Ancora Vivo

 Regia – Walter Hill (1996)

Parlando con un amico di Last Man Standing, è uscito fuori l’aggettivo pornografico. Non pensate che abbia un’accezione negativa ed è sicuramente un uso improprio del termine, ma in un certo senso è vero che Hill, nell’opera che è forse la sua astrazione definitiva, realizza una sorta di pornografia dell’azione, dove l’azione è assolutamente fine a se stessa e ogni momento tra una scena d’azione e l’altra funge solo da ponte, quasi un fastidio necessario, per farci arrivare alla scena d’azione successiva. Altra parola usata per discutere di Ancora Vivo è stata vuoto, sempre privandola di significati negativi o di valore in generale: Ancora Vivo è un film che si svolge nel guscio vuoto di Jericho ed è un film che è costruito intorno al vuoto, un vagare di corpi e pallottole in rotta di collisione in uno spazio sterminato, con gli elementi di scena che vengono progressivamente distrutti, fino a lasciare un paesaggio che è quasi post-apocalittico, un luogo che forse non è neanche mai esistito.

Ancora Vivo è l’ultimo grande film di Walter Hill. Dopo di esso, il regista sarebbe rimasto fermo quattro anni, per poi incappare nella tragedia Supernova (oggetto della prossima puntata). Hill arrivava da una serie di cocenti delusioni commerciali. Tra i suoi film più recenti, io solo a non essere stato un flop era Ancora 48 Ore, mentre tutti gli altri non avevano neppure recuperato il budget di partenza.
Credo che, quando il produttore Arthur Sarkassian lo ha contattato per proporgli di dirigere un remake de La Sfida del Samurai di Kurosawa, Hill sia rimasto sbalordito. Ma come fai a non accettare una sfida del genere? E infatti, il regista dice di sì, a una condizione: il film non sarebbe stato un western, ma una storia di gangster ambientata negli anni del proibizionismo, in parte perché con il western le cose non erano poi andate benissimo a Hill e in parte perché c’era un precedente western appena un po’ ingombrante.

E così, Hill firma con la New Line e inizia a girare il film con un budget di 67 milioni di dollari, non proprio bruscolini. È importante sottolineare che, nel 1996, la New Line investì in tre film molto costosi e con delle grandi star, che in teoria avrebbero dovuto segnare il passaggio della casa di produzione nei territori della vera serie A. Oltre ad Ancora Vivo con Bruce Willis, c’erano The Long Kiss Goodnight, con Geena Davis e Samuel Jackson e L’Isola Perduta, con Marlon Brando e Val Kilmer. Ora, se non cogliete l’ironia della situazione, è perché non avete idea di che bagni di sangue si siano rivelati il film di Harlin e quello di Richard Stanley (suo per modo di dire: Kilmer lo fece cacciare dal set dopo pochi giorni). Alla fine, quello in grado di comportarsi meglio, fu proprio Ancora Vivo, con un incasso di 18 milioni di dollari. Proprio roba per cui festeggiare.

Perché sono importanti questi aneddoti da ragioniere? Ma perché, ormai dovrebbe essere una cosa nota a chi ha seguito la rubrica sin dall’inizio, Hill era diventato sinonimo di fallimento al botteghino e, come dicevamo all’inizio, Ancora Vivo è il suo ultimo film girato con una produzione di un certo livello e con totale libertà creativa. Anche se il primo montato che Hill presentò era di oltre due ore e vennero apportati tantissimi tagli (molte delle scene eliminate sono invece visibili nel trailer originale, realizzato prima che il film prendesse la sua forma definitiva), Ancora Vivo è un film di Walter Hill e del cinema di Hill contiene tutte le caratteristiche fondamentali, qui estremizzate ed esasperate, tanto che qualcuno ha accusato Hill di aver copiato il cinema d’azione orientale e quello di Tarantino, inconsapevole di quanto fosse ridicola questa affermazione: Hill queste cose le faceva dai tardi anni ’70 e, al massimo si può dire che abbia mutuato un bel pezzo del suo stile da Jean-Pierre Melville.  Sicuramente il suo modo di mettere in scena si è fatto più maturo e più moderno e l’azione non è mai stata così sfrenata e oltranzista come in Last Man Standing, e di sicuro ha pesato un certo cinema d’azione di provenienza orientale. Ma da qui a copiare ci passa in mezzo un abisso.

