Red Christmas

 Regia – Craig Anderson (2016)

Cominciamo a entrare nel giusto spirito decembrino con uno slasher australiano che pare uscito dritto dritto dall’epoca gloriosa della ozploitation. Red Christmas è un titolo colpevole di avermi angosciata molto più di quel che mi aspettassi. Ero convinta di trovarmi di fronte a una tradizionalissima horror-comedy virata un po’ al demenziale e invece a un certo punto, neanche me ne sono accorta e il film è diventato un dramma cupissimo, sempre colorato come un negozio di caramelle, ma con una serietà difficile da digerire, soprattutto di fronte a una strage che non risparmia niente e nessuno e grazie a una Dee Wallace, protagonista e produttrice, che non mi vergogno di definire titanica nella sua interpretazione. Rivederla valorizzata dopo lo scempio che ne ha fatto molto cinema di serie B recente, costituisce quell’elemento in più che mi fa valutare un film simile in maniera molto positiva, passando sopra a tanti difetti. Ma che ci volete fare, ho il cuore tenero, siamo sotto Natale e il cinema australiano è sempre quella belva indomabile che, anche quando pare attestarsi su binari prevedibili, ti colpisce alle spalle e ti taglia a metà con un colpo d’accetta.

Red Christmas mette in scena una riunione di famiglia che, come da titolo, avviene il giorno di Natale: Diane, prima di vendere la casa dove ha cresciuto tutti i suoi figli e partire per un viaggio, vuole passare le feste in tranquillità e armonia. O almeno ci prova, perché le sue due figlie non si possono vedere e non perdono occasione per punzecchiarsi o litigare apertamente. C’è una certa tensione anche tra gli altri componenti della famiglia, dovuta alla profonda e ostentata religiosità di una delle sorelle, all’aperto ateismo dell’altra e all’equidistanza del resto dei personaggi, che si ritrovano nel mezzo di uno scontro continuo. La giornata procede tra alti e bassi fino a quando, nel momento dello scambio dei regali, qualcuno suona alla porta: è una figura incappucciata, coperta di bende e conciata come un lebbroso. Presa da caritatevole spirito cristiano, Diane fa entrare lo strano individuo, che dice (sempre che riusciate a comprendere il suo biascichio) di chiamarsi Cletus, tira fuori una lettera indirizzata a una fantomatica “madre”, comincia a leggerla e fa incazzare a morte Diane, che lo caccia fuori a pedate. Cletus sparisce nel bosco antistante la casa, ma torna non appena fa buio per far fuori, uno dopo l’altro, tutti i membri della famiglia.

Se si intuisce sin dal prologo, ambientato vent’anni prima in una clinica, chi sia Cletus e dove il suo personaggio voglia andare a parare, è nella gestione dei rapporti tra questa sgangherata famiglia che Red Christmas riesce a brillare, nella credibilità con cui ogni singolo personaggio è scritto, con un’attenzione alle sfumature e all’umanità di tutti che non si nota poi così spesso in un horror dove, lo sappiamo, il 90% di quelli che vediamo sullo schermo è destinato a una fine atroce. Sarebbe stato facile non curarsi affatto della loro personalità e spedirli a crepare nel peggiore dei modi, e invece Anderson, anche sceneggiatore, tenta (senza riuscirci sempre, ma va bene lo stesso) di dare a tutti delle motivazioni, uno straccio di spessore, una ragione per il pubblico di fare il tifo per loro e, perché no, soffrire quando muoiono.
Anche il letale Cletus è, dopotutto, difficile da odiare: in alcuni frangenti, la sua disperata solitudine spezza addirittura il cuore e ricorda, fatte le debite proporzioni, il protagonista di quello splendido racconto di Matheson, Nato d’uomo e di donna.

