IT

 Regia – Andy Muschietti (2017)

Non posso dire che IT sia il mio romanzo preferito, perché qualunque persona che legge a ritmi molto alti ha delle grosse difficoltà a individuarne uno solo, ma posso affermare con sicurezza che è il libro con cui ho sviluppato un legame affettivo più profondo, costruito in anni di riletture. IT è sempre stato con me e non se ne andrà mai. Ha definito il mio immaginario horror e sono convinta che, se affrontato nell’età giusta, sia un’esperienza addirittura formativa.  Di conseguenza, il mio investimento emotivo sul film è enorme da quando sono uscite le prime foto dal set. Sono venticinque anni che aspetto una trasposizione cinematografica degna di questo nome, perché la serie tv, noleggiata subito dopo aver terminato il romanzo la prima volta, non è neanche definibile come adattamento. È solo un pasticcio malfatto e indigeribile dove si salva, e solo in parte, Tim Curry.
Capite anche voi che mi è impossibile parlare di IT con distacco, ma ci proverò lo stesso e questo post sarà diviso in due parti: la prima, senza spoiler, in cui cercherò di recensire un film che, per me non è recensibile, e la seconda, dove invece parlerò di come ho vissuto io il film e che sarà piena zeppa di spoiler.
Un altro tentativo che vorrei fare, complicato ma non impossibile, è limitare al massimo il paragone con la fonte letteraria, perché è ingiusto sia nei confronti del film sia in quelli del romanzo. La miniserie non sarà mai nominata perché non se lo merita.

IT è un horror contemporaneo realizzato per arrivare in sala e attrarre il maggior numero di persone possibile. È stato classificato con la dicitura Restricted e da noi è quindi vietato ai minori di quattordici anni, quindi può tranquillamente essere inserito nello stesso filone di horror R che stanno sbancando i botteghini negli ultimi due o tre anni. In un certo senso, è figlio della filosofia di Jason Blum: basso costo, bella confezione, massimo profitto. E questo è un dettaglio che va tenuto a mente perché, piaccia o non piaccia, uno sforzo produttivo tale da trasporre in immagini un romanzo corposo come IT, deve sottostare a tutta una serie di regole che, per chi segue l’andamento del genere da un po’ di tempo a questa parte, non dovrebbe essere necessario elencare.
Dietro IT ci sono la New Line e la Warner, non una piccola casa di produzione che può permettersi di fregarsene dei gusti del pubblico attuale. IT è dunque frutto di un compromesso tra esigenze di natura commerciale ed esigenze di carattere artistico. Ed è anche un film dal budget non elevatissimo: trentacinque milioni di dollari. Se cercate la risposta a qualche taglio che vi ha fatto storcere il nasino da puristi, la potete trovare in quella cifra ed evitare di ciarlare a sproposito di rituali del fumo e atterraggi di astronavi nella Derry preistorica.
Detto ciò, al netto di qualche jump scare di troppo (ma la maggioranza di essi è molto efficace e inaspettata), il compromesso a me è parso perfettamente riuscito, perché quello che viene sottratto da un lato viene aggiunto dall’altro. Mi spiego partendo dalla sceneggiatura di Cary Fukunaga che è stata rimaneggiata perché ritenuta eccessiva. Io quella sceneggiatura l’ho letta e la sua struttura è rimasta invariata, sono stati tolti solo alcuni particolari troppo scabrosi per la tipologia di opera cui IT appartiene. Per il resto, il film è quello che Fukunaga ha scritto, con qualche aggiustamento.

Muschietti ha fatto un lavoro egregio di caratterizzazione di ben sette personaggi in uno spazio di tempo brevissimo e, se il povero Mike è quello che ne è uscito peggio, quasi del tutto sacrificato, gli altri sei Perdenti hanno tutti la loro personalità, le loro problematiche, la loro storia individuale. Ci sono quelli nel gruppo più in evidenza, Bill e Beverly su tutti, e quelli un po’ più in ombra come Stan, ma considerando che il film dura due ore e che condensa metà di un romanzo di oltre mille pagine, il risultato è impressionante.
Il rapporto tra i Perdenti è reso con una delicatezza e un’attenzione rare e i giovanissimi interpreti, oltre a essere ben diretti, sono tutti in parte e tutti molto bravi, con in testa Sophia Lillis che brilla di luce propria e ha le stimmate della diva.
IT non è un film dell’orrore normale, perché è il romanzo da cui è tratto a non essere normale: IT è un’epopea, ha il respiro dell’epica e la struggente nostalgia del tempo perduto. Nel film, tutto questo è presente, ed è quasi un miracolo che Muschietti sia stato in grado di trasmetterlo senza ricorrere ai flashback. Il concetto forte che passa è che il momento di passaggio tra l’infanzia e l’adolescenza, con i primi pensieri e le prime pulsioni da adulti, non abbia nulla di magico o di idilliaco; al contrario, sia un momento atroce, da cui ti salvano solo (e parzialmente) i tuoi amici. È un concetto così kinghiano che avere da ridire perché il testo non è riportato virgola per virgola a me pare assurdo.

Tecnicamente, IT è superbo, soprattutto grazie all’uso dei colori di Chung-hoon Chung, che evita la patina nostalgica e la fotografia da film anni ’80 per dare un’impronta modernissima al tutto: l’estate di Derry è fredda come una giornata di pioggia e, anche quando i Perdenti prendono il sole dopo il bagno nel laghetto, c’è sempre un qualcosa di plumbeo e soffocante nel cielo. Non è un’estate come tutte le altre, non ci sono gioia o spensieratezza, ogni elemento è filtrato attraverso un velo di grigiore, un elemento in angoscia indefinibile che pesa su Derry e la rende il posto peculiare che è.
Ecco, Derry, finalmente Derry, con i suoi adulti indifferenti, la sua storia di violenza e il suo presente di ferocia, prende vita sullo schermo come un personaggio a sé stante. Muschietti non ci calca troppo la mano, ma basta vedere come sono inquadrati i pochi “grandi” presenti nel film, sempre dal basso, a misura di bambino, e illuminati quasi fossero mostri per capire che i protagonisti di IT vivono un’infanzia (o il crepuscolo di essa) nel completo abbandono, nella completa assenza di figure che facciano da guida. In questa assenza si inserisce Pennywise e solo in questa assenza può nutrirsi e prosperare. 

