1927: Lo Sconosciuto

 Regia – Tod Browning

Con l’autunno, riprende anche la vostra rubrica preferita. Ci eravamo lasciati a giugno nel 2006 e ci ritroviamo nel 1927. In pratica, viaggiamo nel tempo che è un piacere. Avete tutti deciso di tornare al circo con Tod Browning, in uno dei più famosi melodrammi della sua lunga collaborazione con Lon Chaney, interrotta dalla morte di quest’ultimo, che non sarebbe mai riuscito a partecipare a un film sonoro diretto dal collega. La carriera di Browning, lo sappiamo tutti, sarebbe proseguita fino alla metà degli anni ’30, con all’attivo almeno due film leggendari, ma per molti l’essenza vera del cinema di Browning si trova nelle sue opere del decennio precedente e, in particolare, proprio qui, nel film dove le ossessioni del regista e dell’attore confluirono e si amalgamarono in maniera perfetta, in un’unità d’intenti raramente riscontrabili in altre coppie famose della storia del cinema.

Pare che, quando i due dovevano preparare un film, Chaney entrasse nell’ufficio di Browning chiedendogli entusiasta: “Allora, cosa si amputa questa volta?” E Browning: “Una gamba, un braccio, il naso, qualsiasi cosa”. Non esiste film realizzato da Chaney e Browning insieme dove al primo non manchi qualche pezzo. La mutilazione è, in effetti, il marchio di fabbrica di entrambi. Abbiamo già parlato in varie occasioni del trasformismo di Chaney, L’Uomo dai Mille Volti, e della sua disposizione ad auto-torturarsi per recitare, applicando sul corpo protesi dolorosissime e trucchi che lo facevano soffrire fisicamente in maniera atroce. Browning, dal canto suo, era più che contento di avere per le mani un corpo da smembrare a piacimento.
Ne Lo Sconosciuto, tuttavia, si raggiunge il parossismo, ci si spinge dove non ci si era mai spinti prima, anche nell’atmosfera rilassata della Hollywood pre-codice. In seguito, Browning avrebbe superato in maniera ancora più radicale la soglia di sopportazione del pubblico americano, e sappiamo tutti con quale film lo avrebbe fatto. In un certo senso, Lo Sconosciuto è quasi un preambolo di Freaks, con la sua vicenda di amore, morte e oscure vendette.

Lon Chaney interpreta Alonzo, un lanciatore di coltelli senza braccia, innamorato di Nanon (Joan Crawford), la figlia del proprietario del circo dove lavora. La ragazza ha una curiosa fobia sessuale: la sola idea di essere abbracciata da un uomo la riempie di repulsione. Lei a Alonzo, per cui non è possibile abbracciare chicchessia, sembrano una coppia perfetta.
Solo che Alonzo le braccia le ha e come, finge solo di essere mutilato, è un falso freak, un criminale che si nasconde al circo e ha inscenato la mancanza degli arti superiori perché la polizia lo conosce a causa di un segno particolare: ha due pollici sulla mano sinistra.
Una notte, Alonzo strangola il padre despota e violento di Nanon e la ragazza, dalla finestra della sua roulotte, riesce a vedere la vera deformazione di Alonzo, senza tuttavia riconoscerlo. Ovvio che Alonzo non potrà mai rivelare la verità sulle sue braccia all’amata. E allora gli viene l’idea geniale di farsele tagliare davvero. Ricatta un chirurgo e, finalmente, corre da Nanon per chiederle di sposarlo.
Purtroppo, mentre Alonzo era convalescente dopo l’operazione, l’uomo forzuto del circo, Malabar, ha guarito Nanon dalla sua fobia e i due, felici e contenti, annunciano le loro prossime nozze a un disperato e isterico Alonzo.
Non vi rivelo il finale, anche se si tratta di un film degli anni ’20, è sempre un piacere scoprire da soli come si conclude questo strambo, grottesco e allucinante film.

Quando mi qualcuno mi chiede (perché me lo chiedono, ve lo assicuro): “Ma tu ti diverti a vedere i film muti?”, io rispondo di no, com’è ovvio. Posso essere affascinata, ammirata, nel caso di alcuni film addirittura rapita, ma siamo di fronte a un linguaggio che, oggi, ci appare preistorico. Come ho già avuto modo di dire in altri post riguardanti pellicole appartenenti all’epoca del muto, a stento si tratta della stessa forma d’arte che oggi chiamiamo cinema. C’è però un’eccezione, ed è Lo Sconosciuto, uno dei pochissimi film del periodo ad aver mantenuto la sua natura di intrattenimento popolare.
Non ci dobbiamo infatti dimenticare che, nonostante a noi spettatori del 2017 sembri assurdo, il cinema era considerato, ancora negli anni ’20, lurido spettacolo per le masse, nonostante potesse già contare su tutta una schiera di grandi autori, europei e americani (ma anche asiatici, ricordiamo di sfuggita che Mizoguchi nel 1927 aveva già diretto una ventina di film, mentre Ozu esordisce proprio quell’anno). In particolare in quel di Hollywood, dove si era subito compreso che questa faccenda dei film era una miniera d’oro, non è che a frequentare le sale ci fossero fior di intellettuali. Se ai giorni nostri il cinema muto ci appare un fatto elitario, contestualizzato nella sua epoca d’appartenenza, era l’esatto opposto.
Per non parlare dell’horror, che ancora non era ufficialmente nato (i film come Lo Sconosciuto erano melodrammi a tinte forti), ma già faceva incazzare i critici.

