Elogio di The Strain

Non so perché non ho mai parlato di The Strain. Eppure è una serie che mi accompagna dal 2014 e che ho seguito sempre. Ora che si è conclusa, rimpiango di non aver dedicato un post a ogni stagione, perché si tratta di prodotto televisivo di ottimo livello. Non una serie fighetta, non una di cui si parla in continuazione sui social, anzi, è così poco apprezzata dai seriedipendenti dell’internet che non ci sono stati quasi mai rischi di spoiler, roba che io ho guardato la seconda e la terza stagione con un anno di ritardo e me la sono goduta senza avere alcuna anticipazione sulla trama.
Il suo scarso successo tra il pubblico generalista è dovuto a tanti fattori, e sono tutti positivi per chi ama le buone storie ben raccontate: una concezione di vampirismo non molto di moda; dei personaggi adulti, con problematiche adulte e che si comportano come adulti e non come adolescenti in fregola; una linea narrativa solida, portata avanti per quattro stagioni senza diventare mai dispersiva, e quindi senza l’aggiunta di sotto-trame da soap opera; una buona dose di gore e schifezze assortite, nonché di violenza, ma mai gratuita; infine, una preponderanza dell’azione rispetto ai dialoghi che la fa avanzare spedita come uno schiacciasassi. Insomma, The Strain è il classico prodotto di intrattenimento che fa il suo sporco lavoro senza troppe pretese e riesce, procedendo dritto per la sua strada, a essere più serio di tanti altri supposti capolavori televisivi.

Ovviamente c’è lo zampino di Guillermo del Toro, e non solo perché la serie è tratta dalla trilogia di romanzi che il regista messicano ha scritto insieme a Chuck Hogan, ma anche perché è rimasto alla produzione esecutiva per tutte e quattro le stagioni, imprimendo a tutto il ciclo di episodi il suo stile e il suo approccio personalissimo al fantastico. Dei tre romanzi, purtroppo, ho letto solo il primo e gli altri sono ancora lì che mi aspettano, quindi non so dirvi se la trasposizione televisiva sia rimasta costantemente fedele allo spunto letterario, ma con la supervisione di del Toro non credo se ne siano allontanati più di tanto. E forse non è neanche poi così importante stabilirlo, mentre ciò che mi preme sottolineare, per quanto riguarda la collaborazione con del Toro è che, oltre ad aver diretto due puntate, Guillermo è stato presente sul set in molte circostanze e ha seguito sempre la lavorazione di questa serie. Inoltre, si è portato dietro da Pacific Rim, Ramin Djawadi (l’unica cosa buona rimasta a Game of Thrones è la sua musica), autore di una colonna sonora fantastica, sebbene niente affatto invasiva, ha dato spazio a registi come Vincenzo Natali e Jennifer Lynch che non fa lavorare più nessuno, e ha affidato la regia di ben tre episodi a Robocop in persona, Peter Weller, che forse voi non lo sapete, ma diventa sempre più bravo.
Per queste ragioni di natura strettamente tecnica è già impossibile non voler un bene dell’anima a The Strain, ma ora veniamo alla sostanza, ai veri motivi per cui (se non lo avete già fatto) dovreste vederla senza indugiare un istante: i vampiri e Abraham Setrakian (interpretato da David Bradley).

Il vampiri, in The Strain sono dei parassiti: ti infettano con dei disgustosi vermetti bianchi e a quel punto non c’è più niente da fare; non esiste una cura, il processo non è reversibile e ti tramuti, nel giro di poche ore, in una bestia assetata di sangue. La figura del vampiro non possiede alcun fascino. La contrario, si tratta di mostri privi di coscienza individuale (a parte rare eccezioni), comandati telepaticamente dal Maestro, il capo supremo dei vampiri. La cosa straordinaria di The Strain è che i succhiasangue fanno ribrezzo, sono orribili, sono anche al di là della compassione che si può riservare, tanto per nominare dei lontanissimi cugini, agli zombie. Immonde creature (tra l’altro, prive di qualunque connotazione sessuale), che non hanno origini mitiche, ma biologiche. Ma è anche meglio di così, perché la dimensione mitica e ancestrale sopravvive nel personaggio migliore, e più rappresentativo della serie, il vecchio cacciatore di strigoi (così li chiama lui) Setrakian, che alla sconfitta del male ha dedicato la propria vita, che tiene insieme l’eterogeneo gruppo di resistenza antivampirica di stanza a New York con l’obiettivo di uccidere il Maestro, unico modo per fermare la pandemia che si sta diffondendo in ogni parte del mondo.

