Boys in the Trees

 Regia – Nicholas Verso (2016)

Restiamo in Australia, ma con un film dai toni diversissimi rispetto a Killing Ground. Mi riesce persino difficile associarlo al genere horror, con cui ha poco a che spartire se si escludono un paio di sequenze. Boys in the Trees è più un dark fantasy sul passaggio dall’adolescenza all’età adulta, ambientato ad Halloween che, ho scoperto, in Australia coincide con la fine dell’anno scolastico.
Ma non fatevi ingannare dal poster, che pare raccontare tutta un’altra storia: Boys in the Trees è un film adolescenziale, com’è ovvio, ma non è assolutamente un romance o, peggio ancora, un paranormal romance, nonostante il trio di ragazzotti in posa da fighetti sulla locandina ci provi a far credere il contrario. Anzi, se inizierete a vederlo con questo genere di aspettative, lo troverete noioso e smetterete di guardarlo dopo cinque minuti.

Fatta la doverosa premessa a scanso di equivoci, Boys in the Trees si svolge alla fine degli anni ’90, in una piccola città senza nome (in realtà hanno girato quasi tutto ad Adelaide) che potrebbe essere una qualunque della provincia americana, se non fosse per l’accento degli attori. L’ambientazione è importante, perché manca di quella specificità australiana che siamo abituati a considerare tale. Le strade di Boys in the Trees, i quartieri residenziali, i viali alberati differiscono di pochissimo da quelli del cinema americano di analoga discendenza coming of age, a parte un senso di abbandono e di isolamento più profondo, la percezione di essere distanti da tutto.
Il protagonista è un ragazzo all’ultimo anno delle superiori e quindi all’ultimo giorno di scuola, Corey (Toby Wallace), che si appresta a festeggiare con il suo gruppo di amici skaters, nonché popolari a scuola e, nel tempo libero, bulli crudeli. Oggetto principale delle loro angherie è Jonah (Gulliver McGrath), meno sviluppato fisicamente dei suoi coetanei, più fragile e per questo malmenato e apostrofato spesso come “frocetto”.
Corey e Jonah erano amici da bambini, fino a quando il primo non ha preso la sua strada. Durante la notte di Halloween, Jonah cadrà dallo skate mentre si sta esercitando da solo e Corey si vedrà costretto ad accompagnarlo a casa.

Da qui in poi, il film cambia così tante volte registro e genere che diventa complicato fornire un quadro univoco. Nicholas Verso se ne sta in equilibrio sul crinale tra la fiaba nera e la realtà squallida e provinciale vissuta dai protagonisti; certe volte tende a sbilanciarsi un po’ troppo da un lato o dall’altro e forse Boys in the Trees ha un paio di personaggi di contorno e di sottotrame che risultano dispersive e vanno a compromettere la sua compattezza. Dura quasi due ore e sì, qualcosina di superfluo c’è, come la love story tra Corey e la sua compagna di scuola Romany che spezza un po’ il ritmo, quando il nucleo davvero interessante del film è il rapporto tra Corey e Jonah, la loro amicizia tradita, i motivi per cui è stata tradita e il tentativo di ricongiungimento nell’arco di una sola notte, che avviene tramite la ripresa di un gioco della loro infanzia, abbandonato da Corey che vorrebbe crescere subito e ricordato con nostalgia da Jonah, che al contrario non avrebbe mai voluto smettere di essere un bambino.

Ora ci tocca fare un passo indietro al 2014, quando Verso dirige un cortometraggio dal titolo The Last Time I Saw Richard (sì, ha un gusto particolare per chiamare i film come le canzoni), che vi potete vedere tranquillamente su YouTube. E anzi, grazie al mio amico Marco per la segnalazione, perché io non lo conoscevo. Il film non è un’espansione del corto, le due opere condividono solo l’attore principale, che è sempre Toby Wallace, ma la trama è differente. Tuttavia, possono essere considerati l’uno la prova generale dell’altro e per questo vi consiglio di dare un’occhiata a The Last Time I Saw Richard prima di vedere Boys in the Trees, perché l’impressione è che siano ambientati nel medesimo universo narrativo.
In entrambi i casi si parla di adolescenza quantomeno problematica: l’ambientazione del corto è una sorta di istituto mentale per minorenni. E in entrambi i casi, c’è l’amicizia maschile al centro del racconto, insieme all’ingresso furtivo del soprannaturale nel quotidiano.
Come vedete, il regista è arrivato a Boys in the Trees tramite un percorso coerente e ha costruito il suo film partendo da lontano.