Anche perché Last Man Standing, al netto di Kurosawa, mi ha sempre dato l’impressione di essere una versione nichilista di Strade di Fuoco, senza la componente musical (ma in realtà, non sono forse quasi parte del genere musical le scene d’azione coreografate come balletti?) e con un eroe molto più adulto e disincantato. A parte questo, Ancora Vivo è un fantasy tanto quanto lo era Strade di Fuoco: “We’re into a ‘once upon a time’ mythic- poetic situation”, dichiarava lo stesso Hill a proposito del film.
C’è una collocazione temporale un po’ più definita solo perché è un film in costume e sappiamo di essere in Texas, molto vicini al confine con il Messico, perché ci è utile ai fini della guerra tra bande di contrabbandieri di liquore che imperversa nella minuscola città di Jericho, ma appunto Jericho è un non-luogo, uno di quei posti dove ci si va a perdere, neppure segnata sulle mappe. Una città fantasma, dove vivono soltanto le due famiglie di gangster che si fanno la guerra tra loro.
Potrebbe essere la classica città di frontiera del western e ne mantiene le vestigia, che però sono soltanto gusci vuoti: del western rimane l’esteriorità, il ricordo sbiadito e impolverato di un sistema di vita (e di un genere cinematografico) che non esiste più. È interessante notare come le figure dello sceriffo (Bruce Dern), del proprietario del saloon, del meccanico e persino del becchino, siano dei residui, delle pallide ombre del mito generato dal western.

La dimensione fantastica del film è data soprattutto da questa collocazione al di fuori della storia, in uno spazio e in un tempo che sono a malapena definiti, ma la cui definizione non pesa sullo svolgersi del racconto. La realtà non ha praticamente alcun ruolo in questo film, sia essa geografica o storica. Non siamo nel nostro mondo, siamo da un’altra parte. Potremmo addirittura trovarci in un sogno o in un incubo. Per questo ho scritto che ci sono delle somiglianze incredibili con Strade di Fuoco. In fin dei conti, l’eroe solitario arriva in città e salva non una, ma due fanciulle in pericolo.
Poi sì, non è un eroe ma un farabutto che parte con l’idea di mettere zizzania tra due bande rivali solo per il proprio tornaconto personale e sulla salvezza effettiva delle due donne non abbiamo notizie certe, dato che fuori da Jericho non si mette mai piede. Ma è già tanto che siano riuscite ad andar via.
In fondo, non vi è un motivo vero e proprio per cui John fa quello che fa, e in questo Last Man Standing è un noir in piena regola, non solo per l’adesione formale ai codici del genere, ma anche e soprattutto per il senso di predestinazione che incombe su Jericho e le figure spettrali che la abitano. E sullo stesso John Smith, che arriva ubriaco e senza un soldo e se ne va nella stessa situazione da cui era partito, con la magra consolazione di essere l’ultimo uomo rimasto in piedi.
Western, gangster movie, noir: dopo aver giocato coi generi per tutto il corso della sua carriera, Hill compie il suo atto definitivo e, in maniera molto più moderna di tanti registi giovani e di successo, passa direttamente ad annientarli, i generi, lasciando solo un enorme spazio vuoto, tra polvere e macerie.

5 commenti

  1. Film bellissimo, nonostante le atmosfere southern ruspanti e i color caldi si respira un’aria di morte e disfacimento unica; dá l’impressione che, ad allungare bene l’occhio, uno può accorgersi che è tutto finto.

    Ricordo di averlo visto a 16 anni subito dopo “Desperado” di Rodriguez e di averlo contestualizzato malissimo; stesse sparatorie a due mani, un caricatore per ogni avversario, ma qui le cazzate stanno a zero

  2. Il dvd ogni tanto fa capolino dentro il lettore e lo riguardo sempre volentieri, anche se ammetto che non fu amore a prima vista.

  3. Ma quanto cazzo è bello sto film?
    Io l’ho adorato dal primo momento, uno dei ruoli migliori di Willis, per dire

  4. Giuseppe · · Rispondi

    Si può dire -sempre al netto di Kurosawa, omaggiato ma di certo non “copiato” da Hill- che sia uno “Strade di Fuoco” dove ormai il fuoco si è spento ed è rimasta solo la cenere a ricoprire tutti, (anti)eroe compreso. Altro grande film ambientato, a modo suo, ai confini della realtà…

    1. Esattamente: ai confini della realtà in un mondo da incubo…

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