Pennywise, già. Il tanto vituperato Bill Skarsgard annichilisce in una sola scena, quella con Georgie all’inizio, mesi e mesi di polemiche sterili. Non è un serial killer mascherato da clown, è un’entità millenaria e aliena che assume le sembianze di un clown e non per attirare i bambini, ma per spaventarli perché, ricordiamolo, IT vuole che le sue vittime abbiano paura e non ha bisogno di attirarli per ucciderli. Al massimo ci gioca come fa un gatto con un uccellino. Non è il clown l’esca che porta Georgie a chinarsi sul tombino, è la barchetta, è Bill, è l’amore per il fratello maggiore. E tutto questo IT lo sa e lo sfrutta, da predatore che conosce le debolezze delle sue prede.
Il Pennywise di Skarsgard sbava, ha gli occhi storti, il sorriso da tigre, il corpo filiforme e snodato, l’atteggiamento sardonico ma mai spiritoso. In lui c’è qualcosa di sbagliato, di lovecraftiano, è un estraneo con una maschera che non aderisce neanche alla perfezione alla sua natura non umana. Il clown sembra sempre sfaldarsi per lasciar posto a quella cosa che si nasconde dietro al clown e Skarsgard ha azzeccato in pieno i toni e le movenze.
Con questo non voglio dire che il film non abbi difetti, perché ce ne sono: oltre ai già accennati jump scares in misura eccessiva e al sacrificio di Mike, c’è anche un eccesso di CGI bruttarella che non so quanto poteva essere evitata, dato il budget, ma che forse si poteva gestire un pochino meglio. Inoltre, in alcuni punti è un po’ frettoloso ed evita di approfondire un paio di passaggi che sarebbero fondamentali. Ma non me la sento di essere eccessivamente pignola, perché è un film molto emozionante. Il che mi porta alle considerazioni personali e, soprattutto agli SPOILER NUMEROSISSIMI CHE SE NON AVETE VISTO IL FILM E LEGGETE POI LA COLPA È TUTTA VOSTRA.

I detrattori di IT si dividono essenzialmente in due categorie:  la prima è formata da quelli che non hanno letto il romanzo e pensano (povere stelle) che la miniserie sia un’opera d’arte. Su di loro non ho voglia di spendere neppure una parola perché hanno la testa piena d’aria. Poi ci sono quelli che invece il romanzo lo hanno letto, lo amano e sono andati al cinema con il blocchetto degli appunti per segnarsi tutte le differenze. Per loro nutro un certo rispetto, fermo restando che l’atteggiamento integralista mi mette sempre a disagio. Questo non significa che non esistano persone a cui il film non è piaciuto e basta, figuriamoci, nessun film può e deve piacere a tutti e avranno di certo i loro sacrosanti motivi su cui non mi permetto neanche di sindacare.
Però prendiamo la seconda categoria di persone: io le capisco, davvero. Di solito cerco di essere molto laica quando mi avvicino a un adattamento. Con IT l’equidistanza e la razionalità vanno a farsi benedire, perché non ce la faccio. Lo conosco a memoria, posso citarne intere pagine senza perdere un colpo, la mia copia cartacea è distrutta, letteralmente fatta a pezzi e per fortuna che esiste il digitale che mi ha permesso di rileggerlo prima del film senza fogli volanti e interi capitoli andati perduti.
Ma, lo stesso, i tagli e i cambiamenti non mi hanno dato alcun disturbo. Mi piace l’idea di portare il tutto negli anni ’80, un po’ per prossimità culturale, un po’ perché così la seconda parte sarà ambientata ai giorni nostri e ci risparmieremo capelli cotonati e spalline, grazie a Dio. E no, mi rincresce, ma Stranger Things non c’entra niente, perché la sceneggiatura di Fukunaga risale al 2014, quando Stranger Things non era neanche un embrione. Accusare IT di copiare Stranger Things è semplicemente sciocco, perché semmai è il contrario, perché sono stati King per l’horror e Spielberg per la fantascienza a fondare l’immaginario su cui si posa una serie come Stranger Things. Quindi rispedisco l’obiezione al mittente e gli consiglio di farsi una cultura cinematografica e letteraria, che male non gli fa.

