Wild Bill

 Regia – Walter Hill (1995)

No, non mi sono dimenticata della rassegna su Hill: c’è solo stata una battuta di arresto relativa alla difficoltà di reperimento di questo film. Alla fine ci ha pensato mamma Amazon: dvd di importazione inglese e via, perché dovete sapere che Wild Bill in Italia non è mai arrivato. O meglio, ci è arrivato malissimo, in VHS e con un formato completamente sballato, che tagliava il fotogramma in maniera indegna. Succedono anche queste cose, da noi.
Non che altrove sia stato un film fortunato: costa trenta milioni di dollari e ne incassa due. Dal canto suo, la critica non ci va leggera a stroncarlo senza pietà. Molto spesso, il film viene accusato di girare a vuoto, di non sapere dove andare a parare.
Il problema è che Wild Bill è un film il cui scopo è girare a vuoto e non va, volutamente, a parare da nessuna parte. Se Geronimo era un film cupissimo, quasi sepolcrale, Wild Bill è un film dove la morte ha ormai preso possesso dell’intero campo visivo e non lascia spazio ad altro.

Sempre a proposito di Geronimo, parlavamo di quell’ondata di western revisionisti che, per qualche istante, diede l’illusione che il genere godesse ancora di buona salute nella prima metà degli anni ’90. Hill però ci ha sempre visto un po’ più lungo di tanti suoi colleghi, in questo revival estemporaneo non ci casca e i suoi sono non tanto western revisionisti, ma film che dal genere stesso prendono le distanze, decretando in un certo senso la fine del cinema di genere come era inteso dalla fine degli anni ’70 agli anni ’90. Se Geronimo è ancora un western, seppur anomalo, in Wild Bill del western rimane solo l’ambientazione e tutte le caratteristiche comunemente attribuite al genere sono, di fatto, assenti: Wild Bill è un film che si svolge quasi sempre in spazi ristretti, di solito le quattro pareti di un bar, di un bordello o di una fumeria d’oppio cinese. Si esce solo per arrancare in stradine ricoperte di fango e sporcizia e c’è una sola sequenza che richiama gli spazi sconfinati tipici del western, quella in cui Wild Bill uccide un indiano. Il film è soffocante, si stringe intorno alla gola dello spettatore e ha persino un andamento fatto di frammenti di storie, di aneddoti raccontati dai personaggi o rievocati in una serie di flashback che non procedono in un ordine cronologico chiaro e prestabilito.

Hill torna a rivolgersi al mito, questa volta utilizzando un personaggio leggendario, da cui è difficile estrarre la verità perché non la si conosce. E infatti il suo film non pretende di essere una biografia di Wild Bill Hickok , ma una raccolta di storie su di lui, vere o false non ha alcuna importanza. Ne rievoca gli ultimi giorni di vita e la morte e anzi, comincia e si chiude con il suo funerale e procede a ritroso in un mosaico incompleto di pezzi sparsi. Non è una ricostruzione, è una rielaborazione postuma di un mito, mostrato però nei suoi momenti di debolezza e delle cui imprese veniamo a conoscenza di riflesso, sempre per bocca altrui.
Per questo motivo Wild Bill è andato così male: rifugge la struttura semplice del biopic e sceglie al contrario di mischiare realtà e finzione, rendendole indistinguibili l’una dall’altra. Non a caso Hill attinge da due fonti, entrambe di fiction,  per scrivere la sceneggiatura: il romanzo Deadwood di Peter Dexter e l’opera teatrale Fathers and Sons di Thomas Babe, segno che forse Wild Bill non è tanto un film su uno dei pistoleri più famosi della storia americana, ma un film sull’atto stesso di raccontare, sulla storia (inventata, in parte vera, modificata alla bisogna, poco importa) in sé, quasi un film meta-narrativo, sofisticatissimo. Troppo sofisticato, forse.

Non è interessante la figura storica e forse neanche l’uomo dietro la figura storica, quanto la narrazione delle sue gesta e dei suoi fallimenti, perché è la narrazione ad aver edificato il mito, specialmente quando si tratta di Wild Bill. Ed è singolare che, proprio in una delle sue opere più astratte e teoriche, Hill dimostri un grande empatia nei confronti dei personaggi, soprattutto quelli femminili, di solito tenuti molto in disparte nel suo cinema, quasi invisibili. Infatti, chiama a recitare due attrici con cui già aveva lavorato in precedenza, come se volesse sentirsi al sicuro in un contesto che poco gli appartiene: infatti qui ritroviamo Ellen Barkin nel ruolo di Calamity Jane e Diane Lane in quello di Susannah, la donna amata e abbandonata da Bill e che ne causerà indirettamente la morte.
Se Calamity Jane è presentata come amante occasionale e amica di Bill nonché testimone del suo assassinio insieme a un altro personaggio di cui parleremo tra un po’, Susannah appare solo nei flashback in bianco e nero, diretti con uno stile differente rispetto al resto del film: macchina a mano nervosa, montaggio più sincopato, angolazioni sghembe. È molto significativo che Susannah dica a Bill di aver creduto, per un attimo, che lui fosse un cavaliere venuto a salvarla. Significativo proprio perché è Diane Lane a pronunciare queste battute, lei che in Strade di Fuoco veniva appunto salvata da un cavaliere. Qui Bill non la salva affatto, anzi, le uccide il marito e poi sparisce dalla sua vita per provare a rientrarvi solo quando è troppo tardi e lei si trova in manicomio.

