Tobe Hooper

Le cose cominciano a farsi complicate per quelli che, come me, hanno cominciato ad amare il genere grazie ai magnifici quattro del new horror americano. Sapete tutti a chi mi riferisco: da quattro che erano, ne è rimasto in vita solo uno ed è tutto avvenuto alla velocità della luce, in neanche due anni. Era fine agosto del 2015 quando la morte di Wes Craven arrivava all’improvviso a spezzare il cerchio. Aveva 76 anni. Romero se ne è andato neanche due mesi fa, a 77 anni; non abbiamo ancora elaborato completamente il lutto che è toccata a Tobe Hooper. Lui di anni ne aveva 74. Nessuno di loro, quindi, era particolarmente anziano e non ti aspetti che accada una cosa del genere così in fretta.
Questo blog esiste da sei anni, ormai, e non si contano le volte in cui li ho nominati, ho parlato dei film che hanno diretto, ho anche ironizzato su di loro. Su Hooper più degli altri. Non mi piacciono le rivalutazioni postume e detesto chi si rimangia le cose che ha detto (soprattutto se si possono trovare scritte anche di recente), ma Hooper, dei quattro, era quello che ho sempre amato di meno. Questo non significa che la sua morte non sia stata una brutta botta anche per me: si può anche avere qualche perplessità su un regista, ma da qui a negarne l’importanza e soprattutto, a non essergli riconoscente per tutti i semi che ha gettato, ci passa un abisso.

La stampa generalista ricorda Hooper soprattutto per Non Aprite quella Porta. Intendiamoci, è doveroso farlo, perché nel gruppo ristretto di horror che hanno dato una svolta fondamentale al genere, l’esordio di Hooper merita di sicuro di stare tra i primi posti. Ma anche senza considerarne l’eredità, si tratta di un capolavoro, non in ambito horror, un capolavoro e basta e sfido chiunque ad affermare il contrario. Ma la carriera di Hooper, per quanto altalenante, discontinua, piena di passi falsi e film, a voler essere generosi, discutibili, non è solo riducibile a Leatherface e famiglia. Di quel cinema fatto di sporcizia, marciume e cattiveria che ha segnato gli anni a cavallo tra i ’70 e gli ’80, Hooper è stato protagonista assoluto con almeno altri due titoli: Eaten Alive (Quel Motel Vicino alla Palude) e The Funhouse (Il Tunnel dell’Orrore). Possiamo anche dire che l’invenzione del survival è da dividere equamente tra Hooper e Craven. Ma se il buon Wes ha diretto L’Ultima Casa senza un minimo di coscienza, tanto che non aveva la più pallida idea di dove piazzare la macchina da presa, Hooper è invece stato un inventore consapevole. Perché Non Aprite quella Porta è un’opera, per quanto povera e grezza, molto studiata.

Ecco, forse a Hooper non viene ancora riconosciuto di essere stato un regista molto più raffinato di quello che sembrava. E, sia chiaro, “studiato” non significa fasullo, anzi, la brutalità estetica e narrativa dei suoi primi film è così ben costruita da apparire vera. Viene voglia di farsi una doccia dopo averli guardati e anche Il Tunnel dell’Orrore, che è un’operazione un po’ diversa (cinematograficamente molto sottile), ha dei momenti in cui trasuda degrado da ogni fotogramma. Ma ne abbiamo parlato meno di un anno fa, di questo film, e non credo sia il caso di ripetere quanto già detto.
La fortuna di Hooper si interrompe con Poltergeist. Sapete tutti com’è andata a finire e dovreste conoscere le recenti dichiarazioni del direttore della fotografia. Non era roba da Tobe Hooper. Non era quella la sua casa. Non la famiglia borghese minacciata da entità soprannaturali, non il ristabilimento finale dello status quo. Hooper ha sempre raccontato un universo dove il mostro non viene sconfitto, dove l’orrore resta appiccicato addosso e dove è il degrado a farla da padrone.