Ma alla fine, di queste cose mi interessa il giusto. Ponendomi dal lato di chi su quel romanzo si è formato e che è andato al cinema con il blocchetto degli appunti, posso solo dire che il mio blocchetto era accartocciato e stracciato in un angolo dopo circa un quarto d’ora di film. Perché della fedeltà pedissequa al testo non mi frega proprio niente, perché ciò che pretendo da un adattamento è che di un testo siano rispettati lo spirito e l’essenza fondamentale e l’IT di Muschietti rispetta entrambe con venerazione.
Fuori dal blu e dentro il nerocosì recita la canzone di Neil Young che King mette in testa al romanzo, come citazione d’apertura. Ho letto e riletto IT ascoltando quella canzone, da Perdente di quattordici anni sono diventata una donna (sempre Perdente) su quelle pagine ed è stato soprattutto doloroso, come King mi ha detto tante volte.
Il fatto che crescere faccia un male del diavolo è la pietra angolare su cui il film di Muschietti è costruito. Si cresce pagando un prezzo fatto di perdite strazianti, di sconfitte laceranti e di paure inconfessabili. I Perdenti incontrano un mostro, ma il loro dolore è quello di tutti noi lettori e, anche senza mostro, rimane invariato. Per questo, in fin dei conti, Pennywise nel film appare così poco. Non è lui il protagonista, sono dei ragazzini che cercando conforto combattendo insieme. A un certo punto, Bill dice che preferisce entrare nella casa di Neibolt Street piuttosto che tornare a casa sua. Ecco, basta quella linea di dialogo per riportare in un film l’essenza di IT e sono sinceramente triste che non sia stato capito questo enorme sforzo di sintesi compiuto per dare vita a un film difficilissimo come questo, un film che ho sempre pensato non sarei mai riuscita a vedere.
E invece l’ho visto e, se non era tutto ciò che nella mia testa ho sempre desiderato, ci è andato molto vicino. La storia di sette bambini che escono dal blu e finiscono nel nero. Il clown è quasi un accessorio: ciò che davvero conta sono altre cose, il triangolo amoroso tra Ben, Bevvie e Bill, la tendenza di Richie a trasformare il terrore in risata, la dolcezza di Eddie nel correre dai suoi amici superando l’ostacolo della madre, la reticenza di Stan, il taglio dei capelli di Bevvie, le lacrime di Bill, le guance rosse di Ben. E il fatto che, esattamente come nel romanzo, ma in maniera molto più delicata e attenta, sia Bevvie a tenerli tutti uniti quando il gruppo pare frammentarsi in sette piccole monadi alla mercé del mostro. Perché il mostro è la solitudine, il mostro è una vita adulta che non ti darà il permesso di vivere i rapporti con la stessa passione viscerale con cui si vogliono bene questi sette ragazzi.
Forse tutto questo mi è arrivato perché ho letto il romanzo, ma io credo che non sia così, credo sia stato ben chiaro nella mente di Muschietti sin dall’inizio e non mi importa se il film non è abbastanza marcio, se il padre non stupra Beverly, se Stan non vede una donna che si masturba in sinagoga e se non ci sono continui rimandi al sesso come nella sceneggiatura di Fukunaga; non mi interessa che il materiale sia stato edulcorato in qualche punto. Mi basta la scena del giuramento per ringraziare tutti ed essere felice perché questo film esiste.
Il compromesso cui è arrivato Muschietti è un piccolo miracolo. Invece di rompere le palle al prossimo, teniamocelo stretto. Oppure facciamoci dare trentacinque milioni di dollari dalla Warner e giriamolo noi, perché di sicuro lo avremmo fatto meglio, vero?

Articolo dedicato a Erica e a Francesca, perché anche loro sono rimaste nei Barren fino alla fine.
E anche ai miei amici: “Forse non esistono nemmeno amici buoni o cattivi, forse ci sono solo amici, persone che prendono le tue parti quando stai male e che ti aiutano a non sentirti solo. Forse per un amico vale sempre la pena avere paura e sperare e vivere. Forse vale anche la pena persino morire per lui, se così ha da essere. Niente amici buoni. Niente amici cattivi. Persone e basta che vuoi avere vicino, persone con le quali hai bisogno di essere; persone che hanno costruito la loro dimora nel tuo cuore.”

 

 

50 commenti

  1. Ho pianto, di nuovo. Grazie amica.

    1. Io è da sabato che piango. Grazie a te ❤

  2. Ti voglio benissimo, amica.
    Io se ripenso al faccino di Ben, a quello sguardo doloroso quando capisce che sì, maledizione, Beverly è innamorata ricambiata di Big Bill ma lui il “capo” lo rispetta e accetta questo destino infame, mi sciolgo di nuovo in lacrime.
    Non sarà un capolavoro questo It ma a me è bastato eccome.

    1. Infatti non è necessario che sia un capolavoro, perché il capolavoro ce l’abbiamo ed è il libro. Però ne è degno, basta leggere tra le righe e andare un po’ al di là degli spaventi, anche superficiali, di cui il film è pieno. Alla fine non è semplice rendere così bene un’amicizia come quella dei Perdenti. E no, Stand By Me era molto, molto più semplice.

  3. Dario Lazzari · ·

    Una grande, come sempre. ❤

    1. Grazie! ❤

  4. Davide Locatelli · ·

    Ho capito oggi una cosa che per molti anni mi era sfuggita sia nel libro che nella vita. Grazie

    1. Però adesso voglio saperlo anche io 🙂

  5. appena finisco la lettura di Lasciami Entrare, anche lì il passaggio infanzia/adolecenza in un mondo di perdenti, genitori distratti ecc..ecc.. rileggo It. Salto la pagina della morte del gay, che se no non dormo per giorni e lo rileggo. Non è il libro di King che ho riletto più volte, da adolescente era Christine per via del protagonista in cui mi rivedevo, ma rimane un’opera letteraria di grandissimo valore. Ora vedo, appena posso vado a veder anche il film con mia moglie. Non è nella lista delle cose imperdibili, per me, ma le varie recensioni mi hanno messo curiosità. Anche quelle negative quando si usa un linguaggio consono e non da ragazzino ribelle, quando sei un sfatto quarantenne.

    1. Io lo metterei prioritario perché è un lavoro che è degno di essere visto al cinema. Ma proprio per lo sforzo di adattamento che è stato assolutamente miracoloso.

  6. Premetto che non ho letto il libro e che King non rientra nelle mie letture.

    Il film mi piace nella prima metà. Le scene da ‘thrills’, horror, fatte benissimo, la suspense nei momenti topici anche. Pennywise come dicono a Roma è ‘da paura’, davvero. Impossibile rimanere impassibili.
    Ma stuccarsi un film intero recitato ‘solo’ da bambini è troppo. Va bene per la prima oretta, ma poi non è facile assorbirseli con tanto delle loro turbe e menate per due ore e più, inficianti quindi loro malgrado un finale di trama prevedibile.
    Non gliene voglio mica male, per carità, che non siano dei professionisti. Sono bambini, eh.

    Lo so: son fuori dal coro, penso più per i miei gusti letterari in ‘sto caso, ma non è una bocciatura… anzi se metà dei film che escono in sala fossero così, darei una costola.
    Ma son dovuto esser oggettivo e onesto.

