Fantasmi per Halloween: Fragile

 Regia – Jaume Balagueró (2005)

Il revival di fantasmi a cui abbiamo assistito nell’ultimo periodo, e grazie al quale James Wan e Jason Blum si sono pagati il villone con piscina, ha radici lontane ed europee. Spagnole, per la precisione, e risalenti più o meno agli anni tra il 2001 e il 2007, quando negli Stati Uniti a produrre storie di spettri e di case infestate c’era giusto la Dark Castle con i suoi 13 Spettri e Case sulla Collina, divertentissimi per carità, ma lontani anni luce dalle inquietudini gotiche e dai terrori ultraterreni che narrazioni simili dovrebbero suscitare.
E così, senza jump scares, senza baracconi, senza neanche un uso poi così esteso dell’effetto speciale, tre registi, che possono essere definiti i pionieri dell’horror spagnolo del XXI secolo, si sono messi a dirigere ghost story con la singolare prerogativa di possedere un cuore grande così, film magnifici da un punto di vista estetico e con una profondità straziante da quello narrativo. Sto parlando di Alejandro Amenábar, Guillermo del Toro (che non importa sia messicano: il suo La Spina del Diavolo è un film spagnolo) e il nostro eroe del giorno, Jaume Balagueró. Anche l’exploit di Bayona, nel 2007, con El Orfanato è una conseguenza diretta del lavoro di quei tre. E sì, oggi non parliamo di sicuro del film migliore del mucchio, ma di quello meno apprezzato e di cui si è sempre parlato molto, troppo poco. 

Fragile è un film spagnolo, ma girato in inglese e con cast internazionale, come del resto Balagueró era solito fare spesso, agli inizi della carriera: dopo l’esordio con The Nameless (Los sin nombre), tratto dal romanzo omonimo di Ramsey Campbell, il regista firma infatti Darkness, produzione spagnola con troupe spagnola e location spagnole, ma anglofona e con attori provenienti da Stati Uniti, Gran Bretagna e persino Italia. Darkness costa relativamente poco, anche se è uno degli investimenti più cospicui della Filmax di Julio Fernández, produttore fisso di Balagueró e una delle persone che più dovete ringraziare per la rinascita dell’horror spagnolo, oltre che per aver dato la possibilità a Yuzna e Gordon di farsi una carriera al di fuori degli USA.
C’è Fern
ández dietro Balagueró, sempre. E c’è anche, in qualità di produttore esecutivo e distributore, dietro questa co-produzione con l’Inghilterra, girata in parte all’isola di Wight, dove il film è ambientato, e in parte a Barcellona, per gli interni, con una all’epoca star americana come protagonista (Calista Flockhart) e un variegato gruppo di attori e caratteristi di assodata bravura. Dalla Spagna, Balagueró si porta dietro Elena Anaya (che ora fa la cattiva sfigurata in Wonder Woman) e, in un piccolissimo ruolo, Ivana Baquero, Ofelia in persona, insomma, prima de Il Labirinto del Fauno e ai tempi una presenza fissa nei film della Filmax. 

Una delle caratteristiche più spiccate delle ghost story di nazionalità spagnola era il ruolo centrale assunto dai bambini e Fragile non fa eccezione: è ambientato in un ospedale pediatrico che sta per chiudere. In seguito a un brutto incidente ferroviario, nella nuova struttura che dovrà ospitare i bambini mancano i letti e alcuni pazienti sono obbligati a rimanere nell’ospedale in via di smantellamento. Un posto strano, con un piano (il secondo) chiuso dagli anni ’50 e diventato inaccessibile, una leggenda relativa al fantasma di una “bambina meccanica” che si aggirerebbe proprio da quelle parti e uno dei piccoli ricoverati che, una notte, ha riportato due fratture alle gambe senza alcuna causa apparente, come se si fossero rotte da sole.
Una nuova infermiera, Amy, arriva all’ospedale per sostituire una collega del turno di notte, andata via improvvisamente. Cominciano, com’è ovvio per una ghost story, a verificarsi fatti bizzarri. Il campionario è il solito, quello fatto da rumori strani (ma possono essere le tubature vecchie), bisbiglii e sussurri, bambini convinti di aver visto qualcosa, un edificio quasi vuoto, scricchiolante, tutto corridoi, angoli bui e ripostigli.

