1967: Per Favore, non mordermi sul collo

 Regia – Roman Polanski

“A scholar and scientist whose genius was unappreciated, Abronsius had given up all to devote himself body and soul to what was to him a sacred mission. He had even lost his chair at Königsberg University, where for a long time his colleagues used to refer to him as “The Nut”.”

Non avrei mai pensato che il vincitore sarebbe stato Polanski: non è un film poi così apprezzato tra gli amanti del cinema gotico. Anzi, parecchi addirittura lo detestano, e non faccio alcuna fatica a capirne le motivazioni, dato il culto di cui è fatta oggetto la Hammer. Una parodia di questo tipo non è facile da digerire e neanche può vantare la comicità esplosiva di un’altra commedia che si prende gioco dell’horror gotico (ma di filone diverso, quello della Universal anni ’30), ovvero Frankenstein Junior. Non sarebbe corretto neanche un paragone tra i due film, tanto è radicalmente opposta la concezione di comico di Mel Brooks rispetto a quella di Polanski.
Curioso che, in svariate interviste, il regista abbia affermato che Per Favore, non Mordermi sul Collo è il suo film preferito. Sembra quasi un’anomalia, sembra che si incastri a malapena in una carriera che, già all’epoca, andava in tutt’altra direzione. Ma Polanski non ha mai espresso alcun rifiuto nei confronti del cinema di intrattenimento, anzi, e quello che voleva fare con questa commedia gotica era di dare al pubblico due ore di divertimento spensierato, cosa che mi pare gli sia riuscita alla grande.

Il film parla di due inetti e sprovveduti cacciatori di vampiri, il professor Abronsius (Jack MacGowran) e il suo assistente Alfred (interpretato da Polanski) che arrivano in Transilvania e finiscono nel castello del conte Von Krolock (Ferdy Mayne) per salvare la più classica delle fanciulle in pericolo, Sarah (Sharon Tate), rapita dal conte mentre faceva il bagno. Non è che la trama conti poi così tanto, perché è uno schema adattabile a più o meno ogni film di vampiri dell’epoca. Ciò che conta è l’idea di parodia di Polanski: lo slapstick applicato al film gotico, una comicità quasi esclusivamente fisica, che rimanda al cinema muto e dove il povero Alfred a volte somiglia così tanto a Buster Keaton, nei movimenti e nelle espressioni, da fare impressione. La risata (se questo film vi fa ridere, altrimenti pace) non scaturisce dalle battute, come in Franstein Junior, con le citazioni da mandare a memoria, ma dai gesti, dagli inseguimenti, dai capitomboli e da un’attitudine generale tendente al surreale che, inserita nella cornice gotica e vampiresca, dona al film un effetto molto straniante e goffo, di opera fuori posto, girata e non soltanto ambientata in un’altra dimensione.

Forse perché, ribaltando in senso farsesco i canoni narrativi del racconto di vampiri, il film ne rispetta scrupolosamente quelli estetici. Ed è forse questo che più ha dato fastidio ai cultori del genere: l’aderenza perfetta allo stile Hammer di Polanski che diventa quasi una trappola per permettergli di sovvertire i meccanismi in maniera studiata e sottile. La verità è che non siamo abituati a tanta eleganza in quella che dovrebbe essere una versione comica di un horror, e bisogna grattare la superficie fatta di capitomboli, inseguimenti e botte in testa per cogliere l’atmosfera dolcemente malinconica del film, un’atmosfera permeata di cultura est-europea, un’incursione del cinema d’autore all’interno di una cornice gotica che, in alcuni frangenti rimanda addirittura ai racconti di Gogol, tanto per sparare riferimenti culturali velleitari e a cazzo di cane, come spesso si fa da queste parti.

