Ciclo Zia Tibia 2017: La Setta

 Regia – Michele Soavi (1991)

Avevo detto che, in questa ultima settimana di programmazione prima della chiusura estiva, mi sarei occupata di film leggeri. Ma avevo anche promesso che avrei parlato de La Setta, il terzo horror firmato da Soavi e l’ultimo suo film prodotto da Dario Argento. E La Setta è tutto fuorché un film leggero; è impegnativo per chi lo guarda e per me che devo scriverne, cercando di dare un senso a quel bombardamento incoerente di immagini cui Soavi sottopone lo spettatore. Facciamo quindi un ultimo sforzo sopportando la canicola e poi vi prometto che venerdì cazzeggiamo parlando di squali che son sempre refrigeranti.

Se il delirio de La Chiesa è in qualche modo casuale, quello de La Setta appare più strutturato, più voluto, se mi passate il termine, ma questo non significa che la sceneggiatura abbia avuto una gestazione lineare. Anche questa non è una novità, se si pensa a come funzionava il nostro cinema di genere, e specialmente in un momento in cui era già cominciato quel declino che lo avrebbe portato a scomparire come se non fosse mai esistito, nel giro di quattro o cinque anni.
La produzione del film comincia infatti a partire da una sceneggiatura di Gianni Romoli, intitolata Catacombs, su cui Argento, volpone come al solito, costruisce una storia di sette sataniche per sfruttare l’onda lunga del stanic panic. Soavi, chiamato a dirigere il film, inserisce un’altra linea narrativa, derivata da un suo vecchio progetto mai realizzato: The Well, un film che doveva essere basato sull’esoterismo e sul simbolismo celtico.
Prendete queste tre tendenze, che fanno anche un pochino a cazzotti tra loro, frullatele insieme e avrete La Setta, con il suo andamento ondivago, la sua narrazione stravagante (per usare un eufemismo) e la solita capacità di Soavi, che ormai dovremmo conoscere a menadito, di creare delle sequenze magistrali anche su fondamenta poco solide.

La Setta comincia con un prologo ambientato nel 1970 (curiosità, si sente la canzone A Horse With No Name che è dell’anno successivo), in cui alcuni hippie in campeggio sul lago fanno una pessima fine, macellati e sacrificati al demonio da un gruppo di cultisti che strappa loro la pelle della faccia per poi buttarla nel fuoco.
Ci trasferiamo, una ventina d’anni dopo, a Francoforte e qui abbiamo un secondo prologo al film vero e proprio: l’omicidio di una donna, accusata dal suo assassino di aver voltato le spalle a una non meglio specificata setta.
Finalmente il film comincia e facciamo la conoscenza di Miriam (Kelly Curtis, sorella maggiore di Jamie Lee), una maestra elementare che vive da sola con un coniglietto (adorabile) e un pesce rosso e che commette l’imperdonabile errore di portarsi a casa un anziano signore, dopo aver rischiato di investirlo. Non che sia colpa sua: il vecchiaccio vagava in mezzo alla strada in stato confusionale e Miriam è una brava persona, compassionevole e corretta.

Raccontare altro sarebbe inutile e dannoso, non per fare spoiler, ma sempre perché, dal momento in cui Miriam fa entrare l’uomo nella propria vita, parte l’ormai celeberrimo delirio alla Soavi e non ce n’è più per nessuno.
Il fascino che La Setta esercita su di me deriva da una impressione che solo di recente sono riuscita a razionalizzare: ogni singola scena di questo film sarebbe la scena madre di un altro, quella da ricordare per sempre, quella su cui un regista normale edificherebbe la sua intera opera. E invece Soavi, che è matto, infila una serie di piccoli capolavori concentrati in scene singole, senza curarsi punto di dare un senso al loro insieme. E così, se La Setta può essere definito un horror soprannaturale sulle gravidanze demoniache, è anche un’altra mezza vagonata di roba compressa in un paio d’ore. Già, perché è anche un film sorprendentemente lungo per il genere cui appartiene.
Per godervi La Setta non vi dovete domandare ogni cinque minuti dove la storia stia andando a parare. Ve lo dico io: non va a parare da nessuna parte perché non vuole andare a parare da nessuna parte; è una sfilza di sequenze perturbanti attaccate l’una all’altra con un collante debolissimo. Sì, c’è una setta, la Setta dei Senza Volto, il cui scopo è far generare a Miriam il figlio del demonio. Questo il collante, questa la stampella su cui si regge il film, e ha comunque una presa maggiore rispetto a quello che teneva insieme i pezzi sparsi de La Chiesa. Almeno qui stiamo tutto il tempo concentrati su Miriam e sul calvario fisico e psicologico che la donna deve attraversare per salvarsi la vita e l’anima.

