Patchwork

 Regia – Tyler MacIntyre (2015)

Dato che questa è l’ultima settimana prima che il blog (e io con lui) vada in vacanza per un po’, e dato che penso siate tutti lessati dal caldo boia, e per dirlo io, è boia sul serio, parlerò solo di film leggeri, possibilmente senza eccessive pretese. Per la roba seria (e ne ho un bel po’ in serbo) ci risentiamo a fine mese.
Patchwork è un film di due anni fa che però solo nel 2017 ha trovato una distribuzione in VOD, dopo aver fatto il consueto giro dei festival specializzati (ScreamFest, Toronto Afterdark, etc.), è una produzione canadese, è un esordio ed è una body-horror comedy, così non ci facciamo mancare niente. È anche uno di quei film che ti rimette in pace con il mondo, uno di quei film per cui l’aggettivo delizioso non è affatto fuori luogo, un film dedicato a Stuart Gordon e al suo Re-Animator, e con una battuta che, se questo fosse un mondo migliore, dovrebbe già avere una maglietta dedicata.

Jennifer, Ellie e Madeleine sono tre ragazze che non hanno nulla in comune. Coincidenza vuole che, una sera, si ritrovino tutte nello stesso bar e, nel tornare a casa, vengano aggredite. Si risvegliano la mattina dopo in uno scantinato e si accorgono con orrore, di coabitare lo stesso corpo, montato e cucito a partire da parti prese da tutte e tre, il patchwork del titolo. Non hanno idea di come sia accaduto, non ricordano nulla della sera precedente, ma si rendono conto che solo collaborando ne verranno a capo.
La premessa, come vedete, è abbastanza folle e divertente. Roba che, appunto, sembra fatta apposta per mandare in estasi tutti noi orfani di Gordon e del suo cinema.
Patchwork è declinato più in chiave di commedia pura che di horror vero e proprio. Non manca, data la situazione, il gore, presente soprattutto nella parte conclusiva del film, ma quello a cui assisterete è quasi una commedia sentimentale con qualche morto ammazzato in più e una ragazza che è in realtà tre ragazze in una coi punti di sutura in bella vista e l’andatura dinoccolata e scricchiolante (meravigliosi gli effetti sonori) di chi ancora non è in grado di guidare alla perfezione il suo nuovo corpo.

Una storia simile puoi raccontarla in maniera grossolana o in maniera sottile. Puoi spingere sullo splatter, sul cattivo gusto e sulla volgarità oppure puoi preferire un approccio meno banale, meno visto in altri B-Movie e tentare di prendere una strada personale, sempre nel solco dei tuoi punti di riferimento che, come vedremo poi, non si limitano al solo Re-Animator, ma vanno molto a ritroso nel tempo.
MacIntyre sceglie il secondo approccio, altrimenti non staremmo qui a parlarne: prima di tutto, adotta uno stile narrativo e di montaggio niente affatto lineare, ricostruendo come un puzzle (o come un patchwork) la storia delle tre ragazze e spezzettandola in tanti capitoli senza seguire un ordine cronologico. È uno stile che aiuta tantissimo il ritmo del film, che infatti fila come un proiettile, ma serve anche a dare complessità e spessore a una storia tutto sommato molto semplice.

Anche la coabitazione forzata delle tre protagoniste è resa molto bene, con le attrici in scena tutte insieme, a discutere sul da farsi e poi il corpo che esegue gli ordini, a volte contraddittori, con effetti esilaranti. E qui va detto che le tre attrici fanno davvero un gran bel lavoro, soprattutto Tory Stolper, che interpreta sia Jennifer sia il puzzle umano, soprannominato Stitch dal nome che aveva nel corto omonimo di cui questo film è un’espansione. Sicuramente i personaggi sono parecchio stereotipati, ma le attrici riescono a infondere loro un certo carattere e un certo calore umano, a mio modo di vedere indispensabile per una commedia dell’assurdo come questa. Tutte e tre hanno degli ottimi tempi comici nei botta e risposta fulminei che caratterizzano il loro rapporto. E vederle litigare e anche azzuffarsi è uno spasso continuo.

