M.F.A.

 Regia – Natalia Leite (2017)

Ciò che più mi ha – non dico stupita perché era prevedibile – fatto perdere qualche tonnellata di residua fiducia nell’umanità nel corso dello scandalo Weinstein e di tutti gli sgradevoli strascichi che ne sono conseguiti, è stata la rapidità con cui tutti e tutte si sono schierati dalla parte del più potente. Non solo  nelle circostanze specifiche legate a Weinstein, ma anche nelle successive accuse a vari idoli di presunti appassionati di cinema. La tendenza a difendere, anche contro l’evidenza, i propri beniamini, persino se questi si rivelano predatori, porta inevitabilmente alla colpevolizzazione della vittima.
Girls hate sluts”: così recita una battuta di M.F.A. e, senza per forza continuare a riferirsi alla cronaca recente, basta andare indietro di un paio d’anni, a quando Johnny Depp ha potuto gonfiare di botte Amber Heard col plauso entusiastico delle sue fan. Il risultato è che Depp (non si sa per quale miracolo, dato che è un rottame) continua a esercitare indisturbato il suo status da divo, mentre Amber Heard deve ritenersi felice se trova una parte secondaria in Aquaman.
Perché le ragazze odiano le sgualdrine e se ti sei fatta picchiare o stuprare, devi per forza essere una sgualdrina. Se a picchiarti o stuprarti è stato qualcuno di popolare, anche peggio.
Se avete lo stomaco, io vi consiglio di vedere M.F.A.: parla esattamente di questo.

M.F.A. sta per  Master in Fine Arts, la disciplina in cui si sta laureando la protagonista Noelle (Francesca Eastwood). Noelle è una giovane donna un po’ timida e, soprattutto, inibita quando si tratta di dipingere. Il suo professore ne loda la tecnica, ma le dice anche che rischia di autocensurarsi.
Un affascinante compagno di corso la invita a una festa e lei ci va; beve una birra, segue il ragazzo nella sua camera e, quando lui la bacia osa addirittura ricambiare. Solo che non avrebbe poi così tanta voglia di spingersi oltre.
E così l’affascinante compagno di corso la stupra.
Qui arriva la prima scena di difficile sopportazione del film. Dietro la macchina da presa c’è una donna, la brasiliana Natalia Leite e, voi lo sapete, io non sono tra quelli convinti che certe tematiche possano essere solo affrontate da un punto di vista femminile e che certe storie possano solo essere narrate da donne, ma in questo caso, il fatto che ci sia una donna alla regia fa la differenza, perché è talmente concentrata sulla vittima, talmente in empatia con il suo dolore che la sequenza colpisce cento volte più forte di quelle contenute in un qualunque rape & revenge recente, dove quasi appare tutto come uno scherzo, come una cosa da non prendere troppo seriamente.

Noelle torna a casa in condizioni che vi lascio immaginare e il giorno dopo ci prova a denunciare all’università quello che è accaduto, ma la psicologa le fa capire chiaramente che nessuno sarà disposto a darle retta: aveva bevuto, era entrata di sua spontanea volontà nella camera del ragazzo, si era persino vestita in maniera “provocante” per l’occasione. E comunque è già passato troppo tempo: è meglio dimenticarsi tutto e fare finta di niente.
Noelle, disperata, tenta allora un confronto con il suo stupratore, che le ride in faccia: “Io non ti ho fatto niente, tu ci stavi, ti piaceva, sei pazza”. I due hanno una breve colluttazione, lei lo spinge, lui cade giù dalle scale del suo appartamento, sbatte la testa e muore.
È quasi la genesi di una super eroina, M.F.A., o meglio di una vigilante, di una Punitrice che comincia a indagare nei casi di violenza sessuale all’interno della sua università e scoperchia una fogna fatta di crimini impuniti, di vittime lasciate da sole a combattere contro un intero campus pronto a dar loro addosso, di giocatori di football troppo amati dal pubblico, troppo belli, troppo bravi ragazzi per dover affrontare l’accusa di uno stupro di gruppo, nonostante la presenza di un video (seconda scena difficile da sopportare, vi avviso).

A Noelle non resta che occuparsi personalmente di chi è riuscito a passarla liscia. La sua non è quindi una mera vendetta personale, come in molti rape & revenge analizzati anche qui, ma un tentativo di dar voce a tutte le vittime che sono state messe a tacere, e non solo per mezzo della violenza: Noelle infatti, diventa un’artista migliore, più sicura di sé, senza quella timidezza che spesso la portava all’autocensura.
Il film, tuttavia, non vuole andare a parare sulla facile e banalotta correlazione tra arte e violenza, bensì su un altro concetto, più sottile, quello di potere.
Nel momento in cui Noelle si accorge di non essere una vittima indifesa, nel momento in cui c’è uno spostamento nelle dinamiche di potere all’interno del campus (non più le studentesse terrorizzate dai loro colleghi maschi, ma gli stupratori che temono il loro assassino seriale), ecco che il suo rapporto con la creatività cambia e può permettersi di essere audace e coraggiosa.