Ma se in un cortometraggio lo spazio è ristretto, ecco che avere a disposizione due ore di film aiuta ad approfondire i temi e a portare avanti una narrazione più complessa e stratificata; Boys in the Trees non è un film facile, nonostante abbia uno sviluppo molto lineare. Racconta di una sola notte in cui cambia tutto, e al cinema, di notti così ne abbiamo viste tante. È una storia che già conosciamo, la possiamo seguire a occhi chiusi, quasi prevederne ogni svolta. Eppure non è così: anche se, in un certo senso, sappiamo come andrà a finire, la bravura di Verso riesce lo stesso a colpirci.
Su questo blog lo abbiamo ripetuto tante volte che non ha importanza l’originalità, ma il modo in cui si riesce a essere unici e personali all’interno di uno schema preesistente. In questo caso, lo schema è di immediata lettura: bullismo, disagio giovanile, amicizia perduta e poi ritrovata e, come cuore pulsante, il fiabesco che influenza le nostre scelte e arriva a fornirci una seconda occasione o ci obbliga all’improvviso a diventare adulti, anche se eravamo convinti di esserlo già.

Ma diventare adulti non significa lasciarsi il passato alle spalle, non significa dimenticare ciò che eravamo. Al contrario, ci impone di venirci a patti. Per questo, quando vi dicono: “deciditi a crescere e basta guardare quella merda per bambini”, la vostra reazione più educata deve essere una pernacchia (valgono anche gli sputi in faccia). Perché l’oblio è il modo migliore per restare in un limbo in cui adulti non si diventa mai.
Non si tratta neppure di riconciliarsi con il proprio passato, perché alcune cose non permettono una riconciliazione. Si tratta, più che altro, di prendere atto di ciò che ci ha formati, nel bene (poco) e nel male (tanto).
Ritrovare un vecchio amico d’infanzia abbandonato per questioni di mera sopravvivenza sociale (alzi la mano chi non ha mai vissuto un’esperienza del genere, da un lato o dall’altro della barricata) è solo l’inizio di un viaggio, a ritroso nel tempo, attraverso un mondo che è sì il nostro, ma non del tutto e infine verso un domani che è visto da un lato come salvifico, dall’altro come uno spauracchio.

Ecco, Boys in the Trees è il racconto di questo triplice viaggio, che Verso è bravo nel mettere in scena bilanciando tra loro i vari elementi, quello fantastico, quella realista e quello sentimentale. C’è tanta sincerità, in questo film, così tanta da far male. E c’è anche tanto dolore, perché lo sappiamo tutti che si cresce attraverso il dolore. L’empatia è forte per tutti i personaggi, persino per il capo dei bulletti, umanissimo anche lui nella sua fragilità. Poteva essere un “cattivo” comodo e pronto all’uso, ma è stata fatta un’altra scelta, una scelta spiazzante, soprattutto nel finale.
Sebbene l’ambientazione possa far nascere qualche sospetto, Boys in the Trees non è un film nostalgico. Certo, la colonna sonora è composta principalmente di pezzi “d’epoca”, che faranno la gioia di chi vent’anni fa, aveva l’età dei protagonisti (io, per esempio), però non è un film da far rientrare nel filone del si stava meglio quando si stava peggio, non ammanta il nostro passato di chissà quale aura poetica per farlo risplendere rispetto al presente. È una storia tragica e delicata sul prezzo da pagare per crescere ed è uno di quei film dove si nota a ogni fotogramma l’enorme investimento emotivo del suo autore. Se siete disposti a passare sopra un paio di ingenuità tipiche di un’opera prima e se non cercate per forza il capolavoro del millennio ogni volta che vedete un film, potrebbe stupirvi e farvi conoscere un regista da tenere d’occhio.

7 commenti

  1. È un peccato, infatti, che venga usata la locandina di cui sopra, perché l’altra, quella con gli occhi truccati di Jonah era perfetta. Forse hanno preferito tentare il colpo di attirare un pubblico più giovane, rischiando però così di allontanare quello che lo apprezzerebbe, e di scontentare quello che si aspetta l’horror romantico con ragazzini bellocci di oggi.

    1. Sì, l’altra locandina era migliore e più attinente sotto ogni punto di vista. Credo che però distribuire un film del genere sia abbastanza rischioso, perché è difficile trovargli un pubblico, purtroppo.

  2. Io alzo la mano, l’abbandono di amicizie per sopravvivenza non l’ho vissuto: avrei dovuto avere amici, perché accadesse (le mie amicizie le ho strette quasi tutte dopo i diciotto e fuori dall’ambiente scolastico 😛 )

    La tua risposta diplomatica a chi dice di mollare “quella merda da bambini” è molto bella e poetica XD

    1. La scuola è in effetti una fogna a cielo aperto 🙂
      Me lo dicono tutti che vado fortissimo in diplomazia 😀

      1. Potresti risolvere le beghe tra Israele e Palestina!

      2. Guarda, io ti affiderei addirittura un’ambasciata così, senza nemmeno pensarci un secondo 😀
        Tornando al film e, di conseguenza, riagganciandomi anche alla tua definizione di scuola fognaria 😉 nonché -aggiungo io, per mai dimenticata esperienza personale: di nuovo, e giustamente, crescere non significa dimenticare- giovanile palestra del più fetido bullismo ecco, se tra tutte le altre cose Boys in the Trees riuscirà persino a farmi empatizzare con la figura di un bulletto vorrà dire che Nicholas Verso ci sa davvero fare…

        1. Facciamo scoppiare la terza guerra mondiale, altro che Ciccio Pasticcio 😀

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