Most Beautiful Island

 Regia – Ana Asensio (2017)

Mentre guardavo questo film scritto, diretto e interpretato da un’attrice spagnola, assoluta esordiente alla regia, e prodotto dal solito Larry Fessenden (che si ritaglia anche il solito, laidissimo ruolo), mi chiedevo se potesse essere definito un horror. La domanda è meno stupida di quanto sembri, soprattutto oggi, un momento in cui si tende a fare una gran confusione con tutta quella storiaccia del post-horror. Non che io voglia appiccicare etichette a ogni costo, anzi, semmai è il contrario, ma quando senti parlare per la prima volta di un film su Bloody-Disgusting e vedi che a produrlo c’è il signor Fessenden, ti aspetti un certo tipo di cosa e invece ti trovi di fronte a tutt’altro tipo di “spettacolo”. A scanso di equivoci, questo tradimento delle aspettative è un dato positivo. Non vorrei che qualcuno pensasse il contrario. Ma mi spinge a voler capire qualcosa sulle ambizioni concettuali sempre più elevate di un genere che sta intraprendendo nuove e coraggiosissime strade, anche a costo di smarrire la propria identità specifica e frammentarsi in mille rivoli iniettati nel cinema “alto”.

Most Beautiful Island racconta una giornata nella vita di Luciana, un’immigrata irregolare a New York che si arrangia come può per sopravvivere e si divide tra distribuire volantini per una catena di fast food con indosso un costume da pollo e fare da baby sitter a due bambini. I soldi non bastano mai, è in arretrato con l’affitto, ha continui capogiri e non può permettersi di farsi visitare dal medico. Un’amica, anche lei immigrata, le offre un lavoro che pare molto semplice: dovrà fare presenza a una festa di gente ricca, limitandosi a “essere carina” e intascare la bellezza di 2000 dollari in contanti per una sola sera e la cifra raddoppia addirittura nel caso in cui venisse richiamata. Troppo disperata per porsi dei dubbi, Luciana accetta.
Rivelare ciò che accade da qui in poi farebbe di me una pessima persona, ma vi avviso di una cosa: se i ragni vi fanno impressione state lontani da questo film perché io non voglio avervi sulla coscienza.

La trama, che pare quella di un torture porn a casaccio, va in realtà in una direzione niente affatto scontata. Che ci sia qualcosa di poco chiaro nell’offerta dell’amica di Luciana, lo si capisce subito, ma quanto sia esattamente losco è abbastanza sorprendente, o almeno lo è stato per me, forse perché le mie aspettative erano rivolte verso territori ben precisi e codificati. Most Beautiful Island non ha alcun interesse nel mostrare violenze atroci perpetrate su donne innocenti, non è quello il centro del film e in questo crea un corto circuito interessante tra il mettere in scena due sequenze che possono a pieno titolo rientrare in un certo tipo di horror (non il torture porn, per fortuna) e passare il resto del film incollati alla nuca di Luciana, che vaga come un’aliena invisibile, quasi fosse una versione realistica di Scarlett Johansson in Under The Skin, per le strade di una città ostile e indifferente, alla ricerca di un qualsiasi mezzo che le permetta di sopravvivere un altro giorno.

Non c’è progettualità a lungo termine nella vita di Luciana e non può esserci perché lei, di fatto, non esiste. Ogni minuto della sua vita è dunque teso ad arrivare a quello successivo e a niente altro. Di lei non sappiamo praticamente nulla, se non delle informazioni molto frammentarie derivate da una telefonata con la madre, troncata poi dalla fine del credito nel cellulare di Luciana. Anche i dialoghi sono scarni, non offrono nulla a cui aggrapparsi per conoscere qualcosa di più del passato della protagonista o per immaginarne il futuro. Quello a cui assistiamo è il racconto di un giorno, dalla mattina alla notte inoltrata, nell’esistenza di una persona ai margini, e il non voler calcare troppo la mano sulla personalità di Luciana serve è un modo per dire che questa donna potrebbe essere chiunque che, quello che le succede nello scantinato dove si ritrova per necessità, potrebbe accadere a qualunque altra donna nella sua stessa situazione. E non è affatto un pensiero confortante.

