Ciclo Zia Tibia 2017: Non Aprite quel Cancello

 Regia – Tibor Takacs (1987)

A tutti voi che vi lamentate di come i film vengono titolati nel nostro paese posso dire che c’è stato un tempo in cui le cose andavano anche peggio di come vanno oggi. Quel tempo erano gli anni ’80 e l’horror era un territorio selvaggio, dove ognuno poteva fare il cazzo che voleva. Non essendoci quella miniera di informazioni che risponde al nome di Internet, nessuno si disturbava a controllare la corrispondenza tra il titolo italiano e quello originale. Io stessa, fino a quando non ho comprato il mio primo saggio di storia del cinema horror (un giorno vi racconterò le peripezie per trovarlo in libreria), mica lo sapevo che il vero titolo de La Casa fosse Evil Dead, tanto per fare un esempio eclatante.
Poteva accadere che, stupiti, ci si chiedesse dove diavolo avessero nascosto il cancello da non aprire, in questo film, dato che di cancelli neanche l’ombra, ma neppure un cancelletto, neppure un passo carrabile, niente di niente. In compenso c’era una buca del terreno, facente da ingresso nel nostro mondo (o uscita da un mondo altro) per delle antiche divinità molto pericolose.
Eh sì, The Gate è un esemplare piuttosto raro, anche 30 anni dopo la sua uscita in sala: una storia lovecraftiana per bambini.
Diretto da quel simpatico cialtrone di Takacs (già incrociato da queste parti e sempre sfortunatissimo con le traduzioni dei titoli dei suoi film), è stato chiamato Non Aprite quel Cancello da noi per un tentativo disperato da parte della distribuzione di capitalizzare ancora su un film di oltre un decennio prima, parte di tutt’altra cultura cinematografica e che con The Gate non ha neanche un fotogramma a che spartire. Se poi pensate che all’origine c’è un’altra traduzione quantomeno opinabile, va a finire che vi esplode il cervello.
Per evitare tutto questo, nel corso del post mi riferirò al film solo con il titolo originale, che è anche meno lungo da scrivere.

The Gate è il primo film interpretato da Stephen Dorff, uno dei pochi attori bambini dell’epoca a non essere sparito nel nulla: la sua adorabile faccia da schiaffi di tredicenne si è infatti evoluta nella faccia da gran figlio di puttana che gli ha assicurato una duratura carriera, consacrandolo al ruolo di cattivo da qui all’eternità. E chi non se lo ricorda in Blade è una brutta persona.
In The Gate, Dorff è il protagonista, Glen, ragazzino anni ’80 tipico con metodo: la formula è abbastanza nota e ne abbiamo anche parlato recentemente, quindi non mi dilungo troppo. Glen ha la passione per i modellini dei razzi spaziali, una sorella maggiore con cui è un continuo battibeccare, un cane (l’anima domestico è fondamentale), un migliore amico forse ancora più sfigato di lui, il buon Terry che, a ben guardare, è persino un personaggio a suo modo tragico.  Sono caratteristiche riscontrabili in quasi ogni film per ragazzi del periodo e, nel 1987, erano così consolidate da essere diventate stereotipi.

Glen sogna di un fulmine che si abbatte nel giardino di casa sua. La mattina dopo, scopre che qualcosa ha davvero abbattuto l’albero davanti alla sua finestra e ha anche scavato una profonda buca nel terreno. Insieme a Terry, scoprono che, nella buca c’è addirittura un meteorite. I due ragazzi lo portano a casa per esaminarlo e, mentre cercano di romperlo, il meteorite emana fumo e una strana luce viola.
Nel frattempo, i genitori di Glen partono per tre giorni, affidando la casa alla sorella maggiore, che ne approfitta per invitare i suoi amici, organizzare una festicciola e cercare di conquistare il ragazzo che le piace.
Com’è ovvio, proprio nel corso di questi tre giorni, cominceranno ad accadere strane cose e i bambini dovranno affrontarle da soli.
Ora che avete letto questo scheletro di trama, ditemi che non vi sentite in un territorio familiare e confortevole, ditemi che non vi sentite a casa.

The Gate dà proprio quella sensazione di pace e serenità che danno i luoghi conosciuti e amati. Non saprei come altro spiegarlo. C’è tutto ciò a cui abbiamo imparato a voler bene in decenni di visioni casalinghe estive. Certo, non è Scuola di Mostri e non è neanche lontanamente i Goonies, tanto per citare i titoli più famosi. È un minore e un epigono della filmografia per ragazzini avventurosi e/o alle prese con accadimenti sovrannaturali. Non è neanche possibile etichettarlo in toto come horror, perché per tre quarti è una commedia e, nell’ultima parte diventa una specie di fantasy appena più inquietante della media. Però è uno spasso lo stesso. Takacs non è (era?) l’ultimo dei cretini e dirige il tutto con leggerezza e con il giusto tocco di cinefilia. Com’è evidente anche dal suo lavoro successivo, I Madman, ha un’attitudine colta e smaliziata nell’affrontare certi temi e, se la storia del libro maledetto era di sicuro più originale, e anche più sentita, The Gate ha dalla sua, oltre a quel sentore già accennato di familiarità, e oltre al fattore tenerezza mai stucchevole, anche una solida base culturale che, seppure edulcorata a dovere, è sempre uno dei fondamenti della narrativa horror di ogni epoca. Parliamo, se non fosse chiaro abbastanza, di Lovecraft. No, niente tentacoli o viscide entità che ti fanno impazzire solo a coglierne un barlume. Il tutto è ridotto a misura di bambino e reso il più possibile innocuo. Rimane tuttavia l’idea, molto forte, di un intero mondo sottostante al nostro e pronto a strisciare fin da noi tramite varchi aperti casualmente nella materia.