Ha sempre messo la firma, dopo Poltergeist, su progetti quantomeno bizzarri. A volte è riuscito a fare dei buoni film, la maggior parte delle volte no. Ma non è questo che conta, oggi.
Credo che la cosa importante sia un’eredità che, a differenza di noi esseri umani, non è destinata a morire. L’horror contemporaneo, qualunque cosa dicano i nostalgici, sta bene, anzi benissimo, e ancora si regge su quanto fatto, nel secolo scorso, dai magnifici quattro che adesso sono ridotti a uno solo.
Non solo perché quest’anno usciranno in sala Leatherface e un altro remake de Il Giorno degli Zombi, mentre è in lavorazione l’ennesimo reboot di Halloween. La tradizione cominciata a metà degli anni ’70, soprattutto da questi quattro registi, è viva oggi più che mai e non esiste film dell’orrore che, al suo interno non abbia qualcosa di loro. E non parlo delle citazioni più o meno dirette: ciò che hanno raccontato quei quattro è presente in ogni film ed è un ricordo indelebile nella mente di ogni regista.
L’horror del XXI secolo è derivativo? Certo che sì. Non potrebbe essere altrimenti con dei giganti simili a indicare la strada; nella loro filmografia resiste tutto quello di cui abbiamo bisogno ed è nella loro ombra che continuiamo e continueremo a muoverci, fino a quando avrà ancora senso parlare di horror.

E allora, nonostante sia sempre doloroso dire addio a qualcuno che, nel bene o nel male, ha fatto parte di te per anni e che eri arrivata a considerare quasi come uno zio un po’ matto, che ti faceva anche tenerezza quando posava davanti alle locandine degli innumerevoli remake del suo esordio, obbligato dalle circostanze (soprattutto economiche) a farlo, ma sapendo che proprio non c’era partita e non ci sarebbe mai stata, il sentimento che oggi prevale non è la tristezza, ma la riconoscenza per tutto quello che Hooper ha regalato a noi appassionati. E che continuerà a regalare, anche se non ci sarà più lui dietro la macchina da presa.
Sarà nella mente di ogni ragazzo che si troverà sul set per la prima volta, con pochissimi soldi e una troupe di amici. E insieme a lui ci saranno anche Romero e Craven. Il cinema è già di per sé uno strumento che permette di non perdere mai nessuno per sempre, ma l’horror, tra i generi cinematografici, è quello che più di tutti gli altri si prende cura dei suoi eroi.
Se è vero che la comunità di appassionati ha tanti difetti, è anche vero che non dimentica mai. Nessuno di noi dimenticherà mai Hooper e si continueranno a fare film in suo nome.
Non credo ci sia un modo migliore per salutare un regista.

7 commenti

  1. Per me Hooper resterà per sempre quello di “LIfeforce”, un film “sbagliato” sotto ogni punto di vista, ma che conserva uno strano impatto.
    E trovo curioso che “Hooper quello di Lifeforce” se ne sia andato ora che la Beeb ha annunciato un nuovo Quatermass.
    Ma sono io che sono strano.

    1. Lifeforce è un film che rivedo sempre volentieri. Mi diverte, nonostante non sia particolarmente riuscito.
      Ma un film di Hooper, relativamente recente, che a me piace molto e che non è stato proprio considerato è Toolbox Murders.

      Io, fossi in te, su tutta la questione Lifeforce, morte di Hooper, Quatermass ci farei un post 😉

      1. Ci potrei anche pensare… 🙂

  2. Curiosamente anche io porto un amore particolare per Lifeforce, un film talmente squilibrato che me ne sono affezionato subito, eppure l’ho trovato profondamente omaggiante verso la Sf inglese, mancava proprio Quatermass e Doctor Who che saltellava di qua e di la… il tutto condito da ondate di sangue, linfa vitale succhiata e un’apocalisse dai connotati biblici sul finale. Delirio sfrenato

  3. Giuseppe · · Rispondi

    Per quanto -come già sai- Lifeforce lo considerassi un film più adatto a Dan O’Bannon che non a Tobe Hooper, l’ho amato particolarmente anch’io, oltre a trovarlo comunque più riuscito del successivo remake di Invaders from Mars. E, a proposito, ti dirò che non mi sarebbe dispiaciuto vedere Hooper -prima o poi- ancora alle prese con altri titoli fantascientifici (purtroppo non ce ne sarà più la possibilità 😦 )…

    1. Io credo che Hooper il film veramente adatto a lui, dopo Non aprite quella porta, non lo abbia più trovato.
      Ma dopo che hai cominciato così, è difficile ripetersi, purtroppo. 😦

  4. Rimane in vita soltanto John Carpenter, facciamo gli scongiuri se per caso gli capitasse qualcosa, John ha ancora tanto da dire ^_^

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