    Rispettosamente

    1. È che IT è la storia di quei bambini, quindi non poteva essere diverso da ciò che è, da questo punto di vista.

      1. Ma infatti la storia è quella e i protagonisti pure. Amen.
        Quindi colpa e colpevole praticamente non ce ne sono(!)
        Posizione la mia opinabilissima…

        Purtroppo le storie per bambini, anche se didascalicamente utili ai grandi, sono per bambini… sopratutto se il minutaggio è tale.
        Però uno direbbe che certe cose non sono mai abbastanza ovvie e acquisite anche se più vecchi… Forse. Se sei un muro però, ahahahah… SCHERZO

        Allora “perché sei andato a vedere IT?”
        Voglia di horror, anche se a dosi parziali… di ‘sti tempi va bene anche del buon metadone.

        Comunque mi piaci come scrivi, lo ripeto, quindi scusami se ti replicò contro, come in ‘sto caso, ma la colpa è tua.

        Ciao e grazie

        1. Ma figurati! Non devi assolutamente scusarti: sei civilissimo, esprimi un’opinione e, anche se non è la mia stessa, non mi stai affatto replicando contro. Si sta parlando 🙂

  7. Lorenzo · ·

    Penso che tu sia una delle poche persone che hanno parlato di questo film in modo coerente e corretto, senza cadere nel “capolavoro” o “merda” totale, ammettendo che sì, ha i suoi grandi pregi, ma anche qualche difetto.
    Sempre tenendo conto del budget che, per i tempi odierni, è una cacchina rispetto ai fantastilioni che siamo abituati a sentire.
    E poi fa sempre piacere leggere recensioni scritte con tanto affetto per King. Fra kinghiani ci si capisce!

    1. No, in realtà molti miei colleghi/e stanno cercando di far passare lo stesso concetto in questi giorni: proviamo a prendere le distanze dalla dicotomia capolavoro/merda e cerchiamo di fare delle analisi un po’ meno bipolari, ecco 😀
      Comunque, ti ringrazio del commento ❤

  8. Mi hai fatta frignare un pochino.
    Tu e anche Muschietti

    1. Io al cinema ho avuto bisogno di parecchi fazzoletti 😀

  9. Alberto · ·

    Io l’ho trovato magnifico, e non avendo voluto leggere anticipazioni ho imparato solo ieri mattina che raccontava metà della storia. Skarsgard fa davvero spavento, i ragazzini te li ricordi come gruppo ancora prima che singolarmente, e questo per me è un pregio. L’atmosfera malata di Derry fa venire i brividi, e nonostante fosse rischioso far apparire Pennywise praticamente dall’inizio, ogni volta che entra in scena ti fa saltare sulla sedia. Sono uscito col groppo in gola, e mi urta parecchio dover aspettare due anni per la seconda parte.

    1. Il fatto di dover aspettare due anni è una crudeltà senza eguali.
      Però due anni permetteranno agli autori di fare un lavoro forse ancora più accurato di questo e ricordiamo che la parte davvero tosta da adattare è quella degli adulti.

      1. Giuseppe · ·

        Se il buongiorno si vede dal mattino -perché pure per me è stato un BUON mattino- credo che il risultato finale ci ripagherà ampiamente di questi due crudeli anni di attesa (e forse, chissà, vedremo il preistorico arrivo di IT dai pozzi neri al di là dell’universo) 😉
        Muschietti è davvero riuscito a trasporre ed adattare il giusto in queste due ore e un quarto scarse, cercando comunque di sacrificare il meno possibile i necessari riferimenti a tutto quello che, per ovvie ragioni di minutaggio e budget non faraonico (vedi una CGI raramente al top), non poteva essere realizzato per esteso come ad esempio la fine di Eddie Corcoran o il massacro degli anni ’30, qui presente come murales. Applausi a scena aperta per i protagonisti: i Perdenti mi hanno sentire come fossi lì con loro per tutto il tempo, esattamente come quando lessi e rilessi il libro: tutte facce azzeccatissime, capitanate da una magnifica Sophia Lillis (penso solo al primo incontro fra Beverly e Ben) e impegnate a confrontarsi con i drammi, i dolori e le “mostruosità” della loro adolescenza prima ancora che con la terribile forma clownesca di IT (superbamente interpretata da un “alieno” Bill Skarsgård), mortale nemico mutaforma che senza il ruolo fondamentale di Bev nel rinsaldare il loro legame avrebbe senz’altro avuto gioco facile nel predarli a uno a uno…
        P.S. Degnissimo post, con toccante e assolutamente necessaria chiosa kinghiana finale ❤

        1. Grazie ❤
          Eppure molti lo hanno criticato con un'acrimonia che di solito si riserva alle vere e proprie patacche 😀
          Forse c'è un investimento emotivo troppo elevato su questo film, forse non soddisferà mai pienamente nessuno.
          Io invece sono solo felice che esista.

  10. Articolo stupendo. A un certo punto mi sono quasi commosso. Per quanto riguarda il film i miei elogi vanno prima ai Perdenti. Gli attori che li interpretano sono davvero molto bravi (Sophia Lillis soprattutto). Sono caratterizzati benissimo e mi dispiace che Mike, e anche un po’ Stan, siano stati messi un po’ da parte ma, come hai detto tu, il film durava solo due ore ed era quasi impossibile far rientrare tutti in quel poco tempo. Bill Skasgrad è un Pennywise eccezionale, è qualcosa di innaturale, qualcosa che stona tremendamente con tutto ciò che è umano e che indossa una maschera terrificante. Ho apprezzato il fatto che sia veramente un predatore che utilizza le debolezze dell’altro per i suoi scopi, ciò lo rende ancor più diabolico e inquietante. Muschietti è molto bravo nel suo lavoro e noto in certo miglioramento rispetto a La Madre (film che ho apprezzato seppur avesse diversi problemi). La CGI non mi ha entusiasmato molto, soprattutto con la “donna che guarda sempre”, design fantastico ma si vedeva che era fatta totalmente in digitale. E anche i jumpscares: alcuni sono geniali e fatti bene (e ben contestualizzati al contrario di altre pellicole), però alcuni potevano essere pure evitati. Alla fine, nonostante le differenze, sa essere una degna trasposizione dell’opera letteraria perché alla fine mi ha dato le stesse sensazioni del libro. Il rapporto dolce e ingenuo dei ragazzi mi commuove sempre e mi hanno divertito tantissimo. Come mi hanno detto alcuni, entri in sala spaventato e ne esci fuori commosso.