Insomma, i film di Browning che oggi sono riveriti, allora erano liquidati con tre parole e un’alzata di spalle. Roba per il popolino, niente di più.
Il problema è che la premiata ditta Chaney & Browning di questo era perfettamente consapevole; sono stati infatti i primi (ipotizzo) ad aver utilizzato volutamente e con premeditazione, i cosiddetti punti di pressione fobica per tradurre in immagini le paure collettive della generazione uscita traumatizzata e sì, mutilata dalla prima guerra mondiale. C’era un filo diretto tra gli orrori messi in scena da Browning e interpretati da Chaney e gli orrori paventati e immaginati dal pubblico. È su questo filo diretto che l’horror ha, da sempre, prosperato e portarlo allo scoperto, imparare a usarlo, trasformarlo in un veicolo corazzato che maciullasse incassi e parlasse direttamente a ogni singolo spettatore seduto in sala a tremare, farne insomma l’enorme spettacolo di massa che continua a mietere vittime, è stata opera di Chaney e Browning e della loro lunga collaborazione.

Se ci fate caso, Lo Sconosciuto, più che i tratti tipici del melodramma, possiede quelli dell’horror psicologico. È il passo successivo, l’anello di congiunzione tra i drammi hollywoodiani e il vero cinema dell’orrore, senza mai appoggiarsi, oltretutto, sulla lezione dell’espressionismo tedesco. È autoctono, anche se Browning scelse un’ambientazione “esotica” come quella spagnola, profondamente americano.
Racconta una storia che, a pochi minuti dall’inizio del film, cambia faccia con quello che oggi chiameremmo plot twist e il personaggio per cui dovremmo provare simpatia si trasforma nel cattivo. Ma, pur essendo un personaggio negativo, Alonzo è trasfigurato dal dolore che prova per non essere ricambiato da Nanon e, in una maniera tutta distorta, mantiene una profonda nobiltà d’animo fino agli ultimi istanti del film. Mostro, aberrazione della natura, freak falso che, per amore, diventa un freak vero e, nonostante tutti i suoi sforzi, si vede negare quello stesso amore per cui ha perso tutto, Alonzo è il prototipo dell’emarginato che il destino tramuta in essere malvagio. Il primo di una lunga serie di assassini, folli e disperati che avrebbero popolato i nostri incubi negli anni a venire.
Creature sfigurate, nel corpo e nella mente, vittime di orride mutilazioni e mutazioni, contrapposte ai corpi perfetti e sani del resto del mondo. Una galleria di gobbi, storpi, nani, deformi, che sullo schermo sarebbero assurti a miti delle folle adoranti, a icone della cultura popolare. Tutto comincia da qui, dalla celebrazione appassionata della deformità operata da Browning e Chaney nei lontanissimi anni ’20.
Ora sapete chi ringraziare.

Le annate successive al 1927 mi creano svariati problemi, perché l’horror comincia a passarsela non troppo bene e, sembrerà strano, ma nel 1937 e nel 1947 non esistono produzioni di genere degne di nota. Siamo quindi costretti a fare un salto temporale di vent’anni e finire direttamente al 1957. Non sarà l’ultima volta che ci capiterà una cosa simile. Ma noi andiamo avanti come carri armati.
Quindi, 1957 sia con due film, famosissimi e fondamentali, La Maschera di Frankenstein di Terence Fisher e La Notte del Demonio di Jacques Tourneur.

7 commenti

  1. Non so perchè ma Alonzo che si fa tagliare le braccia e rimane fregato mi ha ricordato un sacco Francesco Dellamorte che si fa castrare come un gatto per amore della Falchi e poi scopre che lei è guarita dalla sua fobia con l’assessore di Buffalora 🙂

    1. Considerando che spesso le mutilazioni tipiche del cinema di Browning sono viste come metafore della castrazione, e considerando anche che ne Lo Sconosciuto la metafora è completamente allo scoperto, direi che ci siamo 😉

  2. L’accoppiate Chaney/Browning era lucidamente folle, ma ha tirato fuori robe come queste, quindi li Shippiamo forever.

    Il mio voto va a La Notte del Demonio

    1. Sono la coppia cinematografica più uberfiga di sempre!

  3. Questo sfortunato, muto e “mutilato” amore messo in scena dalla titanica coppia Browning/Chaney mi è sempre sfuggito fino a oggi, ragion per cui dovrò assolutamente rimediare…

    Per quanto mi sia difficile passare sopra a un titolo come La Maschera di Frankenstein, il mio voto va all’altrettanto splendido La Notte del Demonio.

    1. È un plebiscito per Tourneur. Impressionante!

  4. Ho votato la maschera di frankeinstein, così non si sente abbandonato ❤

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