Ciclo Zia Tibia 2017: Wishmaster

 Regia – Robert Kurtzman (1997)

Oggi comincia ufficialmente l’estate e con essa la mia trasformazione in Zia Tibia. Lo sapete ormai, perché è tradizione consolidata: da giugno a settembre qui tornano gli horror frivoli e cazzeggioni che ci intrattenevano quando eravamo giovani e spensierati.
Wishmaster rientra a pieno titolo nella categoria, anche se è un po’ tardo rispetto ad altre pellicole del ciclo, di solito ben ancorato agli anni ’80 o al massimo ai film a cavallo del decennio. Però in questo anno del signore 2017 ricorre il ventennale di Wishmaster e, per quanto il mio cuore continui a considerarlo un film recente, siamo più o meno dalle parti della preistoria. Proprio in occasione dell’importante anniversario, è da poco uscita in blu ray l’intera saga in un pratico cofanetto. Sì, perché magari non lo sapete, ma quest’horror soprannaturale vanta ben quattro seguiti, nessuno dei quali ha mai visto neanche di sfuggita una sala cinematografica, a testimonianza del fatto che ogni tanto Dio è misericordioso.

Wes Craven, di nuovo.
Non è estate senza il compianto Wes Craven che nel 1997 era tornato a essere la gallina dalla uova d’oro e aveva iniziato a mettere il proprio nome un po’ dappertutto. Con Wishmaster poi, si torna alla sua vecchia ossessione di creare un’altra icona horror dopo Fred Krueger, una su cui potesse detenere il totale controllo economico. Ci aveva provato con scarso successo con Horace Pinker nel 1989 e ci riprova otto anni dopo, ma solo in veste di produttore esecutivo.
Questa volta le cose vanno leggermente meglio, anche se poi sarebbe stato lo stesso Craven a sganciarsi dalla serie. Il che è anche comprensibile, considerando che Wishmaster ha vivacchiato in home video senza mai sfondare sul serio nell’immaginario collettivo. Dopotutto, era arrivato fuori tempo massimo, pure con un certo coraggio: dopo Scream l’horror voleva dire slasher e lo spazio per fiabe soprannaturali come quella del Djinn era davvero esiguo. Sembra già arrivare da un’altra epoca, Wishmaster e, se non ci fosse la data di distribuzione a dirci come stanno davvero le cose, lo si potrebbe in tutta tranquillità scambiare per un film del decennio precedente.

Certo, la parata di horror star in piccoli ruoli e cammei ci fa capire chiaramente in quale momento storico ci troviamo: ammucchiare in un unico film Kane Hodder, Robert Englund, Ted Raimi, Angus Scrimm (voce narrante nel prologo), Tony Todd, Reggie Bannister e Joseph Pilato è già di per sé un’operazione nostalgica, come a dire: “Io giro un film alla maniera di quelli degli anni ’80, ma sono perfettamente consapevole che questi non sono più gli anni ’80”.
Kurtzman, che nell’ambiente aveva un sacco di amici altolocati e, se date un’occhiata al suo curriculum da genietto del make-up saprete il perché, prende questo suo secondo film dietro la macchina da presa per quello che è: un divertissement, una rimpatriata con i vecchi compari di avventure e un modo per far casino tutti insieme, senza però trascurare il tentativo di confezionare un prodotto dignitoso.

E dignitoso è la prima definizione che viene in mente per descrivere Wishmaster: nulla per cui mettersi a piangere, ma nemmeno il disastro che molti, nel corso degli anni, hanno descritto. Com’è ovvio, le cose migliori del film risiedono nel comparto effetti speciali dal vero, dove la creatività di Kurtzman si esprime al massimo. Wishmaster è infatti racchiuso tra un prologo ambientato nell’antica Persia, dove vediamo per la prima volta il Djinn in azione, e un epilogo che si svolge ai giorni nostri, con il Djinn di nuovo scatenato nel corso di una festa. Entrambe le sequenze possono vantare dei fenomenali numeri da macelleria, tra toraci aperti, corpi smembrati dalle corde di un pianoforte (il corpo in questione è quello del regista), decapitazioni, mutazioni stravaganti e oscene, sofferenze indicibili ai danni di poveri malcapitati. Kurtzman, da bravo tecnico, non nasconde nulla alla macchina da presa e il teatrino delle atrocità è ben messo in scena, pieno di dettagli di deliziosa truculenza, grossolano e volgare come piace a noi.

Poi sì, la trama del film si muove in direzioni piuttosto scontate: c’è questo demone antichissimo, il Djinn appunto, che viene liberato da una giovane impiegata di una casa d’aste, entrata in possesso dell’opale dove era stato rinchiuso centinaia d’anni prima. Il Djinn è molto potente, ma ha un grosso limite: può agire soltanto in base ai desideri altrui, che è obbligato a soddisfare, ma sempre e comunque a suo modo. Per cui, quando una giovane commessa esprime il desiderio di rimanere bella per sempre, il Djinn la trasforma in un manichino, per esempio. E, quando un poliziotto spera di poter cogliere in flagranza di reato un delinquente che non è mai riuscito ad arrestare, il nostro amico demone lo fa impazzire e gli fa compiere una strage al commissariato.
Si procede così, di cattiveria in cattiveria, di contrappasso in contrappasso, fino al confronto con la final girl, colei che accidentalmente ha liberato il male e a cui tocca esprimere tre desideri, una volta esauditi i quali il Djinn potrà prendere il controllo sul mondo.

