Non riesco più a fermarmi: Ghostwatch

 Regia – Lesley Manning (1992)

La colpa è tutta vostra se questa storia dei fantasmi sta andando avanti molto più a lungo di quanto preventivato. Dovevo finirla con Halloween, ma poi è arrivato The Stone Tape, sorprendentemente, uno degli articoli più letti da quando il blog esiste. E io che pensavo non lo avrebbe filato proprio nessuno. Nei commenti al post, è uscito fuori questo Ghostwatch e, per una volta tanto per quel che riguarda la produzione televisiva BBC di qualche annetto fa, non ho fatto la figura della capra ignorante perché l’avevo visto. Certo, è del 1992, quindi da un punto di vista anagrafico mi è molto più vicino, ma non credo (e anche qui, correggetemi se sbaglio) sia mai approdato dalle nostre parti. L’ho visto grazie agli straordinari poteri dell’internet, dopo averne sentito parlare (dieci o addirittura 15 anni fa) in un forum dedicato al cinema dell’orrore. Ricordo di averlo cercato alla disperata e di essere riuscita a trovarlo: è stata una delle mie primissime visioni senza l’ausilio di sottotitoli, neanche in inglese.
Ed è stata un incubo, non per problemi di comprensione, ma perché non sono riuscita a chiudere occhio per una settimana, tanto è stato il terrore provato.
Mi sono nuovamente sottoposta al calvario per voi e non è cambiato molto, solo che questa volta ero preparata e ho accusato meno il colpo.
Ghostwatch è una delle cose più spaventose mai prodotte da un canale televisivo. E persino al cinema non ha troppi rivali. Lo potete trovare intero su YouTube, proprio come The Stone Tape, e c’è un dvd di importazione, ma a un prezzo un po’ proibitivo.

Ghostwatch non è solo il programma tv più spaventoso di sempre, è anche uno dei più controversi. La ragione, sia della paura sia delle polemiche che ha suscitato, non si trova tanto in ciò che racconta, ma in come lo racconta.
La trama del film è infatti una pregevole variazione sul tema del caso Enfield, che avrebbe poi ispirato la mini-serie inglese del 2015 e il famosissimo film di Wan dell’anno successivo. Ma il modo in cui Ghostwatch è stato realizzato e poi mandato in onda, quello è tutta un’altra cosa.
Mockumentary. La sola parola oggi suscita una gamma di reazioni che va dalla stanchezza al rigetto vero e proprio. Ma qui si parla della notte di Halloween del 1992, esattamente venticinque anni fa, nonché sette in anticipo rispetto all’esplosione del fenomeno The Blair Witch Project; si parla di un conduttore televisivo molto familiare al pubblico inglese di quel periodo che presenta un programma “in diretta” in cui un’inviata (nota agli spettatori per i suoi programmi per bambini) visita una presunta casa infestata, mentre in studio suo marito raccoglie le telefonate da casa, di chi vuole raccontare le sue esperienze paranormali.
Una situazione, dunque, rassicurante e protetta: volti che tutti conoscono, atmosfera rilassata, atteggiamento scettico e sottilmente ironico del conduttore (Michael Parkinson), addirittura una “linea comica” fornita da un giornalista con il compito di intervistare la gente all’esterno della casa, che spara battute a raffica. Tutto molto televisivo, tutto molto credibile.

E infatti, nonostante una didascalia all’inizio della trasmissione avvisasse gli spettatori che quella a cui stavano assistendo era solo finzione, moltissimi ci sono cascati e non hanno pensato a una messa in scena, ma a una infestazione vera, alla prima manifestazione del soprannaturale in diretta tv.
Arrivarono centinaia di telefonate alla BBC, di gente indignata per i contenuti inquietanti della trasmissione; l’inviata Sarah Greene fu costretta a rassicurare di star bene nella sua trasmissione del lunedì successivo (un po’ come gli attori di Cannibal Holocaust, che dovettero dimostrare di essere ancora vivi); ci furono dei casi di stress post-traumatico in alcuni bambini che avevano visto il programma e addirittura un caso di suicidio: un diciottenne con gravi disturbi mentali si tolse la vita cinque giorni dopo la messa in onda di Ghostwatch e la famiglia fece causa alla produzione.
Tutto questo portò al bando di Ghostwatch dai palinsesti della BBC fino al 2016, quando il film fu inserito nel servizio on demand del canale. Ma comunque non è mai più stato trasmesso in Inghilterra.
Da un certo punto di vista è consolante pensare che la gente non si è rincoglionita solo negli ultimi anni, ma lo è sempre stata; da un altro è impossibile non imputare le controversie e gli equivoci alla fattura sopraffina del film che, almeno fino all’ultimo quarto d’ora, offre una perfetta illusione di realtà, così perfetta da non essere eguagliata da nessun mockumentary, neanche da quelli meglio riusciti, neanche dal millantato capostipite del genere, The Blair Witch Project, i cui autori ebbero però la furbizia di basare tutta la campagna pubblicitaria proprio sull’equivoco tra realtà e finzione.

Quasi una replica esatta della famosa foto scattata a Enfield

Ma un conto è un film per il cinema, responsabile dell’invenzione del marketing virale più che della forma del falso documentario, un altro è un programma televisivo capace di rivoluzionare in modo così radicale il linguaggio. Ciò che hanno fatto lo sceneggiatore Stephen Volk (autore di Gothic, tra le altre cose) e la regista Lesley Manning è stato di tentare un esperimento del tutto inedito per la tv e, nel farlo, si sono spinti oltre i limiti consentiti dal piccolo schermo, sfruttando tuttavia al massimo la sua stessa natura. Solo in televisione poteva esistere un’opera come Ghostwatch e il fatto di essere televisivo ha decretato la sua condanna. Se ci pensate, è un paradosso molto interessante, considerando inoltre l’anima satirica che soggiace a Ghostwatch e che va anche oltre il terrore assoluto indotto nello spettatore. È un dettaglio cui si fa caso solo a una seconda visione, perché durante la prima si è troppo presi a tentare di non farsela nelle mutande, ma è forse il dettaglio più significativo di Ghostwatch, quello che ne determina l’identità specifica e lo rende un caso unico e irripetibile.