Setrakian è anziano, è un sopravvissuto ai campi di concentramento nazisti, gira appoggiandosi a un bastone che in realtà è solo la custodia di una lama d’argento con cui affetta strigoi a più non posso, è scorbutico, incazzoso, determinato fino alla cocciutaggine, incapace anche solo di pensare di arrendersi, ed è il collante di tutti gli altri protagonisti di The Strain, una serie corale, ma il cui cuore pulsante è costituito da questo vecchio rumeno proprietario di un banco dei pegni che brontola in continuazione, guarda tutti in cagnesco ed è un personaggio che solo del Toro avrebbe potuto inventare. Un reietto che rappresenta l’umanità che non cede all’orrore e vi si oppone, un solitario, capace però di mantenere unito un gruppo formato da epidemiologi, sterminatori di ratti, teppisti, hacker e persino un mezzo vampiro e mezzo uomo (e qui qualcuno ricorderà che del Toro ha diretto il secondo capitolo di Blade).
Perché è vero, The Strain non ha grandi ambizioni concettuali, non promette chissà quali rivelazioni e non si pone l’obiettivo di rielaborare il genere. Lo abbiamo detto prima che fa il suo lavoro egregiamente e pare quasi non avere pretese. Eppure, come sempre accade quando dietro c’è un signore come del Toro, dice tra le righe molto di più di quanto non mostri apertamente. Forse è anche per questo che nessuno ha mai gridato al miracolo: in fondo, è solo l’ennesimo prodotto pandemico e apocalittico.

Ma c’è questa idea forte del resistere, sia come individui che come collettivo (l’intera città di New York), all’oscurità facendosi guidare da chi porta sulle spalle il peso della storia e, pur essendone stato vittima, non ha mai perso la fiducia nella capacità dell’uomo di fare la scelta giusta, di chi l’orrore lo porta tatuato su un braccio, ma non ha mai pensato che non valesse la pena di provare a salvare il mondo.
E non è un caso se il braccio destro del Maestro, nonché uno dei pochi vampiri dotati di intelligenza e libero arbitrio è un gerarca nazista, la nemesi di Setrakian; non è neanche un caso se il Maestro instaura a New York un regime che con il nazismo ha molto a che vedere: è un tratto tipico della poetica di del Toro, come anche quello di dare ai “deboli” (bambini e anziani) il ruolo di guide e di portatori della verità, come del resto quello di martiri.

Ma, a prescindere da queste mie considerazioni, The Strain è uno spettacolo fanta-horror di prim’ordine, una serie che si segue in costante apprensione per dei personaggi a cui si impara a voler bene e non sono protetti dal gradimento dei fan che poi vanno a frignare su Twitter se gli ammazzi il beniamino dal bel faccino: chiunque può morire, e pure male. Non ci sono affetti, storie d’amore, parentele o simpatie che tengano. Nemmeno i nomi importanti nel cast (che non sono molti) sono al sicuro. La battaglia tra le due specie è senza esclusione di colpi ed è epica proprio perché si percepisce la fatica, si assaggia la sconfitta, gli eroi cadono, i buoni tradiscono o collaborano e sangue e schifosi vermetti bianchi scorrono a fiumi.
Non credo che un appassionato di horror (e di fantascienza, perché la componente fantascientifica è presente e anche parecchio) possa chiedere di più a una serie tv.  Sono queste le serie che mi piace seguire, quelle che restano coerenti e fedeli a loro stesse fino alla fine, che puntano dritte al traguardo e non deviano mai, che non si frantumano in centinaia di rivoli (e poi neanche li sanno chiudere quando arriva il momento) per compiacere il fandom. Quelle senza fandom, aggiungerei, ma solo con spettatori un minimo più esigenti della media.