Impressionante anche tutto il reparto degli effetti speciali, ricordando che si tratta di un film a basso costo e che non c’è l’ombra di computer grafica neanche a cercarla col lanternino. Ma non è tanto la realizzazione tecnica in sé a essere impressionante, è il concept estetico alla sua base, che si nota essere frutto di uno sforzo creativo fatto da veri appassionati. E qui arriviamo all’altro nume tutelare dell’operazione, James Whale e il suo La Moglie di Frankestein, citato apertamente in un’inquadratura che mi ha fatto sciogliere il cuore. Le movenze stesse di Stitch sono ispirate a quelle di Elsa Lanchester  nel film del 1935 e le scenografie del laboratorio dove i corpi delle ragazze vengono smembrati e poi riassemblati insieme sono una replica quasi perfetta, fatte le debite proporzioni e considerata l’ambientazione contemporanea del film, di quello del dottor Pretorius.

Per concludere, Patchwork è un piccolo film, fresco e divertente, scritto e girato con un amore sconfinato nei confronti del genere, con un afflato anarchico e irriverente e uno stile di racconto che si differenzia dagli altri B-Movie per la scelta di un’attitudine più cerebrale. Per essere un body horror, incentrato poi sulla percezione di sé e sulla non accettazione del proprio corpo, mostra uno scarso interesse per il corpo in quanto tale e preferisce approfondire l’aspetto intellettivo della faccenda. Non male come idea, molto buona la realizzazione. Non ho neanche sentito troppo la mancanza di secchiate di sangue, anche perché il finale violento e romantico si fa perdonare qualche morte fuori campo di troppo.
Se non fosse un film del 2015, Patchwork sarebbe la migliore commedia horror del 2017. Ora non resta che aspettare il nuovo film di MacIntyre, Tragedy Girls, in arrivo al Frightfest a fine mese. Alla faccia di quelli che ne decretano la morte ogni santo giorno, perché gli anni ’80, signora mia, erano tutta un’altra cosa, l’horror sta bene e vi saluta tutti. E se è un frankenstein di pezzi di cadavere ricostruito a partire da altri film, tanto meglio. È comunque una creatura bellissima.

5 commenti

  1. Lorenzo · · Rispondi

    È sempre un piacere scoprire piccole perle qui sul tuo blog, non mi stancherò mai di dirlo. Oltre ai film stessi di cui parli ci sono il modo in cui ne parli, tutta la passione che nutri per questo genere e ci sei anche tu in quello che scrivi. Qualcuno dovrebbe fare una recensione del blog 😂
    Comunque, il body horror sempre sia lodato! Leggendo mi sono ritrovato a pensare a quante piccole produzioni siano avanti chilometri rispetto a certe da svariati milioni, sia per contenuti che per qualità tecnica. Ciò che fa la differenza spesso è la passione, possiamo dire. Senza dimenticare che ogni tanto è bello non prendersi troppo sul serio

    1. Grazie 🙂
      L’horror sta vivendo davvero una stagione di assoluto splendore, anche meglio degli anni ’80, secondo me. Soprattutto quello indipendente, sia chiaro, ma anche i film che alla fine arrivano in sala sono superiori alla media.
      Credo che non ci sia momento migliore per essere un appassionato del genere.

  2. Giuseppe · · Rispondi

    Sembra niente male e, oltre agli illustri nomi che hai citato, mi permetto di aggiungerci Roger Avary… sì, perché, fra le altre cose, Patchwork mi dà l’idea di essere anche una versione virata in comedy-horror del suo Mr. Stitch (appunto) 😉

    1. Che purtroppo non ho mai visto 😦 Era una film per la tv, vero?

      1. Giuseppe · · Rispondi

        Sì! Tra l’altro, in tv non lo trasmettono più da eoni ormai (nemmeno mi risultano suoi recuperi sul digitale terrestre, e credo sia passato pochissimo pure sui satellitari)…

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