    1. Sì, alla fine il sentimento che prevale è una forte commozione e partecipazione alla vita di quei ragazzi. Sono contenta che alla fine lo abbiamo provato in tanti.

  11. Anche quando siamo in disaccordo su determinate cose (ma anche quando lo siamo su tutto) resti comunque una delle poche che MI PIACE leggere.
    Soprattutto perché lasci i paroloni a quelli che ci tengono a riempirsene la bocca e preferisci usare gli Occhi Del Cuore di Borisiana memoria.

    1. Grazie 🙂

  12. Eh sì, eh sì, cara Lucia, siamo proprio vicini di casa dello Spirito, io penso. Complimenti per la recensione, che condivido punto per punto. Ne scriverò una anch’io, molto lunga, quando avrò un solo attimo di tempo libero. A presto.

    1. La aspetto!

  13. Due premesse. La prima: ti seguo da un paio d’anni e penso che tu scriva come Lester Bangs, con la differenza che Bangs scriveva divinamente ma non capiva nulla di musica, tu scrivi divinamente E capisci di cinema. Seconda premessa: IT è, come per te, uno dei miei libri preferiti.
    E andiamo a noi: il tuo discorso non fa una grinza, l’unica mia obiezione è che, forse, il grande schermo non era il mezzo più adatto. Ci voleva una miniserie in più puntate che si prendesse il tempo necessario. Per il resto, se non si è letto il libro, il film funziona e anche bene.
    Piccola osservazione su un tuo post vecchio in cui parlavi della parte in cui Beverly “aiuta” il gruppo a ricompattarsi (parlo della versione cartacea) e in cui dicevi che, in fondo, non ti convinceva.
    <>.
    Permettimi di dissentire. Quella parte, oltre ad essere tenerissima, contribuisce a caratterizzare ancora di più Beverly come bambina e, in futuro, come donna. Bevvie ha problemi di autostima e nel momento in cui i maschi sono in difficoltà (o sono arrabbiati, il che è fondamentalmente la stessa cosa) non sa fare altro che “darsi” e annullarsi. Considera il sesso un qualcosa di salvifico, ma mentre con i suoi amici funziona, perché quei sette sono magia pura, nella vita reale le cose vanno in modo diverso (Tom Rogan?).
    Un abbraccio.
    massimo

    1. Io sono sempre per la supremazia del cinema rispetto al piccolo schermo. Credo avrei accolto una serie tv con molto meno entusiasmo, perché preferisco tagliare che allungare il brodo, magari diluendo la storia di KIng in quattro o cinque stagioni.
      Per essere un film di due ore, mi è parso rispettosissimo, ma questa è l’impressione che ho avuto io, e ti assicuro che il libro l’ho letto. Però è davvero una questione di percezione completamente soggettiva.
      Credo che ognuno di noi avesse il suo IT in testa e che qualunque trasposizione avrebbe tralasciato dei dettagli per i lettori fondamentali.

      Su Beverly, preferisco come hanno risolto la faccenda nel film. Non mi è mai piaciuta quella sezione del romanzo e perché non credo sia giusto sessualizzare così tanto il personaggio.

  14. Carlito Brigante detto Charlie · ·

    Ti faccio i miei complimenti per lo stile in cui hai scritto questo articolo, davvero fluido e godibile. Non sono d’accordo però con alcune delle tue osservazioni: non trovo così riuscito il lavoro di caratterizzazione dei personaggi, che mi sembrano abbozzati e superficiali così come superficiale e di contorno risulta la presenza di Derry, ridotta per me a semplice sfondo omologato ad altri di mille altri film americani con la differenza che qui si staglia sullo sfondo la statua gigante di un boscaiolo barbuto che boh, è un boscaiolo barbuto e nulla di più.
    Per arrivare pronto al film, ho letto il libro, cosa che non avevo avuto il coraggio o la voglia di fare ai tempi che furono.
    Trovo che Muschietti abbia diretto un film ben confezionato, impeccabile dal punto di vista narrativo e registico e perfettamente adeguato allo standard dei film blockbuster odierni. Ma che abbia shakerato e mixato troppo lo svolgimento della storia originale, rendendo il tutto eccessivamente piatto in alcuni momenti e ironico/favolistico in altri . Detto questo, ritengo che Bill Skargard sia eccezionale nel ruolo di Pennywise e che solo la sua presenza, che a mio avviso fa da sola il film, valga il prezzo del biglietto. Grande prova di attore, con buona pace dellla CGI a budget ridotto.
    Mi permetto di incollare il commento che ho scritto in un altro blog,in cui ho cercato di dire la mia.
    Senza block notes per criticare tutto, senza la sottile voglia di sentirmi migliore di chi si è approcciato a questo film senza aver letto il libro (è un pieno diritto, un film è un film, deve funzionare a prescindere dalla fonte a cui attinge. Shining docet).
    Perchè comunque è bello discutere di Pennywise fra malati di Pennywise, in fondo siamo tutti perdenti perchè abbiamo tutti vissuto le sensazioni e i momenti dei 7 eroi ai margini dell’esistenza e IT ha terrorizzato le nostre infanzie esattamente come le loro.

