The Belko Experiment

 Regia – Greg McLean (2016)

È PROBABILE LA PRESENZA DI QUALCHE SPOILER. NULLA DI ENORME, MA IO AVVISO LO STESSO

Sembra una mattina come tante per i dipendenti statunitensi della Belko, una compagnia dalle imprecisate funzioni di stanza a Bogotà. Assistiamo alla routine di un qualsiasi giorno lavorativo e veniamo a conoscenza di un nutrito gruppo di personaggi.
Questa introduzione durerà si è no lo un paio di minuti in più dei titoli di testa e poi si entra subito nel vivo: l’edificio sede della Belko viene sigillato e una voce dagli altoparlanti intima ai presenti di uccidere tre degli ottanta impiegati, altrimenti ci saranno ritorsioni. All’inizio, tutti pensano si tratti di uno scherzo o, alla peggio, di un test per vedere come si comportano i dipendenti in una situazione di forte pressione emotiva. Ma poi le teste di sei colleghi saltano per aria e le cose iniziano a farsi molto serie. La Belko ha infatti fatto installare chirurgicamente nella nuca dei lavoratori di ogni settore (dai capi al personale delle pulizie) quello che è stato spacciato per un congegno satellitare: “È per la vostra sicurezza, qui a Bogotà gli americani li rapiscono e noi dobbiamo potervi rintracciare ovunque vi portino”. In realtà è una carica esplosiva che viene fatta detonare a distanza. Chiunque può ritrovarsi, da un momento all’altro, con il cranio spappolato. Non c’è difesa, non c’è modo né di fuggire né di contrattaccare. E così comincia la carneficina.

A leggere certe critiche ricevute dall’ultima fatica americana di McLean (con sceneggiatura di James Gunn) mi viene da pensare di essere una pazza sadica con tendenze sociopatiche. Molto probabilmente lo sono, non voglio negarlo. Oppure ci troviamo di fronte al solito problema dell’incapacità della critica ufficiale di parlare di horror con cognizione di causa, perché se si giudica negativamente The Belko Experiment in virtù della sua violenza, allora c’è qualcosa che non torna. In che modo, di grazia, un film che parla di 80 impiegati chiusi in un ufficio con l’ordine preciso di massacrarsi tra loro, non dovrebbe essere violento? Ed esattamente, quanti horror hai visto in vita tua per trovare scandalosa ed eccessiva la violenza presente in questo film? In che modo un’opera simile può piacere soltanto a “ragazzi ubriachi durante una proiezione di mezzanotte” o, ancora peggio, ai bulli di internet che, “pur sapendo benissimo i motivi per cui non viene istituito un White History Month, li chiedono ugualmente”, immagino con l’unico scopo di dare fastidio? In tutta sincerità, non lo capisco, non ci arrivo. Non riesco a farmi una ragione dei motivi di tanto odio nei confronti di un film che a me è parso anche piuttosto innocuo, nel senso che ci prova a fare della satira, ogni tanto, ma preferisce concentrarsi di più sulla lotta per la sopravvivenza e su un festino a base di teste esplose e fermacarte in faccia che è assemblato con tanto gusto e divertimento.

Che poi, la storia del cinema horror (e della fantascienza distopica) è piena zeppa di esperimenti sociali finiti nel sangue, nonché di situazioni in cui si prende un gruppo di individui e li si porta a un punto tale di paura ed esasperazione da costringerli a tirare fuori il peggio di sé. Persino nella recentissima serie tv brasiliana 3% c’è un episodio intero dedicato a questo espediente narrativo che definire trito è fargli un complimento. Trito ma sempre affascinante, perché l’idea stessa dell’esperimento sociale, del vedere dove è in grado di spingersi una persona in condizioni di stress estremo, esercita su noi spettatori (noi sociopatici e sadici, ovviamente) un’attrazione potentissima. L’isolamento di gruppo, che è poi lo spunto persino di un film come Saw (anche se, nel primo film, il “gruppo” è ridotto a due soli personaggi), fa parte del dna della narrativa di genere da quando questa esiste. E bastava saperlo prima di inalberarsi per un film come The Belko Experiment.
Davvero, non c’è nulla di nuovo nel film, ma questo non significa che il film non faccia molto bene il proprio lavoro, quello di intrattenere, disgustare, inorridire e, occasionalmente, far scorrere dei brividi di vero disagio lungo la spina dorsale.

Gunn ha dichiarato di aver sognato la storia di The Belko Experiment e di aver poi scritto il soggetto immediatamente. Si parla di qualche annetto fa, più o meno il periodo in cui Gunn stava lavorando a Super.  In seguito, il progetto è stato accantonato e l’ex ragazzo della Troma è diventato il regista multimilionario de I Guardiani della Galassia. Non ho idea di come questa vecchi sceneggiatura sia finita nelle mani di McLean, tramite la rediviva Orion Picture, ma una collaborazione del genere non può non incuriosire: McLean ha deluso con il pessimo The Darkness, ma io all’uomo che ha creato Wold Creek continuerò a dare fiducia per il resto della mia vita; d’altro canto, il ritorno di Gunn nel cinema indipendente, a basso costo e assolutamente non per famiglie, è un piccolo evento, anche perché chissà quando lo rivedremo in un contesto simile.
Le premesse per un piccolo gioiello c’erano tutte e in effetti The Belko Experiment è, nel suo ambito, un gioiellino, ma non parliamo di serie A e neppure di cinema povero ma con ambizioni elevate. Parliamo di un filmaccio di genere che, tra una stilettata e l’altra alla macelleria sociale del mondo lavorativo contemporaneo, si diverte a mettere in scena uno spettacolo di reale macelleria lungo 88 minuti. Prendere o lasciare.