Il contesto, in un film di questo tipo, è fondamentale, perché si parla di un luogo dove i bambini sono ricoverati in lunga degenza, molti di loro sono anche destinati a non uscirne mai e la morte è un sottofondo perenne. È già lugubre e triste di suo e non c’è alcun bisogno di calcare la mano. La classe di un regista come Balagueró si nota anche e soprattutto dal modo in cui ci racconta l’ospedale, i suoi pazienti, il piccolo microcosmo di infermiere, medici e operatori vari che ancora lavora lì dentro, prima che sia chiuso per sempre e venga abbandonato, insieme ai suoi segreti. Anzi, dal modo in cui non lo racconta, ma lo lascia quasi fuori fuoco, infondendo a ogni inquadratura quel filo sottile di angoscia che è sufficiente per capire quanto dolore risieda tra quelle mura, le impregni quasi, faccia da tappeto a ogni conversazione a ogni gesto dei protagonisti.
C’è solo una scena in cui il film ci mette di fronte alla tragedia di queste vite appena cominciate e così precarie, quando ad Amy viene detto che il tramite tra noi e l’al di là è rappresentato dalla vicinanza della nostra morte, e vediamo con chiarezza una carrellata di volti infantili presi dagli archivi dell’ospedale. Bambini morti decenni prima, e ogni volto è una coltellata.

Di Balagueró ho sempre ammirato la semplicità della messa in scena: se si esclude Rec, con la sua natura stilistica particolarmente definita, gli altri suoi film sono dei gioielli di pulizia. Non c’è una scena in cui la frenesia prenda il sopravvento, neanche quella, tesissima, in cui Amy resta bloccata in ascensore con un bambino o quella, abbastanza difficile da sostenere per chi ha paura degli aghi, dell’evacuazione dell’ospedale. Balagueró sembra avere sempre il controllo assoluto, un senso di chiarezza narrativa che ha la priorità sull’esibizione fine a se stessa e delle scelte nella composizione dell’inquadratura che sono splendidamente gotiche e hanno un sapore antico, di un modo di fare cinema caduto in disuso. 

Fragile è un film che fa paura senza che ci sia neppure il minimo salto sulla sedia, e dove le apparizioni spettrali non sono quelle del tunnel dell’orrore di un luna park, ma arrivano lentamente, sono rarissime, silenziose e, proprio per questo, difficili da dimenticare. La scelta di dare al fantasma un aspetto raccapricciante e, allo stesso tempo, di centellinare la sua presenza sullo schermo, oltre a lasciare la sua figura avvolta nel mistero, permette anche di non commettere gli stessi errori di tanti film di spettri contemporanei, ovvero l’abuso di effettistica in post-produzione, quella cosa che, per restare in ambito spagnolo, ha ammazzato un gran film come Mama. Ma lo stesso, quelle gambe imbracate in un antiquato sistema di protesi che somiglia a uno strumento di tortura medievale restano impresse nella mente dello spettatore.

