Madre!

 Regia – Darren Aronofsky (2017)

Il bello di arrivare in ritardo a parlare di un film è che il polverone si è già posato, non c’è più fretta di dare il parere più figo e controcorrente dell’internet tutto e si può sperare di avere una serenità d’analisi maggiore, soprattutto dettata da una considerazione molto ovvia: quello su cui noi ci accapigliamo per mesi, è praticamente sconosciuto alla stragrande maggioranza delle persone, che al massimo vanno al cinema a vedere Natale ad Asgard della Marvel e una cosa come Madre! la schifano anche da lontano. Non è colpa del film e non è neanche colpa del pubblico. Semmai è responsabilità di un diffuso anti intellettualismo, molto forte in ogni settore, che ha portato a una divisione nettissima, un abisso vero e proprio tra il cinema cosiddetto d’autore e quello più popolare.
In pratica, ci hanno convinto che il cinema sia lì per compiacerci e per non tradire mai le nostre aspettative, per non sorprenderci mai, per non farci abbassare la guardia, per tranquillizzarci con delle formule che conosciamo a menadito nel momento in cui posiamo i nostri sederi sulla poltrona della sala. E se qualcosa ha l’enorme sventura di smuovere in noi una reazione di qualunque tipo, lo percepiamo come un corpo estraneo e lo rigettiamo.

Peccato che il cinema d’autore non esista per compiacere né me né voi né nessun altro; al contrario esiste proprio per suscitare i noi delle reazioni forti, non solo istintive o emotive, ma anche di natura più cerebrale; esiste per pungolarci, per far sorgere in noi la voglia di capire, di approfondire; a volte, noi che guardiamo non siamo neppure presi in considerazione, e il film è soltanto la messa in immagini in movimento di una visione personale. E non c’è niente di male in questo, nell’accettare, anche se fa figo chiedere a gran voce più robottoni e meno pippe, che il cinema possa anche essere una forma d’arte, che possa anche essere ostico, spigoloso, perché no, sgradevole.
Partendo dal presupposto che il cinema, anche preso come forma d’arte, è quella più frutto di compromesso rispetto a tutte le altre, perché discende dal lavoro di decine, quando non di centinaia, di persone, il film d’autore fa pendere la bilancia del compromesso verso la realizzazione di ciò che vuole, appunto, il suo autore. Più il compromesso è invece rivolto a soddisfare gli obiettivi dei responsabili del marketing di questo o quello studio, più si entra in un altro tipo di cinema. Non è un giudizio di valore, ci deve essere spazio per tutti. Solo che un tempo le sfumature tra questi due estremi erano nell’ordine di migliaia, oggi si sono ridotte in una misura che non mi vergogno di definire tragica. E così è passata la leggenda che un film con una forte visione personale sia una rottura di palle per un gruppo di noiosi intellettuali che odiano divertirsi, e c’è una strana forma di snobismo al contrario, irritante come noi mai, per cui se fai tanto di difendere un’opera un minimo complessa, sei subito un guastafeste.
Non è una guerra, porca miseria, nessuno ve li toglie, i vostri cazzo di supereroi, ma smettetela di ridicolizzare chi cerca di fare anche altre cose.

Mother! è un film d’autore, a suo modo estremo, ma non astruso o incomprensibile come molti hanno detto. Dato che poi la spiegazione l’ha fornita il suo stesso regista e sceneggiatore, non sento neppure la necessità di lanciarmi in interpretazioni varie e prendo per buona quella di Aronofsky, per quanto non richiesta. Può non essere di vostro gradimento la messa in scena, potete trovare scontata la metafora biblica (in parte lo è pure), potete rifiutare in toto le conclusioni a cui arriva, come potete anche rimanere scandalizzati dal finale o trovare la seconda parte dell’opera sconclusionata, e in tutti i casi avreste ragione, perché il modo in cui si percepisce un film è soggettivo, ed è influenzato anche dallo stato d’animo del momento.
Quello che, secondo me, non avete il diritto di fare è affermare che il film sia soltanto il delirio narcisistico di un tizio che si crede artista, perché è sbagliato proprio da un punto di vista critico e fraintende l’essenza stessa di cinema d’autore, quella di non essere fatto per far piacere a voi. O a me. O a chiunque altro.

Girare un film è sempre una scommessa: a volte (come nel caso della Marvel) si scommette minimizzando i rischi, ma c’è una componente di azzardo anche nel blockbuster più biecamente studiato a tavolino, altrimenti la Warner non starebbe ancora leccandosi le ferite per la Justice League.
Un’opera come Mother! ha un fattore di rischio elevatissimo, perché il pubblico fa una certa fatica a identificare come film d’autore (e quindi stramboide per definizione) quello che vede la presenza come protagonista di una star hollywoodiana del calibro di Jennifer Lawrence, legata a ben altri tipi di prodotti, e non solo a roba come Hunger Games, ma ai filmettini mediocri di David O. Russel che l’hanno addirittura portata a vincere un Oscar: film da cui si esce esattamente come si entrati, il peggior insulto possibile per un’opera d’arte.
Facile che molti siano caduti nell’equivoco di andare a vedere un altro film innocuo e si siano invece ritrovati ad assistere a due ore di incubo a occhi aperti, quegli incubi che si fanno con la febbre alta, quando il muro che divide realtà e allucinazione diventa molto sottile.

