El Bar

 Regia – Alex de la Iglesia (2017)

Una delle poche certezze della mia vita è legata alla filmografia del regista spagnolo: non importa a quale genere si dedicherà, se l’horror, il fantasy o la commedia, io potrò sempre contare su di lui. Non è un autore di cui si parla mai troppo, i cinefili preferiscono adorare personaggi di più semplice e immediata catalogazione, la critica lo trova sovente eccessivo e confusionario, qui in Italia a stento qualcuno sa di chi sto parlando. Insomma, è uno degli ultimi registi di culto a essere realmente tali. E chissà che il suo remake prossimo venturo di un film che ho detestato cordialmente, Perfetti Sconosciuti, non riesca a stupirmi in positivo. Perché un’altra certezza del cinema di de la Iglesia è che non è possibile sapere in anticipo cosa ti aspetta, una volta che deciderai di vedere un suo film. Sì, il suo stile è riconoscibile, come anche la sua predisposizione a usare registri grotteschi, a far recitare gli attori sopra le righe e il suo essere un (a volte) geniale provocatore. Ma, a parte questo, o forse proprio per questo, in un film di de la Iglesia può succedere di tutto.

E di tutto succede, in questa sua nuova opera presentata a Berlino: un bar a Madrid e la varia umanità che lo popola in una mattina qualunque. Ci sono i clienti fissi che vanno a fare colazione lì, c’è chi passa la sua giornata al video poker, c’è chi si trova lì per caso e voleva solo chiedere una presa per ricaricare il telefono; c’è il senzatetto che, in quel bar, è una presenza costante, che dà fastidio agli avventori, ma fino a un certo punto, perché basta offrirgli un bicchiere per farlo star buono. La gente entra, esce, chiede di usare il bagno senza consumare e fa arrabbiare la vecchia proprietaria del locale.
Tutto nella norma, fino a quando un colpo di fucile non spezza la routine. Qualcuno ha attraversato la porta a vetri che conduce in strada e ora sanguina sul marciapiede, in fin di vita.
Il primo, scontatissimo pensiero è che si tratti di un attacco terroristico.

Però c’è qualcosa di strano: gli unici esseri umani presenti in tutta la zona sono gli avventori chiusi nel bar, che ora non hanno il coraggio di mettere il naso fuori. Al di là del bar, c’è il deserto. Non solo non c’è la polizia, ma non vi è traccia di altre persone.
Nessuna buona azione resta impunita, in The Bar e, infatti l’unico che si avventura all’esterno per prestare soccorso al ferito, viene freddato all’istante.
E allora il sospetto che ci sia in ballo qualcosa di molto più complicato di un attentato diventa un’ipotesi sempre più plausibile, mentre il tempo passa e neanche la tv riporta alcuna notizia dell’accaduto.
Ora, il problema è che de la Iglesia piazza il twist principale del suo film dopo appena un quarto d’ora dall’inizio e, anche se è facilmente intuibile da una scena messa ad arte che, in teoria, dovrebbe far capire ogni cosa allo spettatore con largo anticipo, è sempre meglio non rischiare di fare spoiler e lasciare che vi godiate la sorpresa. Quindi, metto il consueto avviso di NON PROSEGUIRE SE NON AVETE VISTO IL FILM.

The Bar è la versione di de la Iglesia del cinema pandemico. Un’apocalisse su scala ridottissima e tutta vissuta senza avere la più pallida idea di cosa stia accadendo all’esterno, senza sapere se nel gruppo di persone presenti nel bar ci siano o no degli infetti e con il terrore costante di poter ammalarsi e morire da un istante all’altro. Uscire non si può, perché ci sono i cecchini pronti a farti saltare la testa e, all’interno, si stabiliscono nuove gerarchie, chi sembrava innocuo e gentile rivela il suo volto reale da mostro e basta pochissimo per ritrovarsi in quella che appare come un’arbitraria e crudele quarantena.
Eppure, a de la Iglesia non basta neanche questo e capovolge nuovamente le aspettative. Non è nel suo interesse dirigere un saggio sulla paranoia e sulla paura del vicino. Il bersaglio della sua critica è ancora più sottile e dirompente: i superstiti del bar scatenano una guerra tra disperati perché la loro esistenza è stata predeterminata dall’alto di un potere ottuso e imperscrutabile.

Se è vero che, come recita la frase di lancio del film, la paura mostra ciò che sei veramente, è ancora più vero che questa paura è indotta e forse addirittura ingiustificata. Il film non ci dice mai con chiarezza se l’ipotetica malattia che rischia di diffondersi a partire dal bar è una minaccia reale o no. Il poco che vediamo non ci basta a stabilirlo senza ombra di dubbio ed è questa la chiave di volta del film; non la solita storia del virus letale e del collasso della civiltà che ne consegue, ma una satira ferocissima su come la paura (quella sì, virale) abbia infettato le nostre vite e sia in grado di dominarle a suo piacimento.

Tutti i personaggi di The Bar cedono alla o si fanno soggiogare dalla paura. Tranne due. Il senzatetto Israel interpretato dalla presenza fissa nei film di de la Iglesia  Jaime Ordóñez e la “final girl” Elena, cui presta volto e corpo Bianca Suarez, già vista in Mi Gran Noche. Ma se la seconda cerca, anche nelle circostanze più disperate, di mantenere un briciolo di umanità, ed è destinata a uscire vittoriosa dall’ordalia cui soccombono, uno dopo l’altro, i suoi compagni di sventura, il primo diventa un agente della paura, quasi un mostro da film dell’orrore, un bogeyman da slasher che, come da tradizione, si rifiuta di morire.