Non è un grande film, Wishmaster. Nessuno però penso abbia mai preteso che lo fosse, neanche quelli che ci hanno lavorato. L’importante è che si siano divertiti, perché questo divertimento traspare da ogni inquadratura e da ogni sequenza. In fin dei conti, l’impressione è quella di un gruppo di amici che fanno i buffoni. Ma lo fanno con una creatività che è invece da prendere sul serio. C’è qualcosa di nobile nel voler fare questo tipo di cinema a fine anni ’90, qualcosa di teneramente anacronistico, quasi gli autori di Wishmaster stessero vivendo in una bolla al di fuori del tempo, assediati all’esterno da frotte di adolescenti in fuga da maniaci mascherati. Ed è bellissimo che a produrre un film simile ci fosse proprio l’inventore del tenn slasher anni ’90, che con il Djinn pare voler tornare alle origini della sua fama, a quel demone degli incubi che con il Djinn condivide la natura demoniaca, il fatto di rappresentare la forma più pura ed essenziale di malvagità caotica e senza una motivazione precisa.

Wishmaster trabocca di citazioni, e non soltanto cinematografiche: tra quelle più evidenti, è possibile notare una statua di Pazuzu nella collezione dell’antiquario interpretato da Englund; c’è poi un vero e proprio momento chestbuster con una creatura simile allo xenomorfo che esce dal torace di un poveraccio e comincia a mordere una donna che passava di lì; adorabile è poi il solito Englund che vomita un essere vermiforme neanche fosse il cane de La Cosa. Per non parlare di visioni infernali che chiamano in causa Hellraiser, sfiorando il plagio, e dei continui riferimenti a I Confini della Realtà. Ma ce ne sono davvero a pacchi e sta a voi scovarle. Le citazioni più insospettabili sono tuttavia quelle di stampo letterario, che in un’opera del genere proprio non te le aspetti. E invece Wishmaster, oltre a essere Lovecraft allo stato puro, si prende anche il lusso di dare a tutti i personaggi un cognome “nobile” e così abbiamo Beaumont, Finney, Merrit e Derleth. E chi l’avrebbe mai detto che un film di serie B veicolasse tanta cultura?
Guardo sempre Wishmaster con grande affetto, perché rappresenta un omaggio sentito e appassionato alla storia dell’horror, quasi un ultimo avamposto in mezzo al deserto. Che non sia un film dal valore cinematografico inestimabile nessuno lo mette in dubbio, ma gli si vuol bene lo stesso e nelle sere d’estate è una di quelle visioni che non possono mancare. Perfetto per cominciare il Ciclo Zia Tibia di quest’anno col turbo inserito.

10 commenti

  1. W Andrew Divoff! Quanto spacca ‘sto film 🙂
    E cmq carino anche il secondo, gli ultimi due non ho avuto proprio il coraggio

    1. Sì, il secondo si lascia guardare. Gli altri, mio dio, cose davvero da lasciarti pieno di imbarazzo e svuotato dalla voglia di vivere 😀

  2. Non ho mai visto i seguiti, ma questo primo capitolo, proprio come scrivi, merita di essere visto e preso per quello che vuole essere.

    1. Un’occhiata pigra e veloce al secondo, se non hai proprio nulla di meglio da fare, puoi anche darla. Non agli altri, però, neanche per sbaglio!

      1. Giuseppe · · Rispondi

        Eh, quando si dice condividere la sfiga di aver visto anche i seguiti (del quarto, per dire, ricordo praticamente solo Michael Trucco -che certo non riesce a far dimenticare Andrew Divoff- quando insegna all’energumeno quanto sia poco saggio mettere le mani addosso a un Djinn e il disaccordo con i suoi simili per questioni di “cuore”) 😉
        Per quanto il primo rimanga inarrivabile, ammetto pure io che il secondo conserva qualche motivo di interesse… diciamo che non sbraca troppo rispetto al capostipite, via.
        P.S. Il vomito di Englund mi ricorda quello analogo di Craig T. Nelson in Poltergeist II – L’altra dimensione (quando, per l’appunto, reagendo alla possessione “espelle” il repellente embrione del malvagio reverendo Kane)…

  3. Il primo Wishmaster aveva il suo senso, i suoi seguiti sono solo storie che sono praticamente il suo remake o derivazioni imbarazzanti.
    E comunque, ho apprezzato che la protagonista avesse abbastanza cervello da sfruttare l’ultimo desiderio in modo così laterale!

    1. Sì, è una bella “final girl” perché riesce a fregare il mostro con l’intelligenza. In generale, il personaggio è abbastanza interessante da fare il tifo per lei tutto il tempo.

  4. questo mi manca, cercherò di recuperarlo 🙂

  5. Tre mesi interessanti, sperando di aggiungere alla mia lista film horror decenti da vedere 😉

  6. Non è un grande film, questo è vero, ma anche io gli voglio molto bene. Le macellate mostrate portano a levarsi il cappello, prima di vomitarci dentro, e Divoff l’è un gran bell’ometto. Della serie sono arrivata al secondo, molto meno interessante ma del quale ricordo uno sconvolgente “vorrei che il mio avvocato si fottesse” preso alla lettera XDXD

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