Madre! è un film che si offre nudo e senza alcuna difesa ai suoi spettatori, un film privo di freni inibitori, un film che non si trattiene mai e si espone anche al rischio del ridicolo. Per questo, e non per le sequenze finali dove esplode la violenza, il pubblico si è indignato o ha fischiato o ha reagito ridendo, perché viviamo in un’epoca che solo apparentemente è libera e disinibita, ma in realtà siamo anche più compassati e rigidi di un barbagianni vittoriano, specialmente di fronte all’arte. Quando un film ci richiede un coinvolgimento che non sia solo epidermico ma ci domanda di lasciarci andare, in un certo senso, di subirlo e di mostrarci anche noi senza protezione al suo cospetto, qualcosa in noi si rifiuta di farlo e scattano la rabbia e il dileggio. Diamo la colpa a un film di un problema nostro.

Madre! è un film da vedere con una disposizione di totale apertura nei suoi confronti. Dovete essere indifesi come lui, e allora forse lo apprezzerete o, pur non apprezzandolo, finirete comunque per dargli il rispetto che merita. Se ci tenete alla mia opinione, ho addirittura preferito la seconda parte alla prima, quel momento in cui il film, per usare un termine raffinato, sbrocca completamente e cambia pelle. Aronofsky, che fino a quel momento aveva messo in scena una dramma allegorico anche troppo contenuto, imprime una svolta così radicale al film da lasciare interdetti. Eppure, anche nell’esplosione di urla scomposte, immagini truci, brutalità, c’è una coerenza sorprendente, interna al film e a tutta la carriera di un regista che ha fatto del paesaggio da incubo il suo marchio di fabbrica, anche quando raccontava storie all’apparenza di stringente realismo.

Assistere alle peregrinazioni di una sempre più sbigottita e traumatizzata Lawrence all’interno di una casa priva di punti di riferimento, che si modifica e si plasma come fosse un labirinto di carne e sangue, è un’esperienza cinematografica che è oggi è difficile vivere. E Aronofsky è uno che la garantisce sempre, anche quando sbaglia o fa qualcosa che non gli appartiene del tutto. Si tratta sempre di incollare la macchina da presa sulla nuca di un personaggio, girargli intorno e martirizzarlo fino a gettarlo in un tritacarne. Al di là delle metafore religiose, ecologiste o dell’analisi spietata del processo creativo, capace di distruggere e costruire, si tratta sempre di entrare con un personaggio a un tale livello di intimità che il suo dolore diventa il nostro, anche se non lo capiamo, forse soprattutto se non lo capiamo.
Lo si può criticare in ogni modo possibile, ma da Mother! si esce cambiati. Non è un film che ti passa accanto come un soffio e il giorno dopo lo hai già dimenticato per dedicarti al prossimo trailer, al prossimo blockbuster, al prossimo baraccone multimilionario da consumare e da scordare un istante dopo la fine dei titoli di coda, scena post credit inclusa. È un film che resta avvinghiato al tuo cervello, anche se non ti è piaciuto. E questo è il compito del cinema d’autore, che voi lo gradiate o no.

13 commenti

  1. Sottoscrivo in pieno la tua interessante introduzione sul cinema d’autore… parole sante!☺👍

    1. Grazie! Se non si supera questa divisione pretestuosa io la vedo davvero brutta per il cinema in futuro…

  2. A me è piaciuta ENORMEMENTE di più la seconda parte della prima. La seconda parte mi ha proprio fatto male. Mi ha presa e sbattuta al muro con una tale violenza che è stato impossibile ignorarla. La prima parte, di contro, l’ho trovata un po’ troppo cerebrale. Niente di strano perché Aronofsky è un regista prettamente cerebrale ma nella prima parte è stato eccessivamente didascalico.
    Forse proprio per questo il film mi è piaciuto a metà. Ma la seconda parte me la ricorderò veramente a lungo!

