Il Gioco di Gerald

 Regia – Mike Flanagan (2017)

Non esiste nulla di “infilmabile”, nessuna storia scritta è impossibile da riprodurre per immagini, se si è abbastanza bravi. Certo, ci sono testi più complicati da trasporre rispetto ad altri e il Gioco di Gerald, romanzo statico e con un solo personaggio per il 90% delle sue pagine, fa parte della categoria dei particolarmente complicati. Però va messo in conto che Flanagan fa invece parte della categoria dei particolarmente bravi. A uno che è riuscito a tirare fuori del buono persino da Ouija, puoi affidare qualunque cosa. Per questo ho saltellato felice quando ho saputo che si sarebbe dedicato all’adattamento del romanzo di King. E ho continuato a saltellare alla notizia che Jessie sarebbe stata Carla Gugino, perché (siete padroni di non crederci) io Jessie me l’ero sempre immaginata con delle fattezze un po’ simili alle sue. Quando si dice azzeccare il casting…
C’è da dire che, in un film come Il Gioco di Gerald, una volta azzeccata la protagonista, hai fatto metà del lavoro: tutta la vicenda si svolge in una camera da letto e nella sua testa. L’identità tra Jessie e la storia che vediamo svolgersi sullo schermo, e che abbiamo letto nel libro, è assoluta.
Presa un’ottima attrice (troppo spesso sottovalutata) per un ruolo fisicamente sfibrante ed emotivamente molto duro, va svolta l’altra metà del lavoro, ovvero trasformare il racconto scritto di King in un racconto per immagini. Ed è qui che arriva la parte davvero difficile, quella che mette alla prova le capacità di un regista. Ma Flanagan ha sempre dimostrato di essere a suo agio in ambienti ristretti e molto attento e sensibile nel dirigere le attrici.

Per chi non lo sapesse, Il Gioco di Gerald  parla di una coppia sposata che va a passare un fine settimana nella loro casa sul lago, fuori stagione, per tentare di ravvivare una vita sessuale che appare morta e sepolta. Il marito, Gerald (Bruce Greenwood), si porta dietro un paio di manette e le usa per legare la moglie al letto e mettere in pratica una gradevolissima fantasia di stupro. All’inizio, Jessie sta al gioco, ma poi si ribella, allontana il marito, i due hanno una discussione e a lui viene un infarto che lo lascia stecchito sul pavimento della camera da letto.
Jessie è così ammanettata, in una casa isolata, con i vicini che abitano a un chilometro di distanza e che comunque non ci sono, e la prospettiva di rimanere lì a morire lentamente di fame e di sete.
Nel romanzo, Jesse inizierà un dialogo con svariate voci nella sua mente, quella della sua migliore amica del liceo, quella di sua madre, quella di se stessa bambina, e tenterà di sopravvivere e di trovare un modo per liberarsi.

Il film di Flanagan replica più o meno lo stesso schema, rispettando con devozione la struttura del romanzo, senza modificarne i punti salienti, ma compie tutta una serie di piccole deviazioni e leggerissimi spostamenti per rendere il tutto più cinematografico. Alle “voci” di Jessie sostituisce così la presenza di Gerald e quella della stessa Jessie, in una sua versione più forte e decisa. In questo modo, invece di affidare la narrazione a delle tediose voci fuori campo, si alza il dinamismo della messa in scena, con ben tre personaggi che interagiscono tra loro (sì, due sono la stessa persona, ma poco importa) e i continui ingressi e uscite fuori campo, che il montaggio, sempre di Flanagan, gestisce in maniera molto fluida.
Il concetto è identico nel film e nel romanzo: le voci nella testa di Jessie la mantengono in vita, la spingono a resistere o, al contrario, la scoraggiano, le rinfacciano di essere sempre stata una vigliacca, le rimproverano la sua coazione a ripetere a subire sempre, senza reagire e, a fasi alterne, sono un supporto o una zavorra nella sua lotta per la sopravvivenza.
Il carattere di Jessie esce fuori proprio tramite il confronto con i suoi due antagonisti, che non sono solo lì per pungolarla, ma anche per spingerla a venire a patti con un episodio traumatico del suo passato, dove forse risiede la chiave per trovare la forza di liberarsi e andarsene da lì.

