What Happened to Monday

 Regia – Tommy Wirkola (2017)

Se qualcuno dovesse chiedermi qual è il mio film preferito (preferito, non il più bello: tendo a scindere le due cose) del 2017 ora che siamo arrivati a settembre, non avrei dubbi: è il film di cui parliamo oggi. È un’affermazione iperbolica forse, ma l’entusiasmo che mi ha dato la visione dell’ultimo lavoro del mio pupillo Wirkola è cosa rara e, da gennaio a oggi, direi unica. È un entusiasmo muscolare, fatto di pura esaltazione, quello stesso entusiasmo che si ricrea ogni volta che metto nel lettore un film a caso tra Robocop e Atto di Forza. L’entusiasmo alla Veroheven, se dobbiamo continuare con le esternazioni di un certo peso.
Non esagero, il terreno su cui si muove Wirkola è lo stesso: azione rocciosa e senza un attimo di tregua, impianto distopico/satirico, violenza estrema in campo, nessuna pietà per i personaggi, che muoiono come mosche, e soprattutto, quella voglia di spaccare ogni cosa che si traduce nell’andamento di uno schiacciasassi. Wirkola, di quello che pensate voi, se ne frega. Se vi offendete, sono cazzi vostri e non suoi. Wirkola è un eroe dei nostri tempi.
Datemi un film così all’anno e farete di me una donna felice.

What Happened to Monday (o Seven Sisters, a seconda del paese in cui il film è distribuito) parla di un futuro in cui il sovrappopolamento e la penuria di risorse hanno portato ad adottare misure di controllo della natalità draconiane: ogni famiglia può avere al massimo un figlio e, nel caso in cui ci fossero due o tre bambini in una casa, questi saranno portati via e congelati in attesa di tempi migliori. Ideatrice della legge è la dottoressa Cayman (Glenn Close), che ha anche istituito una sorta di polizia politica, con il compito di rastrellare i bambini in eccesso casa per casa.
Proprio nel momento in cui la legge sulla natalità viene approvata, nascono in clandestinità sette gemelle; la mamma muore di parto e il nonno (Willem Dafoe), dopo averle chiamate ognuna con un giorno della settimana, insegna loro a vivere di nascosto e a non farsi beccare.
Passano gli anni, le gemelline crescono e diventano Noomi Rapace. Lo schema della loro esistenza si ripete da quando sono piccole ed è diventato un meccanismo oliato alla perfezione: possono solo uscire nel giorno della settimana che porta il loro nome, truccate e vestite come se fossero una persona sola, la fantomatica Karen Settman.
A parte qualche piccolo contrasto e la difficoltà di recitare un ruolo che non coincide con la personalità di ognuna di loro, la faccenda procede senza particolari intoppi, fino a quando, un lunedì mattina, Monday esce per andare a lavorare e non torna più a casa, il che spiega il titolo originale del film, molto bello a differenza di quello didascalico scelto per la distribuzione al di fuori degli Stati Uniti.

What Happened to Monday è una co-produzione che vede coinvolti Belgio, Francia, Stati Uniti e Inghilterra ed è anche un film originale Netflix. Il motivo per cui non sia destinato ad approdare su Netflix Italia è misterioso. Forse l’idea è quella di farlo arrivare, in qualche momento del 2018, in sala. Ma che senso ha, essendo stato concepito apposta per finire sulla celeberrima piattaforma di streaming? Certo, data l’alta spettacolarità delle immagini, vedere il film su grande schermo non farebbe proprio schifo, e tuttavia andrebbe aperto un discorso il più possibile razionale sull’utilità di mandare un’opera nei cinema allo sbaraglio, con mesi e mesi di ritardo rispetto alla sua reperibilità online. Non è questa la sede, perché bisogna parlare di What Happened to Monday, e sinceramente non so neanche da dove cominciare. Procediamo dunque con ordine e partiamo dall’ambientazione, che non è mai specificata in maniera chiara, ma è evidentemente europea. Quasi tutte le location del film si trovano a Bucarest e Wirkola ha girato gli esterni sempre di giorno, in un clima plumbeo, umido, quando non sotto al diluvio. È uno strano compromesso tra il film tipicamente “notturno” e la scelta, da me sempre apprezzata, di far accadere le cose più orribili in piena vista e in pieno sole.