Paura e commozione, perché (e anche questo è un tratto distintivo delle ghost story spagnole) una bella storia di fantasmi deve essere triste, deve portarsi dietro il rimpianto delle cose perdute, il dramma degli errori commessi, la silenziosa sconfitta delle vittime. In Fragile c’è l’idea molto potente del fantasma come entità rimasta legata a questa terra per mezzo dell’amore. Non è il posto che conta, non il luogo della morte o la sua violenza. Tutto ciò che conta è un sentimento intrappolato a metà tra due mondi, che può tramutarsi in orrore o in salvezza a seconda della direzione intrapresa da quell’amore. Per una volta tanto, non l’amore tra un uomo e una donna, ma quello di una bambina per chi si è preso cura di lei, in una dolcissima reinterpretazione de La Bella Addormentata nel Bosco.
I registi spagnoli che hanno rivitalizzato l’horror del loro paese (e hanno dato una bella spinta all’horror in generale) avevano ben chiara in mente la forte valenza emotiva delle storie di fantasmi e non hanno avuto alcuna reticenza ad andare a fondo con i sentimenti. Fragile, La Spina del Diavolo, The Others, El Orfanato, hanno in comune tutti questo grande spazio dato ai personaggi e alla loro umanità, sono l’espressione di una sensibilità particolare nel trattare certe tematiche che, per un certo periodo di tempo, è stata unica al mondo. Poi si è diffusa a macchia d’olio e, se vi siete commossi come me davanti alle vicende dei Warren, sapete chi ringraziare, chi è tornato a capire che una storia di fantasmi deve, prima di tutto, essere la storia del dolore e della tristezza dei vivi.

 

9 commenti

  1. bel film, bella recensione 🙂
    Per restare in tema, ti consiglio “Ghost Story” di John Irvin (con gente come Fred Astaire e Douglas Fairbanks), una variazione tanto classica quanto atipica sul genere.

    1. E certo, è tratto dal meraviglioso romanzo di Straub! ❤

  2. Blissard · · Rispondi

    Bellissima recensione per un film che effettivamente è stato deprecato a destra e a manca per motivi a me oscuri.

    1. Motivi oscurissimi. Non si capisce proprio.
      Grazie 🙂

  3. Giuseppe · · Rispondi

    Ottima recensione ad hoc per rendere a “Fragile” quella giustizia che all’epoca (e nemmeno dopo, è vero) non ebbe: probabilmente lo spettatore pensava di trovarci – in parte, forse, anche per via diun cast internazionale- quegli orpelli stile USA (jump scares, effetti, ecc.) dei quali la sensibilità, malinconia e tristezza delle ghost story spagnole non avevano nessunissimo bisogno… ecco, si è tramandata l’opinione che fosse il film a non funzionare granché quando invece, a mio parere, doveva essere stata una gran parte di pubblico a non aver proprio compreso perché funzionasse così com’era. Se cercavate tutt’altro, gente, non era certo Balagueró a dovervi soddisfare…

    1. Che poi, guardando a ritroso tutta la sua filmografia, Balagueró non ha mai toppato un film. Forse soltanto in secondo Rec, ma quello era anche un progetto alimentare e quindi ci sta che lo giri un po’ svogliato. Per il resto, il livello è rimasto sempre altissimo.

  4. Finalmente una recensione che rende giustizia ad un film che adoro e che è stato un po’ snobbato, anche perchè – come hai fatto benissimo a sottolineare tu – sebbene appaia come un film americano incarna horror e tristezza che solo i film spagnoli alla The Orpahange sanno rendere. Ha un “retrogusto” tutto particolare che solo gli amanti del genere sanno cogliere. Comunque la scena delle ossa dei bambini che si spezzano mentre fanno i raggi X è geniale.

    1. Sì, lo hanno un po’ bistrattato e non ho mai capito perché: è una bella ghost story, è elegantissimo, pauroso, commovente. Chissà perché non è mai piaciuto troppo.

  5. Bel film, anche secondo me non ha ricevuto un giusto trattamento dalla critica.

    Piuttosto, anche se non c’entra nulla, ma considerato il nome del tuo blog mi piacerebbe sapere se hai mai visto Eaters, discutibilissimo film di zombi italiano che vidi anni fa fa e che sinceramente all’inizio mi fece ridere. Devo ammettere invece che ha un suo perché tutto sommato, soprattutto se si resiste al dilettantismo che nei primi minuti scoraggia parecchio.

    È talmente trash che secondo me non si può non volergli bene alla fine…

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