Pillole per l’estate (perché mi sono dimenticata quelle primaverili)

Scusate, ma davvero mi è uscita del tutto di mente, questa rubrica. Non la riprendo da novembre, mi pare. Evidentemente il cervello mi si è fuso per il caldo e, per dirlo io, deve fare davvero tanto caldo. Ma l’estate, si sa, è la stagione migliore per il cinema horror, sia per andare a scavare nel passato del genere, sia per scoprire qualche novità interessante in grado di intrattenervi nel corso di queste afose giornate.
Quindi, andiamo a vedere quattro film che mi sono capitati sottomano di recente. Ci tengo a ribadire, come ogni volta, che la presenza di un film nella sezione delle Pillole non significa che sia meno buono rispetto ad altri a cui dedico un articolo intero. È solo che un post molto approfondito, di solito, lo scrivo per dei film che mi suscitano delle riflessioni, a volte addirittura a prescindere dalla loro qualità effettiva. Fatta la solita e doverosa premessa (sta diventando noiosa, ma è sempre meglio specificare), possiamo cominciare.

Il primo della lista è un’opera australiana, un esordio che i cinefili bravi definirebbero devastante e disturbante. Io, che cinefila non sono, mi limito a dire che Hounds of Love, opera prima di Ben Young, è un bel concentrato di violenza, fisica e psicologica, che tende a lasciare lo spettatore tramortito.
Evelyn e John White sono una coppia di serial killer che rapisce ragazzine appena adolescenti, le tiene per qualche giorno prigioniere in casa e poi le uccide. Nelle loro grinfie capita Vicki (per chi segue Miss Fisher, sarà un colpo riconoscere Ashleigh Cummings), e sembra destinata a fare la stessa fine delle altre, solo che qualcosa, in lei, va a turbare le dinamiche della coppia di assassini e porta a galla i conflitti irrisolti di una relazione basata su continui abusi e manipolazioni psicologiche da parte di John su Evelyn.
In teoria, Hounds of Love dovrebbe essere una sotto-specie di torture porn, ma il genere è per fortuna passato di moda e lo scheletro della trama sul solito rapimento e seguente calvario della vittima è soltanto un pretesto per parlarci di tutte le sfumature di un amore malato, storpio, completamente sbagliato. E così Vicki si ritrova a fare da ago della bilancia tra una donna (interpretata da una magnifica Emma Booth) e un uomo che sfrutta ogni possibile debolezza della propria compagna ai fini di soggiogarla e ridurla in suo potere.
È un film molto duro, più dramma che horror: la violenza viene lasciata spesso e volentieri ai margini del campo e tutta la nostra attenzione è dirottata sui personaggi e i rapporti tra loro.
Qualche lungaggine di troppo e una sotto-trama abbastanza pretestuosa sui problemi familiari di Vicki non inficiano la visione di un’opera feroce come la terra in cui è ambientata. Da vedere solo se si è nella disposizione d’animo adatta, siete avvisati.

Un altro film dalle tematiche molto simili a quelle di Hounds of Love, nonché sempre di provenienza australiana, ma ambientato tutto a Berlino, è Berlyn Sindrome, di Cate Shortland, con nientemeno che Max Riemelt, il Wolfgang di Sense8, nel ruolo difficilissimo e sgradevole di un uomo che, dopo aver passato la notte con una turista australiana in vacanza a Berlino, la chiude in casa e la tiene prigioniera, mettendo in scena la grottesca e delirante parodia di un rapporto di coppia.
Come ho già detto, ci troviamo sempre in ambito di abusi fisici e psicologici perpetrati ai danni di personaggi femminili da maschi che, per un motivo o per un altro, si trovano a ricoprire una posizione di potere.
Se le dinamiche di Hounds of Love sono forse più sottili e il film della Shortland ha un’impostazione più semplice, ma non per questo è meno incisivo nell’evidenziare il processo di reificazione di un altro essere umano, ridotto a mero strumento per soddisfare le proprie esigenze: Andi, il “cattivo” del film, è un predatore che si aggira per Berlino in caccia di giovani donne sole, si finge un ragazzo gentile (è un insegnante di inglese alle scuole superiori) e un po’ timido, si offre di far loro da guida turistica per il luoghi meno noti della città e, dopo essere stato con la malcapitata di turno una notte, la mattina dopo esce e si porta via le chiavi di casa, adducendo come pretesto una distrazione. Può capitare, dopotutto, di andarsene sovrappensiero e chiudere la porta a chiave.
Ma da lì in poi, si entra in un meccanismo di coercizione, impostato su tutta una serie di castighi e premi conferiti a seconda della docilità del soggetto di turno, da brividi.
Forse le motivazioni alla base del comportamento di Andi sono un po’ scontate e anche a questo film avrebbe fatto bene qualche sforbiciata in sede di montaggio, ma vale comunque la pena, anche per l’interpretazione di Teresa Palmer, a cui non avrei dato una lira e che invece mi ha stupita.