Il Gioco di Gerald non è un romanzo d’azione, ma è un viaggio all’interno della psiche di una donna che sa di avere le ore contate. Si è trattato di un libro molto importante per la mia formazione e, di solito, lo uso come esempio pratico e pronto all’uso quando leggo o sento panzane come quella relativa al fatto che gli uomini non dovrebbero scrivere storie con donne protagoniste. La mia convinzione è che Jessie, creazione di uno scrittore, sia uno dei personaggi femminili più intensi, vividi e, soprattutto, complessi della narrativa di genere, e forse non solo di quella.
Il problema era rendere questa complessità nello spazio di meno di due ore. Il rischio era appiattire Jessie, era farla diventare una vittima indifesa alla mercé del caso o, anche peggio, un oggetto ammanettato a una spalliera. Per fortuna c’è Flanagan: a partire da Absentia, passando per Oculus, fino ad arrivare ad Hush e sì, persino in Oujia, il regista ha sempre puntato sui personaggi femminili, delineando psicologie mai banali. Era quindi ovvio che dedicasse a Jessie la stessa attenzione.
Jessie è una tipica donna kinghiana: rapporto a dir poco problematico con la figura paterna, tendenza a replicare all’infinito questo rapporto problematico con gli altri uomini della sua vita, vivendo nella loro ombra, incapace di tirar fuori le risorse che comunque possiede; le donne, nei romanzi di King, portano sulle spalle il peso dei propri e altrui errori e prendono sempre le decisioni più dolorose. Il Gioco di Gerald non è la storia di una tizia bloccata su un letto da un paio di manette, è la storia di una lenta rinascita, di un’ordalia che diventa riscatto. E, si sa, in King bisogna sempre passare attraverso un vero e proprio calvario per rinascere, e non sempre ci si riesce.

Flanagan ha colto in pieno l’essenza del romanzo di King, realizzando quello che è, a oggi, il suo film migliore: scarno, quasi del tutto privo di colonna sonora, essenziale nella messa in scena, completamente dedito alla sua protagonista, ai suoi incubi, ai suoi ricordi, alla sua volontà di vivere, emotivamente difficile da sopportare e con alcuni attimi di puro terrore, senza contare la scena più famosa del libro, riprodotta in maniera identica nel film: a me si è annebbiata la vista e, per qualche secondo, ho temuto di perdere i sensi. Questo per dirvi che Flanagan, quando c’è da picchiare duro, non si fa il minimo scrupolo e affronta tutte le parti più scabrose e controverse del romanzo di King caricando a testa bassa. Quindi sì, Il Gioco di Gerald è un horror bello cattivo, violento all’occorrenza e spaventoso come solo le sinistre apparizioni dal buio cui Flanagan ci ha abituati sanno essere. Ma è soprattutto un’esperienza che val la pena di essere vissuta e, forse, la consacrazione definitiva di un nuovo Maestro dell’horror che, dopo un paio di prove di natura “alimentare”, torna a firmare un’opera in cui crede davvero, con risultati straordinari.

23 commenti

  1. Un King azzeccato al cinema è sempre una bella notizia. Ero indeciso, lo vedrò. E speriamo sia di buon augurio per It.

    1. Ma lo sai che questa cosa degli adattamenti da King brutti è un po’ una leggenda metropolitana? 😀
      Alla fine, se ne contano di ottimi e, se non si mettono in mezzo le cose oscene fatte per la televisione, i film buoni sono in numero superiore a quelli pessimi. Certo, con le cose oscene fatte per la televisione, si sballano tutti i calcoli…

      1. Hai ragione, ma è una bella notizia a prescindere 🙂

  2. Ammetto che , quando lei trova il modo per liberarsi dalla prigionia, ho chiuso gli occhi e stavo malissimo, mia moglie ha guardato tutta la scena e commentava.Lei è quella con lo stomaco di ferro ^_^

    1. Quella scena mi ha fatto star male nel romanzo e nel film. È una cosa orribile anche solo da immaginare…

  3. valeria · · Rispondi

    speravo proprio ne parlassi! ho letto il libro un paio di settimane fa per prepararmi alla visione, e avendolo adorato speravo con tutto il cuore che il film ne fosse all’altezza (d’altronde partivo ottimista: con flanagan alla regia era moooolto difficile uscisse una ciofeca). ora vado sul sicuro! 😀