È molto complicato classificare un’opera come The Bar: in parte è una commedia, in parte è un film apocalittico, in parte è un dramma grottesco ed è sicuramente pieno di elementi che lo possono ricondurre all’horror. Ti spiazza, perché cambia registro da un’istante all’altro e con una rapidità tale che quasi non si fa in tempo a percepirlo. De la Iglesia è così frenetico che a stento gli si sta dietro; i dialoghi vengono sparati fuori a velocità supersonica, neanche fossero sventagliate di mitragliatrice; i personaggi stabiliscono alleanze tra loro, le rompono, si saltano alla gola e gli schieramenti mutano nello spazio di un battito di ciglia; si passa da una situazione tutto sommato gestibile per lo spettatore dallo stomaco delicato a un’altra in cui si annega, in senso letterale, nella merda e nei liquami delle fogne. E anzi, l’ultima mezz’ora di film è tutta così: sporca, disgustosa, a tratti insostenibile. Insomma, non un horror in senso stretto, ma un film che di orrore è pieno fino a tracimare.
Come ho detto in apertura, de la Iglesia è tra le poche certezze della mia vita. Ribelle, sconsiderato, eccessivo, rivoltante. E ci piace così. Lunga vita a lui e al cinema folle di cui è, da sempre, sovrano incontrastato.

15 commenti

  1. de la Iglesia è tra i miei registi preferiti 🙂
    da El día de la Bestia in poi è riuscito a imprimere una cattiveria e un’umanitá fortissime a tutte le sue opere, in bilico costante tra la satira, la tragedia e il punk.
    Bella Alex, anche stavolta hai spaccato tutto.

    Ps: e quelle volte in cui abbraccia l’horror a tutto tondo viene fuori una cosa come La Habitación del Niño che se ripenso a quei baby monitor mi viene ancora il cagotto

    1. Credo che La Habitaciòn fosse il corto migliore di tutto il progetto delle pellicole per non dormire.
      Forse quello di Balaguerò era allo stesso livello. Ma solo quello.

      1. La Habitación del Niño era un corto semplicemente perfetto e penso che su questo molto probabilmente siamo d’accordo tutti… in tutti gli universi possibili 😉
        Per quanto riguarda El Bar, seguirò prudentemente il tuo avviso di non proseguire oltre nella lettura a rischio spoiler ma, se tanto mi da tanto, ho comunque la forte impressione che da Alex arriveranno pure questa volta quelle belle legnate che lui sa dare così bene…

        1. La cosa bella di de la Iglesia è che diventa sempre più centrato a ogni film che fa. Insomma, dal pur bellissimo Action Mutante, è maturato davvero tanto e ora i suoi attacchi sono indirizzati molto meglio

  2. Gli ultimi lavori parecchio tiepidini… mah… speriamo… gli do una possibilità

  3. Non conosco praticamente nulla di suo, ma ho seguito il consiglio su El bar. Poi mi sono fiondato su La stanza del bambino, all’inizio pensavo mah altra storia solita… invece gran bel film! Mi sa che andrò a recuperare altro di suo.

    1. Soprattutto cerca di recuperare Balada Triste de Trompeta, uscito in Italia (circa quattro anni dopo la sua uscita internazionale a Venezia) con il titolo Ballata dell’odio e dell’Amore, che come sempre, non c’entra un cazzo 😀

  4. Balada Triste de Trompeta e La Comunidad sono ad oggi i miei preferiti di questo eclettico regista. Ho in archivio anche un certo 300 Balas, qualcuno lo ha visto?

  5. Davide Locatelli · · Rispondi

    Visto oggi. Mi sono veramente divertito

    1. Contentissima che ti sia piaciuto!

  6. lizardinthebottle · · Rispondi

    Non male! Un manipolo di bastardi. il barbone poi è uno spasso. Parte finale nella fogna…che dire.. riesce a trasmetterne il fetore. Lammerda vera!!!! durante la visione mi sarei aspettato un “apocalisse zomba”. Ce ne fossero di Alex de la Iglesia!!! Adoro il suo “Azione Mutante”. La prima volta che lo vidi mi conquistò subito.Volevo diventare un subnormale!
    Grande blog Lucia!!!!

    1. Grazie! Anche io adoro Azione Mutante. È stato il primo film di de la Iglesia che ho visto e ci sono rimasta affezionata 🙂

  7. Simone Paleari · · Rispondi

    Grazie per la segnalazione, finito di vederlo adesso è devo dire che mi è piaciuto molto! Facce non holliwoodiane, trama non hollywoodiana (per fortuna). Le due scene del “passaggio” alle fogne sporche, faticose e dolorose: come il parto, ma senza la gioia finale!

    1. Quelle scene sono proprio un’agonia, hai ragione. Ho avuto angoscia per qualche giorno a pensarci!

  8. Estiqatsi · · Rispondi

    Purtroppo dopo la Balada triste de T., ho messo una croce su de la iglesia…
    Partì alla grande quel film, poi un susseguirsi di str***ate, confusione e no sense autolesionista, al limite del ridicolo. Lo so: una 2a chance non là si nega a nessuno…

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