Girare a Bucarest, si sa, è di solito dovuto a motivi economici: sono luoghi disponibili a costi ancora abbastanza contenuti. Ma Wirkola sfrutta la città in maniera splendida, facendola diventare non una soluzione di comodo, ma un vero e proprio personaggio aggiunto. C’è una sequenza di inseguimento, che inizia in un appartamento, attraversa mezza città e finisce sui tetti, da mettersi a urlare per quanto è ben orchestrata e che ammutolisce per la conclusione traumatica.
Ecco, di conclusioni traumatiche è pieno il film; era da tanto tempo che non avevo la netta sensazione che nessun personaggio fosse al sicuro, protetto da esigenze di trama. Essere protagonisti, in What Happened to Monday, non significa niente. Chiunque può morire e, di solito, la morte arriva repentina, improvvisa e neanche si ha il tempo di piangere qualcuno che si deve subito ricominciare a correre.

La violenza è uno stato perenne, è l’ossatura del film, la sua struttura portante, permea la società messa in scena da Wirkola come una seconda pelle e il regista non si tira mai indietro quando si tratta di mostrarla in tutta la sua brutalità. Ma è anche una violenza sottile, concretizzata nella forma di una coercizione per il bene del pianeta e per il futuro della stessa razza umana. Il che porta alla mancanza di una netta distinzione tra “buoni” e “cattivi”. Le gemelle, per cui lo spettatore tende naturalmente a fare il tifo, lottano per sopravvivere all’interno di un sistema che le vuole morte, ma per delle ragioni nobilissime.
Per questo ho sin dall’inizio paragonato il film al miglior Verhoeven americano: ha la portata ambigua e satirica dei suoi lavori di fantascienza degli anni ’80, quelli dove non si riesce mai a capire fino in fondo se ti sta prendendo per i fondelli o se fa sul serio, dove lo sguardo impietoso sul fallimento di un ordine sociale porta all’esaltazione del caos e al crollo fragoroso di architetture che sembravano destinate a durare. La volontà di vivere di sette persone che va a sfasciare un intero sistema. E, alla fine, vi chiederete come mi sono chiesta io, chi in effetti avesse ragione, perché il tema è attuale più che mai e la cornice distopica non è poi così distante dalla nostra realtà.

Wirkola è maturato in modo impressionante; ha una assoluta padronanza dell’azione, della scelta del dettaglio giusto al momento giusto, del colpo d’occhio generale che in una sola inquadratura illustra un mondo intero, del ritmo forsennato con cui conduce in scioltezza un film della durata di due ore che sembrano dieci minuti. È accompagnato in questo dal lavoro enorme di una Noomi Rapace che potrebbe diventare una delle attrici di cinema action puro migliori sulla piazza. La Rapace si prodiga a interpretare ben sette personaggi, tutti con una propria personalità, che è sì appena abbozzata e per questo ancora più complessa da rendere con un gesto solo, con uno sguardo, con la postura del corpo. Preparatissima anche per le scene fisicamente più impegnative, è una macchina da guerra.
What Happened to Monday è uno di quei film destinati a diventare, in un futuro non troppo lontano, un oggetto di culto, e Wirkola, di cui attendiamo il terzo capitolo di Dead Snow, è da oggi il mio nuovo idolo cinematografico.

3 commenti

  1. Bravo Wirkola !
    Purtroppo Veroheven dopo L’uomo invisibile ha capito che i film che voleva fare a Hollywood non gli erano più permessi il suo tocco e definito kinky

  2. Mi ricorda un romanzo di Farmer, comunque la storia solo a leggerla è un gioiellino

  3. Wirkola procede di bene in meglio, direi (potrebbe forse diventare l’erede del Verhoeven che fu? Non avrei nulla in contrario, anzi)… e questo suo ultimo lavoro mi ispira parecchio, oltre ad avere una Noomi Rapace -in un ruolo multiplo non certo facile, per di più- coi controfiocchi 😉

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