    1. Appena è uscito su Netflix e ho avuto un attimo di tempo l’ho visto: Flanagan ha sempre la priorità su tutto! 🙂

      1. valeria · · Rispondi

        appena finito di vedere. mike flanagan non sbaglia un colpo. ora come ora sono talmente esaltata dalla visione che mi riesce difficile trovare un difetto che sia uno! cast fantastico, montaggio meraviglioso, tensione a mille, che si può volere di più? mi spiace solo che sia prodotto da netflix perchè difficilmente uscirà in dvd, mentre io invece lo comprerei immediatamente. (in compenso “quella” scena mi ha fatto stare malissimo, avevo letteralmente la nausea xD credo proprio che alla prossima visione praticherò un po’ di fast forward :D)

        1. Quella scena io non credevo sarebbero riusciti a farla uguale a com’è stata scritta nel romanzo… Se ci penso, svengo di nuovo!

  4. Davide Locatelli · · Rispondi

    Non so ancora se rileggere il libro prima,o guardarmi il film come prodotto in se…..

    1. Il libro e il film, in questo caso, sono molto simili. Non sono stati effettuati grandi cambiamenti, tranne che il rapporto marito/moglie è un po’ differente. Io però tendo sempre a leggere prima il libro!

  5. enricotruffi · · Rispondi

    Film notevolissimo che consacra il grande talento di Flanagan, e il migliore adattamento di king degli ultimi vent’anni, probabilmente. Per me resta un pizzico di delusione per aver lasciato invariato il finale di King, didascalico e un po’ “estraneo” al corpo centrale della narrazione. Però che messa in scena minimale ma ingegnosa, che tensione costante, che recitazione. Se avessero affidato a Flanagan l’adattamento di It adesso saremmo tutti più tranquilli

    1. Guarda, forse è addirittura superiore a The Mist (il film, non la ciofeca televisiva uscita di recente). Di pochissimo, ma superiore. Davvero una perla.
      King, si sa, è sempre deboluccio sui finali. E tuttavia, concettualmente, assistere alla rinascita di Jessie aiuta anche a uscire da quel tunnel di angoscia dell’ora e mezza precedente.

  6. Lorenzo · · Rispondi

    Ho finito neanche un mese fa il libro e con questa recensione non vedo l’ora di vedere il film 😍. Da buon fan kinghiano lo aspettavo con ansia

    1. Miglior adattamento kinghiano, non so se degli ultimi vent’anni, come ha scritto un altro commentatore poco prima di te, ma sicuramente dell’ultimo decennio.

  7. Lo vedo stasera. Come al solito grazie per le tue succose recensioni 🙂

    1. Poi fammi sapere!

  8. segnato, forse lo vedrò prestissimo anche io ^_^

  9. Visto ieri sera, veramente ottimo e Carla Cugino in stato di grazia. Si, hai ragione è troppo sottovalutata. E poi la scena in cui si libera la mano brrr.

  10. Giuseppe · · Rispondi

    Credo che un adattamento di questo King in particolare fosse quanto di meglio potesse capitare a Flanagan per scongiurare -spero in via definitiva- il rischio di rimanere invischiato in altre pellicole “alimentari”: non che non fosse in grado di portare a casa la pagnotta anche in quei casi, certo che no, ma si rimaneva comunque a un livello differente rispetto alle opere davvero sue in tutto e per tutto (quelle in cui crede davvero, appunto)…

    1. Sarebbe ora che gli dessero un gran budget e un progetto molto ambizioso, anche se è molto bravo con gli horror “da camera”, mi piacerebbe vederlo alle prese con qualcosa di grosso.

  11. Blissard · · Rispondi

    Ottimo adattamento. L’unica parte debole è – come del resto anche nel romanzo – quella relativa al visitatore notturno: nel film crea molta più angoscia l’attesa che arrivi rispetto a quando è in scena direttamente, ma d’altro canto anche questo conferma le indubbie doti di Flanagan come regista.
    Tra Gerald e The Mist continuo a prederire quest’ultimo adattamento, se non altro perchè parte da un racconto a mio parere mediocre (mentre il romanzo Il gioco di Gerald è quantomeno buono) e lo rende migliore, ma che il film di Flanagan sia il migliore adattamento kinghiano da molto tempo a questa parte è comunque fuori di dubbio.

    1. A me il visitatore notturno mette una strizza addosso che non ti dico 😀
      Forse hai ragione su The Mist: è un caso di film superiore al materiale di partenza, mentre in questo caso, le due cose si equivalgono, ma ancora non so quale dei due preferire.

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