The Belko Experiment è un film efferato e crudele. Può sembrare, a prima vista, leggero, soprattutto nei minuti iniziali e soprattutto grazie ad alcuni personaggi che portano avanti la cosiddetta “linea comica”, ma poi tira fuori gli artigli e colpisce durissimo: non c’è molto da scherzare quando i dipendenti vengono selezionati secondo uno schema che ricorda quello dei campi di concentramento, allineati faccia al muro e ammazzati come bestie con un colpo alla nuca, mentre supplicano di non essere uccisi, vomitano e se la fanno sotto. E c’è pochissimo da stare allegri di fronte a una sequenza di circa tre minuti in cui non vediamo altro che teste saltare per aria e gente accartocciata a terra in preda al terrore. D’altro canto ci sono anche momenti in cui prevale uno spirito sardonico e l’umorismo nero ti spinge a una risata di cui ti vergogni l’istante successivo.

E tuttavia mai viene in mente di pensare che ciò che accade sullo schermo sia in qualche modo giustificabile. Il raccapriccio prevale sempre e, se volete, potete leggere tutto il film come una metafora rosso sangue della competizione esasperata, della paura della precarietà, di vivere sotto un potere anonimo e senza volto che vi saltare la testa senza che voi possiate fare niente per impedirglielo. Più che una scontata riflessione sulla natura umana, The Belko Experiment potrebbe essere una descrizione neanche troppo lontana dalla realtà della ferocia del capitalismo selvaggio rivista in chiave horror.
Oppure è solo l’ennesimo B-movie per disadattati che godono nel vedere frattaglie esposte e muri che si colorano di rosso. Fate voi.
Secondo la mia umile e insignificante opinione è solo un buon film di genere, con un McLean piuttosto in forma e un Gunn che si toglie la maschera da bravo ragazzo adorato in casa Marvel e si mostra per il bambino perfido che sotto sotto è sempre stato.
Non sono più in vena di dovermi giustificare per ciò che mi piace vedere al cinema, e leggere recensioni (ma poi non è neanche una recensione) come quella linkata qualche riga fa, mi provoca malessere fisico e mi dà l’impressione pessima di essere tornata indietro di una ventina d’anni. Sarebbe ora di usare un approccio critico con il cinema dell’orrore differente da quello di un predicatore ubriaco, perché l’anno è il 2017 e, nel caso non ve ne foste accorti, l’horror ha ormai contaminato ogni zona del cinema, perché forse è la chiave interpretativa più efficace della realtà che stiamo vivendo.

10 commenti

  1. Come ti scrivevo su fb a me è piaciuto e a suo modo ha divertito e fatto pensare, come sempre mi accade con questi titoli in stile “esperimento sociale”. L’ho trovato un po’ meno incisivo sul finale, sulle motivazioni dell’evento in sé.
    La “schermata” finale mi ha ricordato quella chicca de The Invitation 🙂

    1. Sì, anche io sul finale sono rimasta perplessa, più che altro per la spiegazione che, secondo me, poteva anche non esserci.
      Però poi la schermata (giusta la reminiscenza da The Invitation) mi ha fatto far pace anche col finale 😀

  2. Idea non originalissima. Come spunto mi sembra molto simile a quello di Human race e di Circle. Immagino un tantinello più splatter.

    1. Che l’idea non sia originale è pacifico, credo.

  3. I signori di Vanity Fair, “Battle Royale” non lo hanno mai visto, vero?

    1. Pare lo abbiano visto, perché a un certo punto viene menzionato nell’articolo, ma non gli è piaciuto. 😀

      1. Ah, io non ci sono arrivato perché un solo paragrafo mi ha steso – sarà il caldo.

        1. Ma tu hai fatto benissimo a non proseguire. Io me lo sono letto tutto per ragioni “professionali”. Non posso dire all’autore del pezzo che è un coglione se non l’ho letto tutto. Nessun’altro dovrebbe sottoporsi a una tortura simile

          1. Giuseppe · ·

            Ho la netta convinzione che Il tipo di Vanity Fair e il cinema horror viaggino su due rette parallele destinate a non incontrarsi mai, nemmeno all’infinito (non bastasse, tra le altre “perle”, la freddezza nei confronti di Battle Royale ci infila pure -in tema di teste esplose, perlomeno: il resto parrebbe anche piacergli- una frecciatina nei confronti di Kingsman)… eppure dovrebbe essere talmente ovvio: non si disquisisce su qualcosa se non si hanno gli strumenti per farlo. Punto.
            P.S. Visto che parliamo di Greg McLean, ecco… lì, alla Belko, Mick Taylor avrebbe potuto fungere da efficientissimo capo del personale 😉

  4. ciao, scusa se vado OT (ma neanche troppo…).
    non parlo del film che non ho visto, ma gli esperimenti sociali non sono terribili solo al cinema, anche se lì sono più cruenti.
    magari conosci già l’esperimento di Milgram, altrimenti ecco qui
    https://it.wikipedia.org/wiki/Esperimento_di_Milgram
    😉

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