Girato il 16mm, il film prende ispirazione (secondo le parole della sua autrice) dal cinema di Cassavetes e da quello dei fratelli Dardenne, il che significa realismo stringente, macchina a mano, luce naturale, location tutte dal vero. Asensio ha “rubato” immagini da New York, mischiando la sua attrice tra la folla, seguendola con la MdP incollata addosso, sezionando gli attimi sempre uguali e squallidi della sua giornata. Con queste premesse, è logico che il film non abbia poi questo gran ritmo o che presenti chissà quali avvenimenti, tranne per una parentesi rivoltante che coinvolge degli scarafaggi e una vasca da bagno, dove si capisce che Asensio ha un certo occhio per il disgusto. Sembra quasi un momento estrapolato dalla narrazione, e invece ci dice tantissimo sul personaggio e anche su come reagirà alla nottata che la aspetta a breve.
Poi si arriva nel sotterraneo dove si tiene la “festa”, Luciana incontra altre ragazze schierate e numerate per essere scelte da un gruppo di ospiti danarosi e Most Beatiful Island diventa un altro film: pur mantenendo una certa coerenza di stile (ma neanche troppo, se si fa caso all’uso delle luci), dall’essere un quasi documentario sulla vita di un’immigrata irregolare a New York, tutto girato in pieno sole, un po’ monotono e con alcune scene di lunghezza spropositata, si trasforma in un film dell’orrore con l’anima nera e ben poca pietà nei confronti dello spettatore. A quel punto, Cassavetes e i Dardenne spariscono di scena e arriva Fessenden, non solo come presenza fisica sullo schermo, ma come guru dell’horror indipendente americano.

Per questo Most Beautiful Island è così complicato da catalogare: in un certo senso, è due film in uno, amalgamati dalle capacità interpretative e di messa in scena della sua regista/protagonista. È sempre bello vedere esordi così coraggiosi e personali, anche se con i loro difetti, ed è sempre bello poter contare su produttori seri, che credono in un progetto azzardato (nessuno voleva dare i soldi ad Asensio per girare il film, fino a quando non è arrivato zio Fessenden) e ci scommettono, dando totale libertà creativa a una regista alla sua prima esperienza, supportandola, permettendole addirittura di girare in pellicola, che no, non è un vezzo da artista, ma risulta un elemento fondamentale alla resa globale del film. Con il 16mm è stato infatti possibile dare all’opera quell’aspetto sporco che la contraddistingue, ma senza che apparisse povero e misero come sarebbe accaduto se fosse stato girato in digitale a bassissimo costo. Invece, con il 16mm, anche a budget ridotto, il film possiede sin dai primi fotogrammi una patina cinematografica che, accoppiata allo stile da documentario d’assalto della prima parte e a quello da horror anni ’70 della seconda, lo rende anche molto bello da vedere e fa passare in secondo piano il fatto che sia costato quanto un pacchetto di noccioline.
Insomma, brava Asensio, bravo Fessenden e lode alla Glass Eye Pix che continua a regalarci queste piccole perle del cinema indipendente, al di là di qualunque catalogazione.

 

7 commenti

  1. Molto interessante! I film con cambi di genere mi intrippano. Per curiosità, quanto è costato?

    1. Purtroppo la cifra precisa non la trovo. Guardandolo con occhio clinico, credo che sia al di sotto del milione di dollari.

  2. Alberto · ·

    Piccolo e angosciante, lei bravissima e già molto sicura dietro la macchina da presa. Di solito dopo pranzo i film mi abbioccano, questo per nulla. (ps. di un download per l’Ultimo sole della notte si sa qualcosa?)

    1. Lei è così brava che mi sono chiesta dove si fosse nascosta fino a questo momento 😀
      Purtroppo non so ancora niente su L’Ultimo Sole. Alle prime novità lo saprete tutti immediatamente!

  3. Giuseppe · ·

    Beh, se i soldi sono pochi ma usati bene e le belle idee non mancano (direi che, a questo punto, era destino che due anime fortemente indipendenti come la Anansio e Fessenden si incontrassero) il problema non si pone, come in questo caso…
    P.S. Non ho problemi con i ragni, ma con gli scarafaggi un tantino sì 😉

    1. Diciamo che gli scarafaggi hanno una parte marginale 😀

  4. Hai risvegliato in me una curiosità incredibile per questo film. Aggiunto alla mia lista!

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