    “Questo è il mio primo commento su questo blog che seguo silente da un po’ (come Pennywise segue, nascosto nelle cisterne di contenimento delle acque, i giochi dei losers ai Barren con i suoi occhioni arancioni di 50 cm di diametro, nelle pagine del mattone/capolavoro dello scrittore più discusso ma meno discuitibile dell’ultimo trentennio occidentale).
    Lo faccio con IT perchè, come penso moltissimi su questo blog e nel paese tutto, ho passato l’infanzia e la preadolescenza terrorizzato da quel maledetto clown timcurresco, tanto da riuscire a vedere la mini serie solo in pieno liceo dato che a otto anni per provare il puro terrore (che rende tanto succose le carni dei bimbi) mi erano bastate le pubblicità di Italia Uno alle sette di sera.
    It è stato un mio fedele compagno di terrore per molti, troppi anni, perchè l’uscita nelle sale di una versione cinematografica non mi scatenasse un hype interiore potentissima, tanto che per arrivare criticamente pronto alla visione ho fatto quello che avevo provato a portare a termine senza riuscire tanti anni fa: leggere il libro prima di vedere il film in sala. (Ed è in questo che penso che (il libro di) IT abbia la sua forza maggiore, il suo essere uno spiattellamento continuo in faccia al lettore di come vanno le cose nella vita, di quante volte si finisca per non portare a termine le nostre azioni per mancanza di reale volontà e forza di affrontare ciò che ci disturba e ci fa affaticare mentalmente. E di come sempre in tutto ciò giochi il suo ruolo la nostra prima educazione infantile e la formazione ambientale e familiare ricevuta quando siamo più piccoli, ingenui e fondamentalmente puliti da ogni preconcetto e pregiudizio).
    Quindi ho letto 27 pagine al giorno e ho finito le 1200 pagine della nuova edizione (finalmente leggibile e tenibile in mano senza slogature di polsi varie) sabato 21, giorno in cui avevo prenotato i miei biglietti in poltrona vip, da vero fomentato ma soprattutto perchè nel bene o nel male, IT sta facendo il tutto esaurito sempre ad ogni spettacolo dall’uscita nelle sale americane a inizio Settembre e rischi di non trovare posto se non arrivi in tempo. E qualcosa vorrà pur dire.
    E lo dice: IT è un film mainstream, perfetto nel meccanismo di inchiodamento alla poltrona, per come si tengono inchiodati alla poltrona gli spettatori nel 2017. Regia sapiente, fotografia eccellente, narrazione fluida, una giusta dose di jump scares, effetti speciali notevoli e usati bene, un po’ di spirito Goonies che va tanto di moda di questi tempi nei film corali con protagonisti adolescenti, e quella dose di superficialità nella caratterizzazione di personaggi e paesaggio che ti fa tornare a casa sentendo che comunque il cervello lo hai potuto spegnere sufficientemente per non doverti portare in sala i cazzi settimanali di lavoro/amore/famiglia.
    E soprattutto in questo film c’è la presenza di un magistrale Bill Skarsgård. Meraviglioso nella sua interpretazione, diversa dal Bob Gray/Pennywise di Tim Curry, ma così più articolata e vicina al romanzo (lui l’ha letto di sicuro, mi sa più di una volta) da farti uscire dalla sala comunque contento anche se, come me, ti sei trovato di fronte a una visione che mutila, mixa, shakera e risputa il libro esattamente come (se non peggio) della prima mediocre versione televisiva del 1990.
    Bill a mio parere è l’essenza di questo film dalla sua prima apparizione alla sua prima (non definitiva) sparizione. Ti fa venire voglia di rivederlo sbattendotene di tutte le altre considerazioni (ma in inglese, in italiano il lavoro di doppiaggio svolto è a dir poco degradante per la performance dello spilungone svedese), per godertelo più volte che esce da un frigo tutto accartocciato esclamando: “Time to float!” e inizia a camminare come un vero buffone verso Eddie imitandone malvagiamente il respiro asmatico mentre il poveretto a terra sta passando un momento di merda da Guinness dei primati ed ha pure un braccio rotto. Però Bill è così bravo e convincente che comunque trovi l’atteggiamento accettabile e ti senti pure una merda perchè ti viene da ridere vedendolo che fa il bastardo con un ragazzino.
    Perchè l’esperienza IT per me e penso per tutti noi è non solo ma soprattutto Pennywise, la malia che l’IT entità soprannaturale e interuniversale del romanzo utilizza più di ogni altra per palesarsi nel suo ristorante preferito (la cittadina di Derry), alle sue varie portate (grandi e piccini assortiti).
    Quindi godetevelo e rigodetevelo questo Pennywise venuto dal freddo, perchè gasa e non poco, così maleducato, arrogante, soverchiante e bullo come deve essere uno che ti deve far cagare sotto, sia un pagliaccio dentato o un bulletto di periferia che di cognome fa Bowers.
    Ma sappiate che, come era prevedibile, questo film delle atmosfere cupe, affaticate e perdenti che impregnano il romanzo di S.K. non conserva nulla, se non la perfetta trasposizione del dialogo nella scena iniziale di George che si fa la sua storica chiaccherata con il nostro anti-eroe nel tombino. Quella scena Muschietti l’ha tracopiata carta-carbone dal romanzo, ma personalmente come conoscitore del libro non mi è piaciuta come scelta, mi sa tanto (per lo meno è stato così per me) di specchietto per le allodole. Se non vuoi fare un film che aderisca al libro, non mettere nessun ammiccamento al libro nella sceneggiatura, e soprattutto non nella scena iniziale che è anche il trailer del film, perchè personalmente ci avevo riposto delle speranze nella aderenza al libro che quell’incipit prometteva e mi sono sentito quindi un po’ preso per il culo.
    Muschietti per rimediare alle mutilazioni e agli stravolgimenti effettuati nella sua sceneggiatura inserisce simpatiche Easter Egg (la bottiglia di birra rotta da Richie fuori dalla casa di Neibolt Street si chiama Bob Gray, nome che si da IT nel libro; il muro della scena in cui i perdenti curano Ben dopo le mazzate ricevute da Henry Bowers raffigura un massacro perpetrato ai danni di una banda di fuorilegge arrivati a Derry negli anni 30 descritta nel libro) ma a me sono suonate più che altro come un tentativo di dare una carezza a chi conosce il libro strizzandogli l’occhio e sussurrandogli sommessamente all’orecchio: guarda che lo so che ho fatto un macello con la trama originale eh, infatti vedi che per come posso dei riferimenti li metto?
    Un po’ poco a mio avviso, ma alla fine tutto questo conta quasi niente, perchè il film per me non passerà la prova del tempo e cadrà nell’oblio come i ricordi dei protagonisti del libro, ma il Pennywise che ci ha regalato (non per merito della Warner nè di Muschietti, sia chiaro e nemmeno della CG) è già un personaggio cult, un instant classic che ti entra nel cuore come solo pochi anti-eroi hanno saputo fare e ti fa andare a lavoro con una frase che ti gira nel cervello in loop da giorni….Time to float!
    E’ tempo di galleggiare amici.”