Passando ad argomenti più leggeri ed estivi, 12 Feet Deep o The Deep End (ancora non si capisce bene il titolo reale), di Matt Eskandari, è il classico film che si regge tutto su una situazione all’apparenza semplicissima, ma che sembra perfetta per un corto, mentre da tenere per una novantina di minuti, è a forte rischio noia e monotonia. Si tratta di quelle storie che si svolgono tutte in un’unica location, con i protagonisti impossibilitati a muoversi da lì; alla 47 Metri, tanto per capirci, solo che in una piscina e senza il fattore di imprevisto dato dagli squali e dall’alta profondità.
Due sorelle che non si vedono da tanto tempo decidono di darsi appuntamento in piscina (si accenna al fatto che entrambe, ai tempi delle superiori, fossero nuotatrici molto promettenti). Una delle due, interpretata dalla moritura fissa nei film di Neil Marshall Nora-Jane Noone, fa cadere in acqua il suo anello di fidanzamento, che finisce proprio dentro al bocchettone sul fondo della vasca. Le ragazze si tuffano insieme per recuperarlo e il custode, dopo aver annunciato la chiusura anticipata dell’impianto, se ne va, ricoprendo la piscina con una lastra in fibra di vetro che imprigiona le sorelle, presumibilmente per tutto il fine settimana del Ringraziamento. Non una bel modo di passare le vacanze.
Ora, detta così sembra una mezza fesseria, ma l’esecuzione è più che buona ed è da ammirare la capacità di regista e sceneggiatori di trovare sempre qualche piccola idea nuova per portare avanti una baracca molto statica. Sarà perché a me i film di questo tipo piacciono sempre, perché li ritengo una bella sfida, perché permettono di fare un lungometraggio dignitoso anche senza un soldo, ma mi sono goduta 12 Feet Deep con somma gioia e divertimento. Aggiungeteci anche un discorso etico di fondo niente affatto banale e avrete un B-movie più intelligente e (perdonatemi) profondo della media.

Concludiamo questa breve carrellata con un film che, io vi avviso, è solo per i veri duri e puri e non mi sento di consigliarlo a nessun altro: rischierei di essere insultata da qui alla fine dei miei giorni. Downhill è un film miserabile e lurido, diretto da un pazzo che non credo abbia la minima cognizione di quello che sta facendo. Il cileno Patricio Valladares dirige una media di due pellicole l’anno, tutte a costi contenutissimi e tutte, rigorosamente, recitate da cagnacci e montate come se qualcuno avesse torturato il montatore con un pungolo elettrico durante la post-produzione.
In questo caso, tutto parte da quelle gare di mountain bike in cui i ciclisti si lanciano lungo discese ripide, sterrate e impervie. E voi lo capite da soli che mi toccava per forza vederlo, questo diavolo di film ai limiti dell’amatoriale. Ecco, il downhill del titolo è una mera scusa: ci saranno due scene dedicate alle biciclette ed entrambe sono risolte con una go-pro piazzata sui caschi e un paio di squallidissimi campi lunghi in cui gli attori pedalano, credo, a cinque o sei chilometri l’ora in pianura. Ed è meglio quando fanno finta di saper portare una bicicletta, perché quando cominciano a parlare ti verrebbe voglia di lanciare oggetti voluminosi contro lo schermo, supplicando tutti di darsi al giardinaggio.
Però, dopo i primi minuti di agonia, qualcosa accade e, sempre restando miserabile, Downhill si tramuta in qualcosa di talmente personale, folle (in senso buono) e creativo che gli si perdona ogni cosa.
Dura un’ora e venti minuti, un’inezia, eppure Valladares ci infila a forza tante di quelle cose che basterebbero per altri sei film: c’è il survival, c’è l’horror pandemico, c’è la fantascienza, c’è il body horror e pure quello satanico. Un frullato pazzesco, fatto di mostruosità tentacolari, bubboni e bifolchi che ti sparano in faccia.
Rozzo, povero, involontariamente ridicolo e anche incompetente, eppure ha una sua potenza concettuale a cui è impossibile restare indifferenti. Magari, se Valladares mantenesse il suo gusto per l’orrore estremo, senza compromessi, e le deformità lovecraftiane e si mettesse a studiare come si gira un film, potrebbe regalarci in futuro grandi cose. O forse basterebbe un produttore che stia lì a prenderlo a scappellotti. Non lo so, però Downhill l’ho già visto due volte, saltando com’è ovvio la prima parte.

3 commenti

  1. valeria · · Rispondi

    ooooh, quanto mi piace questa rubrica! 😀 ho i primi 3 titoli già pronti da un po’ in rampa di lancio, ora sono ancora più curiosa. mi ispirava specialmente “berlin syndrome” per via della regista, che ho già apprezzato molto in passato, ma dato il caldo decisamente torrido credo che inizierò con “12 feet deep”.

    piccolo OT: nel frattempo ieri ho visto per la prima volta “dolls” e devo proprio dirlo: era parecchio che un film non mi divertiva a tal punto (le battute al vetriolo della matrigna sono meravigliose). e cosa non sono quelle bambole! :O roba che a vederle ancora oggi c’é da alzarsi in piedi e applaudire.

    1. Dolls è meraviglioso. Se non lo hai già fatto, recupera altro dalla filmografia di Gordon perché lui è stato davvero un regista importante per noi appassionati di cinema marginale

      1. Giuseppe · · Rispondi

        Confermo! E, per il resto, penso che ricomincerò a prendere le tue pillole (di Downhill in particolare avevo sentito dire peste e corna, proprio per il contrasto tra le idee e le trovate che ha e il modo miserello assai di realizzarle)… 😉

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