Eppure, vedete, non è la trama il centro di un film di questo tipo, come non lo era per i film soprannaturali di Fulci: è l’atmosfera. Ed è complicato trovare un film horror della fine degli anni ’80 con un’atmosfera così cupa, nera, soffocante. Il linguaggio usato da Soavi è il linguaggio dell’incubo. Nei nostri incubi non tutto quello che accade è per forza coerente, anzi. Una volta stabilito che La Setta è un incubo a occhi aperti, lo si capisce meglio e magari non lo si rigetta. E si riesce persino ad ammirarne la ricchezza visiva, senza stare lì a domandarsi i motivi di tale ricchezza ai fini della trama.
Perché sembra piovere polline anche negli interni delle case? Che cos’è quella specie di fungo blu infestante che si trova nelle tubature dell’appartamento di Miriam? Perché le persone vengono possedute da un panno che gli si attacca alla faccia come un face-hugger di Alien? E che diavolo ci azzecca il coniglietto in grado di cambiare addirittura canale al televisore?

Ha importanza tutto questo? Non se ci si lascia andare a questa fiaba del terrore parcheggiando per un istante la nostra razionalità in una zona del cervello dove non rompa troppo le scatole. Perché il cinema horror è un assalto ai nostri sensi e al nostro raziocinio e ci conduce in luoghi dove il pensiero logico non deve avere alcun ruolo. La Setta ci prende per mano, ci ipnotizza e ci porta dritti in quel luogo. Non è necessaria una spiegazione ai fatti orribili che si susseguono: accadono e basta.
Tuttavia, non bisogna pensare che dirigere un’opera del genere sia alla portata di tutti, che sia sufficiente mettere una dietro l’altra scene prive di senso per fare un horror potente e visionario (scusate) come questo. In realtà, ogni elemento, anche quelli più bizzarri, all’interno del film risponde a una precisa logica interna, una logica che non ha nulla a che spartire con quella del nostro mondo, la logica dell’incubo e dell’interiorità di Miriam. Il coniglio, per esempio, oltre a dare al tutto un tocco fiabesco e fanciullesco, ci offre un interessante punto di vista sul carattere della protagonista, una donna-bambina che non è mai cresciuta.
La morte orribile e la seguente resurrezione della migliore amica di Miriam, in una scena all’obitorio che mi ha perseguitato per anni, è a sua volta un sistema per demolire, una a una, le poche certezze e i pochi punti fermi di una mente instabile.
E il panno rimasto a casa di Miriam ci serve come gancio per un momento di gore così estremo ed elaborato da mandare a casa a piangere tutti i torture porn del XXI secolo.
Perché gli incubi sono così: vanno a colpire dove fa più male, hanno come bersaglio i punti deboli e, prima che Miriam sia davvero pronta per portare in grembo il figlio del demonio, i pilastri su cui si regge la sua vita devono cadere.