    1. Ma sai, per me, fermo restando che capisco il tuo commento e credo sia anche giusto, il protagonista del romanzo non è mai stato Pennywise. Per me Pennywise è un accessorio importante, sì, ma comunque collaterale rispetto ai bambini. perché è comunque filtrato dal loro punto di vista ed è un mutaforma, che cambia a seconda di come loro lo vedono.
      Secondo me ormai quasi nessun film passa la prova del tempo, perché non c’è modo di sedimentare nell’immaginario collettivo, ma è un discorso molto lungo da fare e non è questa la sede.

  15. Per non spolierarmi il film non ho letto tutto l’articolo, ma sono felice che qualcuno abbia finalmente dichiarato che il “vecchio” film di IT è un obbrobrio. In questo periodo tutti lo esaltano come un Cult. A parte che faccio fatica a considerare S. King uno scrittore horror: scrive bel libri, che sono dei thriller-fantasy con qualche tocco gore, ma di horror c’è poco. Si vede chiaramente quando lo si paragona ad un C. Barker od a un D. Koontz. Ma oltre a questo “lack of horror mood” il vecchio IT era girato male, con attori cani (si salvava solo T. Curry in Pennywise) e con effetti speciali che non reggevano al confronto dei sui contemporanei (è uscito nello stesso anno di Allucinazione perversa … quello è un cult).

    1. Per me è uno scrittore horror, perché ho una concezione molto ampia e positiva dell’horror. Niente mi ha spaventato ed esaltato come il romanzo IT, e sì che di horror ne ho letti a pacchi. 😀

  16. Blissard · ·

    Come sempre è un piacere leggerti Lucia, in particolare la seconda parte di questo post ancor più della prima.
    Non sono d’accordo su varie cose, tipo che non ho percepito la malignità di Derry nella pellicola di Muschietti e certe cose le ho trovate proprio di cattivo gusto, in particolare la pulizia del bagno con i Cure in sottofondo, ma è normale, sarebbe strano il contrario.
    Peraltro sono uno dei pochissimi che non è convinto della scelta di casting di Sophia Lillis, molto brava ma troppo bella e dai lineamenti troppo adulti per dare vita ad una Beverly credibile al 100%, ma può essere che questo sia imputabile all’imprinting che ho ricevuto dal film tv visto ai tempi dell’adolescenza

    1. Grazie 🙂
      Ma perché la pulizia del bagno l’hai trovata di cattivo gusto?
      Comunque non sei il solo a dire una cosa del genere su Bevvie: un’amica con cui sono stata al cinema ha detto esattamente la stessa cosa, quasi con le tue stesse parole.
      Forse sì, forse è perché nella serie lei è molto bambina e qui l’hanno resa invece molto più adulta dei suoi amici.
      Però a me è parso che fosse più nello spirito del romanzo.

      1. Blissard · ·

        La scena della pulizia del bagno insanguinato secondo me è uno dei punti focali di IT: è una situazione angosciante per Bev che, grazie al supporto degli altri losers, si trasforma gradualmente in una situazione intima e quasi giocosa, cementando ulteriormente l’unione del gruppo. Nel film di Muschietti invece c’è una cesura nettissima e dall’inquietudine si passa alla goliardia in maniera incongrua, peraltro con in sottofondo i Cure, gruppo che amo moltissimo ma che secondo me nella scena ci sta come i cavoli a merenda.

  17. […] interessanti in merito, andate su: CineFatti, Il Bollalmanacco di Cinema, Aislinndreams, Il Giorno degli Zombi, Dikotomiko e Book and […]

  18. Bella recensione che condivido. sono riusciti a rispettare lo spirito del libro, che sopratutto è una storia di formazione.

  19. Gargaros · ·

    Ci sarebbe anche una terza categoria, ossia quella che il romanzo l’ha letto e l’ha trovato sopravvalutato… Penso che una critica al film più “sincera” possa venire da questa categoria…

    Comunque, alcune cose che dici vorrei verificarle, appena vedo il film. Perché se hai ragione, questo film migliora un’opera narrativa che… brrr…