    1. Sì, anche io ho preferito la seconda parte, perché è davvero un tuffo nell’incubo, però la prima è una buona preparazione a quello che succederà. A me è piaciuto tutto. 😀

  3. Come una scena dopo i titoli di coda?? Sigh…

  4. Uno dei film più importati di questo 2017, pochi cazzi. Esci dalla sala stordito e contento o stordito e schifato, ma comunque e sempre stordito (e per una volta grazie alla storia non solamente per gli effetti speciali). Spettacolo imperfetto, ma nessuno chiedeva che lo fosse, ma accattivante. La seconda parte poi è puro cilico per lo sguardo e in anni in cui basta il telegiornale per vedere lo stesso tipo di violenza se non maggiore, fa specie che la gente si indigni per quello che passa sullo schermo. Ma forse è proprio al cinema luogo ideale dove la violenza può essere vissuta sulla pelle di chi guarda, così come il milionario di Boyle riusciva a rendere appassionante un quiz a premi, Aronofsky condensa la brutalità del quotidiano senza riserva alcuna, rendendola palpabile. “Madre!” non è un film che richiede un predisposizione particolare alla visione, su questo non concordo, ma semplicemente è un film che richiede allo spettatore di essere tale e non un cretino con un cesto di pop corn da 12 euro che urla manco fosse allo stadio. Spiacente ma la maggior parte delle critiche mosse al film vengono da persone che non distinguono campo, controcampo, una dissolvenza o il linguaggio cinematografico in genere. Quindi di cosa e con chi stiamo parlando? Con il nulla riflesso nello specchio.

    1. Più che altro è un film di cui ti devi fidare, ecco. Non saprei come spiegarlo meglio. Devi entrare in sala (o sederti sul divano di casa) e metterti nelle mani dell’autore. E, se non sei disposto a farlo, se fai resistenza, ne esci abbastanza spappolato, e non in senso positivo. O almeno, è così che è sembrato a me.

      1. E’ un film autoriale con un linguaggio non complesso, ma che tratta più temi tutti complessi tra loro. Più che fidarsi bisogna solamente abbandonarsi alla visione, senza la mania di dare una spiegazione ad ogni cosa che si vede e accettando per buono quello che la pellicola vuole comunicare e nei modi in cui lo fa. Tutto qui.

  5. Giusta analisi, il cinema generalista verte in condizioni pietose ma, essendo avvolto da una spessa patina glitterata hollywoodiana, non salta agli occhi: il cinema d’autore è in caduta libera e la CGI non salverà il cinema generalista.
    In più aspettarsi un film tiepido da Aronofsky sarebbe come aspettarsi un cinepanettone da Werner Herzog.
    E chi lo fischia può andare tranquillamente a vedere Natale ad Asgard, noi non lo fischieremo all’ingresso…forse 🙂

    1. Ma secondo me – e l’ho anche scritto – non è una guerra e ci dovrebbe essere spazio a sufficienza per ogni forma di cinema. Solo che la pigrizia del pubblico ha portato a questa separazione troppo netta, troppo marcata tra il cinema d’autore e quello di intrattenimento, quando l’intrattenimento di alta qualità e alta intelligenza è sempre esistito.

      1. Giuseppe · ·

        Esattamente. Purtroppo continuo a credere che la pigrizia -e l’ostilità- del pubblico, perlomeno dalle nostre parti, sia stata incoraggiata anche da un “cattivo” concetto di cinema d’autore che per troppo tempo si è ritenuto di dover confinare sempre più all’interno di canoni prefissati (realismo, impegno, minimalismo, ecc.) fuori dai quali sembrava non aver diritto nemmeno di esistere (forse che uno sperimentatore coraggioso come Garrone con il suo “Il racconto dei racconti” è da considerarsi meno autore rispetto a uno stanco, monotono e presuntuoso Moretti, capace pure di accusare il pubblico di non averlo capito? Eppure sappiamo come è andata a finire)… il solito vecchio discorso, insomma, capace però di generare sempre nuovo pregiudizio, un radicale anti-intellettualismo di maniera opposto a uno snobismo avversario altrettanto di maniera (in pratica è come continuare a assistere all’ottusa difesa ad oltranza dell’intrattenimento PER FORZA e OBBLIGATORIAMENTE cazzone contro la difesa altrettanto miope e accanita di un cinema d’autore PER FORZA e OBBLIGATORIAMENTE elitario e pedante, sbagliando ovviamente su entrambi i fronti) che va a colpire indiscriminatamente nel mucchio con risultati tali da rasentare o superare il ridicolo. E, adesso, di tutto questo ne sta facendo le spese il film di Aronofsky…

        1. Io poi sono la prima a cui piace divertirsi e cazzeggiare con dei film creati apposta per quello, ma credo anche che ci sia spazio per ogni tipo di esperienza cinematografica nella vita di una persona e più tali esperienze sono variegate e ricche, più si cresce.

  6. Non è perfetto, ma è sicuramente uno dei film più belli di quest’anno. E sinceramente non capisco tutte quelle critiche così estreme, così cattive. E soprattutto sono stanco di sentire ogni volta critici, e quindi persone professionali, fischiare contro un film come se fossero allo stadio a guardare una partita di calcio. Seriamente è un comportmento da bambino piccolo e immaturo e lo dice uno che ha una ventina d’anni.
    Per il resto sono d’accorod con te e spero che le critiche negative non impediscano a progetti come questi di nascere e farci vedere quel lato del cinema che può affascinare o sconvolgere.

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