Red Christmas è un film che, da un lato ci presenta un assassino abbandonato da tutti e bisognoso di ricevere un amore impossibile da dargli, dall’altro gioca con il senso di colpa presente, bene o male, in tutti i componenti della famiglia, soprattutto in Diane, che vede i propri figli morire uno dietro l’altro a causa di un errore commesso tanti anni prima e si lancia in una lotta furibonda (e fallimentare, altrimenti non staremmo qui) per tentare di salvarli.
Purtroppo il problema principale di Red Christmas è che a tali ambizioni di serietà non corrisponde un comparto tecnico all’altezza della situazione: se si esclude la resa, davvero interessante, delle luci, tutto il resto si risolve in un’estetica quasi amatoriale, con MdP perennemente a mano, spesso alla vana ricerca della messa a fuoco, traballante e concitata anche quando non ce ne sarebbe bisogno, con un’invadenza eccessiva di quinte e senza una concezione precisa di come impostare una buona inquadratura.
Craig Anderson arriva dalla tv australiana, e si vede, perché non è ancora in grado di gestire la complessità che è richiesta a un lungometraggio, anche di serie B. Come sceneggiatore, è pieno di ottime idee, come regista è ancora in una fase di ricerca della propria identità. Questo non significa che non lo seguirò con interesse, da qui in poi.

Come dicevamo prima, è da lodare l’uso dell’illuminazione, che sfrutta in maniera originale e anche ardita l’esplosione di colori di solito associata al Natale. La vicenda si svolge infatti tutta in una grande casa addobbata come un centro commerciale e, quando le normali lampadine vengono messe fuori uso, rimane solo la luce delle decorazioni, che conferisce alle varie stanze un aspetto monocromatico, verde, rosso o oro a seconda di quale sia il tipo di luce natalizia prevalente. È un trucchetto efficace anche per supplire a carenze di budget e dare al film un look meno povero.
Altro settore in cui Red Christmas offre il meglio di sé è quello della violenza e della creatività degli omicidi: tra utilizzi impropri di frullatori e trappole per orsi che si chiudono sulla faccia delle vittime, il film è generoso in sangue, gore, effettacci (ottimi quelli artigianali, un po’ meno quelli in post-produzione), ma soprattutto  inventiva. Cletus uccide con qualunque cosa gli capiti a tiro e si dimostra del tutto privo di pietà, dispensando una punizione biblica di inaudita ferocia alla povera Diane, sempre più stravolta, sempre più sfigurata dal dolore, segnata da ogni perdita.

Ovvio che si sta parlando di film di serie B e di livello non di certo eccelso, ma un’occhiata la vale, se non altro per apprezzare lo sforzo, la volontà di Anderson e della sua troupe ridotta di non accontentarsi, di essere un minimo ambiziosi, anche al di là delle loro possibilità e dei loro mezzi.
O per ammirare alcuni degli omicidi più crudeli degli ultimi anni.
O per farsi sorprendere dalla durezza e drammaticità del finale.
Fate voi, ma per cominciare bene il mese più allegro e scintillante dell’anno, Red Christmas è semplicemente perfetto.

5 commenti

  1. valeria · ·

    mi ispira un sacco! 😀 già solo il fatto che sia australiano me lo fa salire di qualche punto 😀 la figura di cletus mi ha fatto pensare a tom, l’antagonista di P2, per quanto riguarda il concetto di solitudine estrema.
    altro film da aggiungere alla lista, olè! 😀

    1. Però ti assicuro che Tom finisci per odiarlo, perché è proprio cattivo, mentre al povero Cletus è difficile voler male fino in fondo.
      😀

  2. Uffa…. Ogni volta che ti leggo devo allungare la lista di film da vedere…
    👏

    1. Tranquillo che anche qui la lista è lunghissima 😀

      1. Giuseppe · ·

        Beh, se io dovessi mettere in fila tutti i miei titoli (compreso Red Christmas? Sì, adesso compreso pure Red Christmas) credo che ormai arriverebbero tranquillamente fino in… in… Australia, ecco! 😀

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