In effetti, a pensarci bene, Strade di Fuoco e Wild Bill sono due film speculari: il vitalismo sfrenato del primo viene annullato dal nichilismo del secondo. E questo rovesciamento di prospettiva in senso pessimista si nota anche nella sequenza in cui Bill tenta di partecipare a uno spettacolo di pistoleri organizzato dall’amico Buffalo Bill (un cammeo dell’uomo più bello del mondo) e si rivela essere un pessimo attore, del tutto inadatto al palcoscenico. Quel mondo colorato e fantastico, fatto di trucchi, luci, costumi stravaganti, viene subito abbandonato, quasi a dire che no, il Walter Hill che ha diretto Strade di Fuoco e questo Walter Hill non sono neanche più lo stesso regista.

Wild Bill Hickok è morto nel 1876, mentre stava giocando a carte: un giocatore che lui aveva sconfitto il giorno prima, Jack McCall, è entrato e gli ha sparato alle spalle. Non è stata proprio una morte gloriosa ed eroica, la sua. Per fortuna che esiste il cinema, che può inventare e ricamare su motivi di odio inconfessati e atavici e rendere giustizia anche ai vigliacchi. Prendendo spunto dall’opera teatrale di Babe, Hill immagina che l’assassino di Wild Bill sia il figlio di Susannah, tornato a vendicarsi per l’abbandono della madre, un ragazzino spaventato e all’apparenza incapace di uccidere che assolda addirittura un gruppo di killer per catturare Bill, renderlo inoffensivo e bloccarlo in un saloon, a un tavolo da gioco, affinché lui possa ucciderlo con tutta calma e comodità.

La scena finale di Wild Bill, con il pistolero e i suoi amici tenuti in ostaggio e McCall che non riesce a sparare quel colpo di pistola che può mettere fine al tutto, è tra le più statiche e le più dialogate mai dirette da Walter Hill. Quelli bravi direbbero che risente dell’impianto teatrale, e in parte è vero, perché è una sequenza molto lunga, tutta in un solo ambiente, dove si parla moltissimo e l’azione è congelata. Ma tutto il film è come se fosse intrappolato nella fissità di una natura morta.
E, in mezzo a tutti quei pistoleri e assassini c’è lui, il narratore, la voce fuori campo che ci ha accompagnato per tutto il film: l’accompagnatore di Bill, interpretato dal grandissimo e compianto John Hurt, il secondo testimone della fine di Wild Bill insieme a Calamity Jane, colui che si fa carico del peso del racconto. Un estraneo al mito, distaccato da esso e tuttavia partecipe. In un certo senso, Walter Hill è seduto a quel tavolo a portare sulle spalle la malinconica fine di un’era.

5 commenti

  1. Davide Locatelli · · Rispondi

    Curioso che l’uomo più bello del mondo abbia intepretato Wild Bill in quel capolavoro che è Deadwood

    1. Vero! Molto curioso.

  2. Fra Moretta · · Rispondi

    Uno dei miei Walter Hill favoriti, ingiustamente snobbato di solito dagli appassionati quando personalmente il suo puntare su un impostazione tetrale non mi spiace. Hill fa un buon lavoro di introspezione sulla figura di Bill Hickok pur prendendosi delle libertà.

  3. Giuseppe · · Rispondi

    Titolo davvero sfortunato a tutto tondo: probabilmente, ai tempi doveva essere risultato più rassicurante chi con il western ancora ci “giocava” come il Sam Raimi di The Quick and the Dead (comunque un film affettuosamente rivolto al passato e di certo non a un ipotetico e assai nebuloso futuro del genere) rispetto a un Walter Hill arrivato a decretarne la morte con questo suo incompreso -o, forse, compreso fin troppo nella sua verità controcorrente- Wild Bill. Che, a pensarci, forse non avrebbe sfigurato per niente come eventuale pilot di Deadwood…

  4. Pellicola bellissima. Ho apprezzato parecchio il film e il tuo articolo gli rende giustizia!

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