Natalia Leite sceglie di raccontare questo percorso con il linguaggio del cinema di genere, e di un genere molto particolare che, se ci avete fatto caso, è sempre stato appannaggio esclusivo di registi, salvo rare eccezioni.
È un po’ un azzardo girare un rape & revenge: il filone è da sempre considerato il gradino più basso dell’exploitation, e non a torto. Ma che processo si innesca quando una donna decide di affrontarlo? Che cosa passa per la mente di una regista mentre sul set deve mettere in scena una violenza sessuale?
“I felt like I had to make this movie because I have a personal connection to it, I had gone to art school, I had been sexually assaulted during art school. I hadn’t really been vocal about my own experience, because I just did not want to be ‘that girl’ when it happened. I was ashamed, and for a lot of reasons just didn’t talk about it. This is me being able to go back and process it and speak openly about it, even to my own family.” 
Ecco che cosa passa per la mente.

Posto che il cinema sia in qualche modo assimilabile all’arte, mettersi dietro la MdP e raccontare una storia del genere deve essere molto simile a rompere gli argini del silenzio in cui si è rimaste chiuse per anni, deve essere molto simile a spostare gli equilibri di potere. Perché, non credo sia neppure necessario dirlo, il cinema, la narrativa, l’arte sono faccende potenti.
Dirigere un set è un esercizio di potere, per esempio, come essere la persona incaricata di parlare a tutti gli studenti di una facoltà il giorno della laurea.
Questo, ovviamente, non significa che dobbiamo andare in giro a prendere a martellate in testa la gente, anche se si tratta di stupratori a piede libero. Come molto del miglior cinema di genere, anche M.F.A. usa la metafora del lineare e schematico rape & revenge per fare un discorso più ampio.
Abbiamo parlato prima del fatto che l’arco narrativo di Noelle somiglia a quello di un supereroe, ma Noelle non è un supereroe, per quanto a un certo punto culli l’illusione dell’invincibilità, un evento traumatico, scaturito da un suo errore, la riporta bruscamente alla realtà di un mondo dove trasformarsi da vittima in carnefice crea soltanto nuove vittime.

La domanda è se esiste un’alternativa e non è una domanda con risposte pronte e facili: di fronte al silenzio (o spesso alla complicità) di chi dovrebbe proteggerci, di fronte soprattutto a una mentalità che, al posto di insegnare agli uomini a non essere predatori, si preoccupa di insegnare alle donne a non provocarli (emblematiche le scene ambientate in un’associazione contro la violenza sulle donne), esiste un modo per uscirne puliti?
Forse l’unica risposta valida è in quello spostamento degli equilibri di potere che porta le donne a diventare registe, a esprimersi con la propria arte, a sfidare il pubblico a guardare dove è rischioso e spaventoso guardare. E il discorso di Noelle agli altri studenti, insieme ai suoi quadri che vanno osservati con attenzione, sono la sola possibile arma a nostra disposizione.
Bisogna trovare la propria voce, smetterla di autocensurarci, non delegare ad altri la narrazione delle nostre storie, farci avanti in prima persona.
Come ha fatto Natalia Leite con il suo film, perché tutte le Noelle di questo mondo possano venire ascoltate.

6 commenti

  1. valeria · ·

    sembra interessantissimo ma anche molto tosto. non appena sarò dello spirito “giusto” (sempre se ci si possa mai sentire pronti a vedere un film con un tema così delicato) gli darò sicuramente un’occhiata 🙂

    1. Sì, è parecchio tosto: soprattutto ci sono due sequenze in cui è davvero difficile sopportare quello che succede sullo schermo, ma è anche molto, molto bello.

  2. Ero curiosa di guardarlo già quando ne ho sentito parlare qualche tempo fa, cronaca del momento a parte. Ora ancora di più.

    1. Il film è bellissimo e vederlo fa proprio bene, anche al di là delle contingenze: il suo discorso di fondo è sempre valido 🙂

  3. Ciao,
    Primo commento sul tuo blog, quindi prima di tutto ti faccio i complimenti e ti ringrazio per tutti gli spunti che dai a noi cinefili 😉
    il film l’ho visto ieri, dopo aver letto le tue impressioni.
    Devo dire che mi ha colpito molto, sia la recitazione della Eastwood che lo sviluppo del personaggio, la sua presa di coscienza e di potere. Non mi dilungo che tu hai già approfondito in maniera perfetta come sempre.

    ***Spoiler***
    Una delle scene che mi hanno più toccato e scosso: dopo la morte della coinquilina, Noelle brucia il biglietto con la falsa confessione. Quello che ne rimane é “I am you”.
    Messaggio che palesa ulteriormente la figura di Noelle come simbolo e voce di tutte le donne che hanno passato quell’inferno.

    Credo che Mfa sia una visione necessaria per tutti

    1. Ciao, e benvenuto!
      Hai ragione a sottolineare quella scena in particolare, anche perché è un momento davvero forte del film.
      Spero che arrivi dalle nostre parti almeno in DVD, perché perderselo è un peccato.

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