E poi c’è il metal.
Già, perché Takacs aveva esordito nel 1978 con una sorta di musical metal di fantascienza dal titolo Metal Messiah (se ne può vedere un pezzettino in I Madman), e la musica ha un ruolo preponderante in The Gate. Terry, ragazzino solo, da poco orfano di madre e con padre assente, scopre proprio sentendo un album, The Dark Book, quale minaccia si trovano ad affrontare lui e il suo amico Glen. Non solo, ma lo stesso album, se ascoltato al contrario, offre la soluzione per liberarsi dai demoni che stanno sconfinando nel giardino di Glen, in un curioso ribaltamento delle varie leggende metropolitane di stampo satanico. In The Gate abbondano citazioni e riferimenti alla scena metal canadese (il film è prodotto in Canada e Takacs è nato in Ungheria ma ha sempre lavorato in Canada). Si possono vedere loghi e foto di varie band attive all’epoca e, in generale, la musica (come i razzi spaziali) ha un ruolo salvifico, sia da un punto di vista materiale che spirituale.

Gli effetti speciali, quasi tutti animatroni e modellini, sono ancora oggi molto efficaci, nel loro essere tipici degli anni ’80, nonché tipici dello stesso Takacs che di essi si occupava direttamente, collaborando gomito a gomito con i tecnici. C’è questo aneddoto interessante che vede Takacs rifiutare di dirigere il quarto capitolo di Nightmare (affidato poi a Renny Harlin) perché non c’era abbastanza tempo per perfezionare gli effetti speciali come li voleva lui.
The Gate è un film pieno di trucchi ottici vecchia maniera, creati attraverso giochi di prospettive: l’esercito di piccoli demoni è quasi in ogni sequenza composto da attori in costume ripresi in maniera tale da apparire di dimensioni molto ridotte rispetto ai protagonisti.
Alcune scene, come quella dell’occhio che si apre sulla mano di Glen, sono dei deliziosi capolavori di artigianato, mentre è sempre bellissimo assistere alla distruzione pratica e concreta del set a opera di ragazzini scalmanati ed entità demoniache poco accomodanti.
Ormai mi conoscete e sapete che a consigliare certe cose ci vado coi piedi di piombo perché non ho voglia di traumatizzare nessuno, ma se esiste un film adatto a far avvicinare un bambino all’horror, questo è The Gate. Val la pena di provare, che ne dite?

7 commenti

  1. Alberto · · Rispondi

    Qual è stato il primo saggio di cinema horror che hai comprato?

    1. Nuova Guida al Fantacinema, di Danilo Arona, circa vent’anni fa! :O

  2. Vaghi ricordi e per l’appunto ricordo che non trovai niente di horrorifico, mi sembrava un Goonies con più parti oscure.

    Recensioni come sempre ottime.

    1. Sì, è un Goonies meno bello ma più oscuro. Grazie ❤

  3. Giuseppe · · Rispondi

    Chissà che ne sarebbe stato di Nightmare 4, in mano a Takacs (di cui, tra l’altro, a tutt’oggi ancora non conoscevo l’esordio metal)… comunque tornando a noi sì, mi sento proprio a casa. 😉 E, sempre a proposito di capolavori di artigianato, oltre all’occhio che si apre sulla mano di Glen io ci aggiungerei anche il gigantesco responsabile (in stop-motion) di tutto questo che, per un bambino al suo primo ideale approccio orrorifico, mi sembra lovecraftiano quanto basta 😉

  4. Come capita spesso leggendo i tuoi post mi fai ricordare cose che sembravano sepolte nella memoria.
    Ho un vago ricordo di questo film ,ricordo pero il divertimento nel vederlo.
    Secondo te posso farlo vedere a mio figlio di 8 anni,visto che per mia figlia di 12 l ho gia ordinato, si e incuriosita nel leggerti.
    (L ho svezzata con Buffy,la serie ovviamente.)
    Grazie per il tuo blog.
    Cristian

    1. Grazie a te di leggermi.
      Io credo che forse 8 anni sono un po’ pochini, perché comunque c’è qualcosa di inquietante. Magari prova a vederlo una prima volta e giudica se passarlo anche a tuo figlio piccolo 😉

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