  20. Premetto che non sono un amante di King, negli anni ho provato più volte a leggere i suoi romanzi e sempre con scarso successo. Paradossalmente “IT” è l’unico che ho portato a termine, ma se ripenso alle volte che ho tentato di leggere “Shining” o “Le notti di Salem” sto ancora a chiedermi come sia possibile che sia arrivato alla fine di quella bibbia da slogamento di polsi. “IT” libro mi è piaciuto un sacco, non mi sento di dare giudizi in merito perchè io non ho conoscenze per farlo, quindi mi limito a dire che leggerlo dopo una prima noiosa parte è stato un vero divertimento. Il film di Muschietti era atteso dal sottoscritto prima ancora che fosse il regista argentino ad occuparsene, anche perchè Fukunaga era per me un motivo valido per attenderlo (nonostante io apprezzi maggiormente i suoi lavori cinematografici che non televisivi). Ora il film è uscito, ho aspettato qualche giorno prima di andare a vederlo e me lo sono gustato splendidamente questo lunedì. In linea di massima credo sia stato compiuto un piccolo miracolo di adattamento, lo spirito del romanzo non è stato tradito, così come i temi che tratta. La scelta di portarlo negli anni ’80 è stata perfetta, questo perchè da modo di giustificare le differenze di alcuni momenti con il racconto, ma anche perchè non c’è bisogno di descrivere nella mente dello spettatore moderno la città di Derry, in quanto paese cinematograficamente esplorato durante l’infanzia di chi lo sta guardando. Basti pensare a tutti quelli che come me sono cresciuti con ET, I goonies o comunque le varie produzioni Amblin dove la cittadina americana è uguale a questa Derry. Chi non ha visto questi film da bambino sarà comunque entrato in contatto con produzioni quali Super 8 e Stranger Things. Ecco che con questa scelta hanno azzerato le prime 300 pagine circa del romanzo dove viene descritto lo sfondo sociale/cittadino degli eventi (le più noiose che abbia mai letto in vita mia), ed allo stesso tempo riescono a svecchiare quelle situazioni anni ’50 ormai fuori tempo massimo per il cinema. Dovremmo fare un discorso a parte su “IT” del film che finalmente è veramente un “Lui” che incarna le paure e non semplicemente un pagliaccio che cerca di spaventare con improvvisi cambi di espressione. Ma detto questo, speravo di non essere prolisso ma non ci sono riuscito, devo ammettere che il film ha dei problemi. Mi è piaciuto parecchio e devo dire che come adattamento è un miracolo, ma come pellicola si nota in più parti la poca praticità del regista in fase di montaggio. Passa lo scontro finale dove come in tutte le scene di azione del cinema moderno sono si casce praticamente nulla di quanto si sta vedendo, ma per come vengono tagliate e montate certe parti del film, si formano dei vuoti narrativi che vengono colmati in automatico da chi ha letto il romanzo, ma che ci sono. Alcuni personaggi semplicemente spariscono, altri sono caratterizzati in maniera stereotipata, ma la cosa che più mi ha fatto storcere il naso è che alcuni protagonisti vedono le loro storie abbandonate nel vuoto. Quanto pesa questo nell’economia del film, molto poco a mio avviso, però è un vero peccato che non si sia optato per aggiungere una ventina di minuti e chiudere qualche arco narrativo in più. “IT” mi è comunque piaciuto, è più emozionante che pauroso, non ha paura di scostarsi dal romanzo per creare una identità propria e allo stesso tempo rimane fedele ai temi del racconto di partenza. Si poteva chiedere di più, ma non ci si può proprio lamentare, anzi chi critica si merita di guardare la serie TV fino alla fine dei suoi giorni XD

    1. Io l’unico vero e proprio “buco” che ho percepito è stato all’ingresso della casa di Neibolt Street. Lì ho fatto proprio un salto e mi sono domandata cosa frullasse nella mente di tutti, in quel momento.
      Forse non è neanche un problema relativo al montaggio in quanto tale. Davvero, non so darti una risposta. Di sicuro quando uscirà il Director’s Cut che prevede almeno una quindicina di minuti in più, ci renderemo conto di tante cose.
      Solo che a me questa storia del film che in sala non te lo puoi vedere completo comincia un po’ a stufarmi. Va bene le extended version e i director’s cut, ma qui si sta un po’ esagerando!

      1. Diciamo che sta sfuggendo di mano ai produttori. Va bene che superare le due ore e venti vuol dire uno spettacolo in meno al giorno a sala, però stiamo esagerando. Ho letto della versione estesa e delle probabili scene aggiuntive. In teoria Mike e Stan sono quelli che più di tutti ne beneficeranno. Infatti sono anche i più castrati nel film

        1. Però Stan viene fuori in tanti piccoli dettagli (il modo in cui “parcheggiano” le bici, per esempio), mentre Mike non esce proprio fuori per niente.

          1. Viene fuori nei dettagli perché hai letto il libro è metti pezzi. Ma a parte quel momento in cui si vede che è precisino manca tutta la parte nella chiesa per cui viene prima preso in giro dagli amici e poi ripreso dal padre. Passano i mesi ma non si sa più niente. Magari voglio troppo io, ma ha il gusto di lavoro a metà

          2. Sì sì, su Stan mancano dei pezzi, senza alcun dubbio, ma il vero massacro è stato fatto sul povero Mike che neanche se unisci tu i puntini da lettore, viene fuori. E mi dispiace sinceramente perché è un personaggio che avrebbe meritato di più.
            Vediamo che succederà con il DC, ma anche con il secondo capitolo, dove credo che Muschietti potrà essere più libero. Guarda, se è il caso, facciamo anche altri due film, non mi formalizzo.

          3. Si Mike sembra proprio inserito a forza quando in realtà è una figura chiave in quanto ponte tra le due generazioni. A meno che il compito non venga assegnato a un altro personaggio visto che è Ben quello interessato alla storia di Derry

          4. Però è Mike che rimane, o almeno così ha detto Muschietti. Vedremo cosa combineranno con il secondo capitolo.

  21. tullipan · ·

    premetto che non ho ancora visto il film e conto di farlo nel week end, volevo staccarmi prima degli spoiler ma non ce l’ho fatta.
    Perchè leggendo te ho capito tanto di un libro che a 13 anni mi ha terrorizzato parecchio, e ora ho solo voglia di rileggermelo d’un fiato.

    1. Innanzitutto ti ringrazio 🙂
      Rileggerlo da adulti è un’esperienza che consiglio a tutti, soprattutto se si ha la stessa età dei Perdenti da grandi

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