Soprattutto, Dance of the Vampires (chiamiamolo col titolo scelto da Polanski, così gli rendiamo giustizia) è un film di una bellezza da non credere ai propri occhi, con delle sequenze dal sapore fiabesco e onirico girate e fotografate in maniera sopraffina. Prendete, per esempio, la scena in cui Sarah viene attaccata e portata via dal conte mentre è nella vasca da bagno: una finestrella che si apre sul soffitto, i fiocchi di neve che penetrano all’interno della stanza e vanno a incorniciare il volto di Sharon Tate e il rosso del mantello del vampiro che appare all’improvviso, a spezzare con violenza questo attimo perfetto sospeso nel tempo. Siamo all’apice della potenza cinematografica, senza poi sfoggiare chissà quale virtuosismo, ma soltanto con la composizione di un paio di inquadrature. E aggiungo che si tratta anche di una sequenza horror molto efficace, perché se fosse solo una commedia di ambientazione gotica, il film non avrebbe alcun diritto di cittadinanza in questa rubrica (come infatti non ce l’ha Frankenstein Junior, nonostante io lo sappia a memoria e faccia parte dei dieci film della mia vita). Al contrario, Per Favore, non Mordermi sul Collo è un horror gotico che fa anche sorridere. È sì una parodia, ha sì degli elementi farseschi e quel tipo di comicità un po’ datata di cui abbiamo parlato prima, ma tiene per tutto il film una sotto-traccia sinistra, un senso di oscurità che è parte integrante del paesaggio naturale (molti degli esterni sono stati girati a Ortisei), una rassegnazione al perpetuarsi del male e del mistero in luoghi che ne sono carichi, più da folk horror che da horror gotico vero e proprio.

Estremamente raffinato, colto e intellettuale, Dance of the Vampires non è soltanto un’affezionata parodia della Hammer, ma un viaggio alla riscoperta delle radici del mito del vampiro che al cinema, si sa, è sempre stato appannaggio del cinema americano e britannico. Un regista con origini culturali differenti e quindi uno sguardo all’apparenza ingenuo, ma in realtà profondissimo e con un gusto per le stranezze e le note stonate che fanno di questo film un oggetto quasi unico, sia per quanto riguarda le commedie che per quanto riguarda gli horror.
Ed è anche un film coraggioso e sottilmente sovversivo nel non dare al pubblico il lieto fine che ci aspetta da un’opera con dei toni così leggeri. Ecco, se si ha bisogno di una prova che indichi quanto Per Favore, non Mordermi sul Collo non sia poi così leggero la si può trovare nei suoi ultimi minuti, senza vampiri trafitti dai paletti o lasciati a ridursi in cenere sotto il raggi del sole: al contrario, la maledizione è destinata a diffondersi per tutto il mondo.
Come la leggenda letteraria e cinematografica del vampiro, ancora oggi in ottima salute, ma che non è mai più stata trattata al cinema in questo modo.

Dato che a me piace complicarmi la vita e, davvero, non saprei cosa altro dire che non sia stato già detto su due titoli come Suspiria ed Eraserhead, per il 1977 ci addentriamo in territori meno noti, così andiamo a riscoprire qualche film di cui non sapete già tutto e il contrario di tutto, che ne dite?
Quindi partiamo con Rituals, survival firmato da Peter Carter, andiamo avanti con La Macchina Nera di Elliot Silverstein e chiudiamo con Full Circle di Richard Loncraine.

7 commenti

  1. Forse non è un film dalle risate esplosive, ma è comunque divertentissimo, in modo molto sottile: ricordo ancora gli approcci del figlio di Dracula al giovane cacciatore di vampiri, oppure la scena coi vampiri che ballano di fronte allo specchio, con la musica che si ferma all’improvviso… XD

    1. Infatti non è propriamente “comico”, è divertente, con una punta di sottile inquietudine. Sempre di Polanski parliamo, dopotutto 😀

      1. Giuseppe · · Rispondi

        Infatti 😀 Un Polanski che dimostra come si possa parodiare l’horror senza doverne per forza fare una caricatura: slapstick e surreale, elegante umorismo non ci fanno dimenticare nemmeno per un attimo che i vampiri con cui i protagonisti hanno a che fare sono una minaccia reale… possiamo anche sorridere con il conte Von Crolock e i suoi accoliti, ma mai e poi mai ci verrebbe in mente di ridere di loro 😉
        La macchina nera mi tenta assai ma lo stupendo, triste e inquietante (ancora oggi, eccome) Full Circle lo fa ancora di più, per cui è a lui che va il mio voto.

        1. Abbiamo votato lo stesso film ❤

          1. Giuseppe · ·

            Me lo sentivo, sai? 😉 ❤

  2. l’ho visto parecchi anni fa, dovrei rivederlo per ricordarmelo xD

  3. L’ho sempre trovato un bel film, forse Polansky avrebbe dovuto farne di più su questo filone.

    Il mio voto va a La Macchina Nera.

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