·

    Prima di tutto complimenti per il blog, sono un lurker di professione, quindi non commento mai xD
    Leggendo però questo articolo, oltre al fatto che ho amato il film, mi è venuto in mente anche un’altro ottimo film, di qualche anno precedente, sempre francese : Haute tension
    Corro a riguardarlo!

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