 

8 commenti

  1. grazie per la dritta, sempre stato curioso, recupero subito.
    E comunque sì, hai colto nel segno: film e serie tv senza fandom ma solo spettatori.
    Il modo in cui viviamo il cinema nel tempo dei social, il continuo info-dump, quell’odioso fomento “grillino” del cazzo e le parzialitá da hooligan hanno rotto le palle.
    Ormai conta solo schierarsi – a sproposito, in molto casi – con quelli che rimangono “tramortiti” o “devastati” da un’opera o con quelli che la deridono con un astio che risparmieresti anche a chi ha ammazzato tuo figlio.
    Esempio: per motivi matti tutti miei, adoro la serie tv di “It”, ma non vedo l’ora di vedere cos’ha combinato Muschietti, anche perchè sembra che si tratti di un capolavoro, e quindi ben venga. E se anche non lo fosse, ‘sti gran cazzi. Abbiamo sempre il libro.
    Davvero, quelli che allo stadio buttano i motorini giù dagli spalti sono più dignitosi di certi “cinefili”.
    Scusa l’off-topic e grazie ancora per la segnalazione, dopo la quarta stagione di BoJack Horseman ho bisogno di svagarmi con qualche mostro fatto bene 🙂

    1. Il fandom è il male di ogni forma d’arte o intrattenimento o entrambe le cose. I fanatici, quelli che gridano “capolavoro assoluto!” o “cagata assoluta!” a ogni film o serie tv che vedono, stanno distruggendo il dialogo e l’analisi critica.
      Non si parla di un’opera, si litiga su chi ha ragione, su chi è più fan, e io non lo sopporto più.
      Sulla miniserie IT, lo sai, io non ce la faccio, ma non penso che ci la gradisce sia un cretino o uno che non capisce niente. Mi incazzo solo quando sento parlare di “infanzie rovinate” per il film di Muschietti. Lì mi parte proprio l’embolo 😀

      1. Giuseppe · · Rispondi

        E invece chi lo sa che non le salvi le suddette infanzie, Muschietti, con un qualcosa di livello talmente alto da far dimenticare che quella serie sia mai esistita 😉
        Quanto a The Strain, pure io sono fermo al primo volume della trilogia ma, a differenza tua, la serie ancora non ho iniziato a vederla (accumula, accumula e poi capita che in coda alla lista ci finisca pure chi meriterebbe di stare in testa)… serie poco chiacchierata ma senz’altro valida, visto chi c’è coinvolto. E, a proposito, a me piacerebbe poter vedere condivisa a livello generale l’idea che lo spettatore esigente possa essere contemporaneamente anche un fan di ciò che segue (perché io voglio ancora credere che dai fanZ fanatici ci si può e ci si deve distinguere a tutti i costi) ma, purtroppo, non posso ignorare il fatto che il livello (di merda) attualmente raggiunto dal fandom renda la cosa ASSAI difficile 😦

        1. Purtroppo oggi i fan sono diventati tutti degli integralisti e sembra che una minima deviazione rispetto ai preconcetti costruiti nel corso degli anni, sia passibile di pena di morte.
          A me fanno un po’ paura e cerco sempre di non avere la loro stessa mentalità. Detto ciò, anche io mi sento “fan” di tante cose, però forse sono troppo vecchia per diventare integralista 😀

        2. Giuseppe · · Rispondi

          Che ci vogliamo fare, gli anni sul groppone ci hanno portato saggezza e morigeratezza 😀

  2. Sono onesto. L’ho sempre bypassata per becero pregiudizio.
    Rimasi talmente deluso all’epoca dal terzo romanzo della trilogia, che non ebbi la minima voglia di sentirne più parlare.
    Serie compresa.
    Eppure più leggo della serie e più ne trovo elogi.
    Dovrò decidermi a dargli una chance.

    1. Ah, quindi il terzo romanzo è brutto?
      Senza fare spoiler, la quarta stagione parte un po’ lenta e ci mette qualche episodio di troppo a carburare, ma poi diventa molto buona.
      Non ai livelli della terza, purtroppo.

  3. Estiqatsi · · Rispondi

    Vampiri? Uhm….
    Aspetto la tua recensione su quel c***o di capolavoro di Mother. Film dell’anno…

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