L’horror è il genere cinematografico, tra tutti gli altri, più condizionato dallo stile e, all’interno del grande calderone horror, quello italiano è sempre stato il più stilizzato. Erano puro stile gli horror soprannaturali di Argento, puro stile quelli di Fulci, per non parlare delle opere di Mario Bava. Soavi rientra pienamente nel solco di questa tradizione, che poneva la macchina da presa al di sopra di tutto, come strumento narrativo, come veicolo di paura, come mezzo emotivo in grado di dare senso a trame che ne erano quasi sempre prive.
E anche La Setta scivola progressivamente nell’orrore puro a botte di piani sequenza, angolature sghembe e bislacche, geometrie assurde, in un climax finale (accompagnato da un crescendo musicale da brividi firmato da Pino Donaggio) che perdonatemi, ma fa le scarpe persino a Rosemary’s Baby.
Per l’ennesima volta, mi trovo qui a rimpiangere un regista che ha smesso di fare horror, perché in questo paese, da un certo punto in poi, non è più stato possibile farlo. Il pensiero di uno dei talenti più cristallini del nostro cinema andato sprecato in questo modo barbaro mi spezza il cuore, ogni volta.
Michele, io lo so che non mi leggerai mai, ma se per caso dovessi farlo, ti prego, torna a farci paura. Ne abbiamo tutti un disperato bisogno.

10 commenti

  1. valeria · · Rispondi

    visto per la prima volta qualche giorno fa, proprio perchè sapevo che ne avresti parlato ed ero curiosissima. i pensieri che mi hanno attraversato la mente durante la visione sono stati i seguenti: all’inizio un grandissimo “WTF?”, per poi passare ad un “però, che scena geniale!” e infine ad un “questo film é da comprare”. che dire, mi ha letteralmente conquistata. come dici giustamente tu, se ci si abbandona al racconto e si lascia da parte la logica, si assiste a due ore di atmosfera pura, come ormai raramente se ne vedono in giro, un miscuglio tra “fiaba dark” e horror puro. bello bello bello 😀

    1. Sì, la prima reazione è proprio WTF? Con una faccia tipo O.o
      Poi si entra nel delirio e lo si gusta 😀
      Bellissimo.

  2. Davide Locatelli · · Rispondi

    Di Soavi a parte i film di cui stiamo parlando ho visto Arrivederci amore, ciao. Beh mi ha lasciato un inquietudine che raramente ho avuto, la scena finale l’ho avuto addosso per giorni.

    1. Arrivederci amore, ciao è un mezzo capolavoro e uno dei più bei noir italiani mai girati. Peccato non sia stato capito.

  3. Giuseppe · · Rispondi

    E’ vero, l’incubo ha una (non)logica tutta sua, e se non si accetta tale premessa il film di Soavi lo si prende partendo inevitabilmente col piede sbagliato: non devi “capirlo” ma lasciartene trasportare e spiazzare… lo stesso demonio -e quelli che lo servono, e il modo in cui agiscono- qui sembra spesso essere non molto più che un semplice nome, un paravento per ben peggiori e indicibili entità lovecraftiane (tra le altre agghiaccianti cose, penso appunto anche agli “omaggi” in tal senso con quelle angolature e geometrie).
    P.S. Mi unisco pure io all’appello per il ritorno di Michele all’horror: ci sapeva fare allora, ci saprebbe senz’altro fare ancora oggi…

    1. Purtroppo sono registi che ormai hanno la carriera relegata allo schermo televisivo. Soavi fa anche cose pregevoli. Una fiction girata da lui fa le scarpe al 90% delle altre fiction italiane.

      1. Giuseppe · · Rispondi

        Verissimo, e anche per questo fa ancora più male saperlo lontano dall’horror (se solo potesse cimentarsi in una fiction di genere, sono certo che avremmo qualcosa di cui parlare per parecchio tempo)…

  4. io temo che le logiche (illogiche) condizioni di lavoro di quegli anni siano difficilmente ripetibili oggi. Però, girandolo con attori in madrelingua inglese come già facevano al tempo, il mercato ci sarebbe pure.

    1. Sì, non si può più tornare al sistema produttivo di quel periodo storico, ma con le nuove possibilità offerte dalla tecnologia, oggi, girare film è più facile ed economico di quanto non lo sia mai stato.

  5. Comunque il demone uccello che becca il collo di miriam è Shax, marchese dell’inferno che comanda 30 legioni.

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