Anche il termine mockumentary in fondo gli sta stretto e sarebbe più adatto quello di falso reality. Ma neppure questo riesce a cogliere in pieno l’essenza di Ghostwatch, un programma che finge di appartenere alla categoria di cui si prende gioco e, allo stesso tempo, terrorizza come poche esperienze audiovisive al mondo, che tramite il sensazionalismo spinto all’estremo depreca quelle trasmissioni che sul sensazionalismo basavano (e continuano a basare) la loro fortuna; un meccanismo di finzione così sottile, raffinato, così preciso da simulare anche le pause, i cali di ritmo, i momenti morti di una trasmissione tv che sull’attesa che qualcosa accada (e nessuno si aspetta che accada sul serio) è costruita.
Poi qualcosa accade, anche se tutto rimane ambiguo fino agli ultimi quindici minuti, dove l’illusione mostra un po’ la corda, credo a causa dell’ingresso in campo a gamba tesa di tutto l’armamentario tipico del poltergeist, il che, dopo un’intero film mantenuto su toni elegantissimi e sobri, forse stona lievemente, ma è compensato da una trovata geniale (inserita per gradi in corso d’opera) che ovviamente non rivelo, ma fa accapponare la pelle.

Per gli spettatori di venticinque anni fa deve essere stato tutto molto forte, anche troppo. La storia di Ghostwatch potrebbe valere come esempio del perché io detesti con tutte le mie forze la tv: quando si esprime al massimo del suo potenziale, va sempre a finire male.
Di recente, è uscito un documentario sulla realizzazione di Ghostwatch e sulle polemiche seguite alla sua messa in onda. Il titolo è Ghostwatch Behind the Curtains e pare si trovi in DVD, ma non ho altre notizie da darvi.
Se volete spaventarvi (ma spaventarvi sul serio, non con i jump scares) o anche se volete rimanere sbalorditi di fronte all’originalità e alla straordinaria tenuta di un’opera pensata per la tv, vedere Ghostwatch è un obbligo a cui non potete sottrarvi.
Poi per gli incubi date pure la colpa a me.

9 commenti

  1. enricotruffi · ·

    Ben venga se non riesci più a fermarti, perché grazie a questi post e relativi commenti sto scoprendo una perla dopo l’altra, da Stone Tape fino a The Woman in black originale, davvero inquietanti (che io sono ancora più piccolo e di queste cose non avevo mai sentito parlare neanche per sbaglio). Non vedo l’ora di spararmi anche questo e Dead of night, che è da tanto che non riesco a spaventarmi con un horror

    1. Credo che un bel post su The Woman in Black ci scapperà 🙂

  2. Resta sempre da vedere “Children of the Stones” 😉
    Certo è paradossale pensare che esattamente dieci anni dopo, il pubblico inglese accolse “Most Haunted” con entusiasmo, che andò avanti per otto anni in TV (e poi per altri quattro online) con la stessa struttura di Ghostwatch, spacciandosi per vero documentario e di fatto non facendo paura a nessuno.

    1. Children of the Stones è un po’ più impegnativo, perché sono sette episodi e mi ci vuole più di una serata per guardarlo. Però, lo prometto solennemente, sarà visto il prima possibile, magari durante le vacanze di Natale.
      Il punto di Most Haunted è proprio che non fa paura a nessuno e gli manca anche del tutto la componente satirica. In più, non ci credi neanche un secondo che sia tutto vero, come in tantissime trasmissioni, anche americane, basate su presunti luoghi infestati. Che sono pure divertenti, ma il terrore assoluto di un Ghostwatch se lo sognano.
      Credo che questo sia uno rari casi in cui la tv si è davvero spinta troppo oltre.

      1. Beh, Children of the Stones alla fine son due ore e mezza 😉
        Però sì, le trasmissini-verità successive non fanno paura a nessuno, hanno disinnescato propriol’elemento portante.

        1. Ma poi era anche uscito in Italia, Children of the Stones?
          Perché tante di queste produzioni tv da queste parti non ci sono mai arrivate.

          1. Sì, nel 1979.
            Una paura infinita.

  3. Non sapevo per niente della conoscenza di questo programma. Un esperimento incredibilmente coraggioso e intelligente, peccato per le reazioni del pubblico (ignorante come sempre). Lo guarderò subito.

  4. Giuseppe · ·

    Altra bella mazzata di classe questo Ghostwatch, davvero… A proposito, guarda che se non riesci a fermarti sono sempre disposto a dare una mano, eh? A dare una mano nel NON farti fermare, voglio dire: ci sarebbe “Lost Hearts” di M.R. James, efficacemente adattato da Robin Chapman e diretto con terrificante mano da Lawrence Gordon Clark per la BBC (speciale natalizio) nel 1973. A me fa una fottuta paura (paura VERA) ogni volta che provo a rivederlo… e sarei curioso di sapere se ti fa lo stesso effetto 😉
    P.S. Children of the Stones (da noi “Prigionieri delle pietre”), tanto pauroso e affascinante quanto ingiustamente mai più replicato (almeno in RAI, che io sappia) 😦

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