Free Fire

 Regia – Ben Wheatley (2017)

Un mio amico, qualche sera fa, mi ha detto che Wheatley è uno di quelli a cui vorrebbe venissero affidate le sorti del cinema mondiale. Il dramma vero è che a pensarla così saremmo al massimo in tre o quattro sulla faccia della terra. Il regista inglese infatti ancora non è riuscito a fare sul serio breccia nel grande pubblico, anche se pare che parecchi attoroni di un certo peso facciano a gara a lavorare con lui. Basta dare una scorsa veloce al cast del suo sesto film, Free Fire per rendersene conto. E non soltanto per la presenza di una Brie Larson che all’epoca delle riprese era fresca di Oscar ma ancora non era la nuova stellina di punta di Hollywood, ma perché sullo schermo si trovano, tutte insieme, delle facce che ogni amante del cinema dovrebbe adorare a prescindere: quelle di Cillian Murphy, Sharlto Copley, Arnie Hammer e, forse anche più di tutti gli altri, della vecchia conoscenza di Wheatley nonché caratterista eccezionale, Michael Smiley. Insomma, come era anche accaduto per il suo precedente High-Rise, Wheatley riesce a raccogliere intorno a sé il meglio di un certo cinema britannico, e dei pezzetti sparsi di quello americano.
E Free Fire è, in teoria, ambientato negli Stati Uniti, ma è comunque stato girato quasi interamente a Brighton, all’interno dello stabilimento dismesso dove, un tempo, si stampava il quotidiano locale. Non che la cosa si noti: Free Fire si svolge tutto, se si escludono due breve sequenze all’inizio del film, nello stesso luogo. E già qui la cosa comincia a piacerci parecchio.

Il bello di Wheatley è che ogni suo film è diverso dall’altro e, ogni volta, si cimenta con un genere nuovo: è un regista che ama giocare coi generi e sperimentare attraverso di essi. Nel caso di Free Fire, siamo davanti all’action puro. Il film non è altro che una lunga sparatoria di un’ora e mezza, innescata da una compravendita di armi andata alla malora. Un gruppo di irlandesi deve comprare dei fucili d’assalto da dei trafficanti americani, tramite due intermediari (Brie Larson e Arnie Hammer), ma la faccenda si risolve in una guerra di tutti contro tutti in cui a un certo punto non sarà più neanche chiaro chi sta sparando a chi. Il tutto è girato in tempo reale e, davvero, non c’è un solo istante di pausa o di respiro.
Con High-Rise Free Fire condivide l’ambientazione anni ’70, decennio in cui Wheatley e la sua sceneggiatrice di fiducia, nonché montatrice, Amy Jump sembrano trovarsi molto a proprio agio. Ma le analogie terminano qui, perché i due film non sembrano neppure diretti dalla stessa mano. Tanto era elegante e geometrico High-Rise, quanto è frenetico, volutamente sporco e sincopato Free Fire.

L’approccio di Wheatley al cinema d’azione è selvaggio e scatenato, ma anche sottile e in totale controtendenza con le distruzioni di massa tipiche del cinema contemporaneo, dove se non distruggi minimo un paio di città non sei nessuno.
Wheatley contiene tutto nello spazio di un magazzino e in un tempo limitatissimo, ma contiene anche l’elemento distruttivo, privilegiando un ammontare dei danni minore, ma non per questo poco doloroso: i personaggi vengono raggiunti da proiettili su spalle, gambe, caviglie, si tagliano dita e ginocchia su pezzi di vetro, vengono graffiati da schegge delle pareti e investiti da cumuli di spazzatura usati per ripararsi dai colpi in arrivo. È tutto piccolo e, allo stesso tempo, concreto, carnale, tangibile. Le ferite si sentono, si percepiscono sudore e sporcizia, sembra quasi di avere nelle narici il tanfo di quella fabbrica abbandonata e di sentire addosso la polvere sollevata dai calcinacci, il disgusto di strisciare sui gomiti nella melma appiccicosa dei pavimenti.

L’idea alla base di Free Fire, quella che permette il suo svolgimento così caotico e decentrato, è la sostanziale incompetenza di tutti i personaggi coinvolti (tranne uno e non vi posso dire quale), criminali di piccolo cabotaggio incapaci di prendere la mira decentemente, rissosi e infantili. Non è il solito film d’azione con l’eroe o l’antieroe infallibile. In Free Fire falliscono tutti e falliscono in continuazione e, nonostante non si faccia quasi altro che sparare per 90 minuti, i colpi andati a segno sono di fatto pochissimi e anche quando capita che colpiscano il bersaglio, lo fanno per caso. Questo permette a Wheatley e a Jump (soprattutto alla seconda, a mio parere: il montaggio di Free Fire andrebbe studiato nelle scuole) di mettere su pellicola la confusione incarnata. Ora, sappiamo tutti benissimo che al cinema il caos e l’anarchia sono spesso orchestrati e che per realizzarli ci vuole parecchia disciplina, perché spesso non sono altro che l’impressione di caos e anarchia. È come un gioco di prestigio in cui allo spettatore deve sembrare tutto casuale, a cui l’unica cosa che deve arrivare è la concitazione di una sparatoria continua.

Wheatley, nel dirigere i suoi delinquenti incapaci, torna alle origini, alla macchina a mano di Kill List, ma addomesticata da una maggiore consapevolezza del mezzo a disposizione: se i primi piani traballano, come in questo caso è giusto che sia, il regista dà respiro all’azione facendo un grande uso di campi medi in cui la MdP si muove come impazzita, tra carrelli da vertigini, panoramiche a scoprire ogni postazione ritenuta sicura da questo o quel personaggio e la steady a fare da collante al tutto. E qui interviene il montaggio di Amy Jump, che sforbicia, tagliuzza, scompone, frammenta e si diverte a confonderci, come nelle bellissime sequenze che avvengono in contemporanea della resa dei conti tra Copley e Smiley da un lato e Noah Taylor e Brie Larson dall’altro, dove il montaggio alternato è così folle che un proiettile può passare da una scena all’altra senza che noi ce ne rendiamo neanche conto. Non è neanche più questione di alternanza, quanto di simultaneità, di dare agli spettatori un’ennesima illusione: che tutto stia succedendo nello stesso istante.

L’entusiasmo per i film di Wheatley cresce di opera in opera e non è mal riposto. Non si tratta di uno di quei fenomeni che esplodono con un esordio particolarmente riuscito e poi non mantengono le promesse, perché Wheatley il rispetto se lo è costruito per gradi, è un professionista che sorprende ogni volta, che cambia come un camaleonte ma imprime sempre il suo marchio ai film che dirige. Certo, non è un regista di blockbuster e non penso gli interessi proprio esserlo, ma è uno di quegli autori di genere che, prima o poi, la pietra miliare la tireranno fuori. E seguirlo è fonte di enormi soddisfazioni.

4 commenti

  1. Una delizia insomma!

    1. Proprio così, Fratellone!

      1. Allora sorellina…In lista subito!

  2. Giuseppe · · Rispondi

    Locandina deliziosamente vintage… e sì, direi anch’io che in quegli anni Wheatley e la Jump ci si trovino davvero bene. Poi, fa certo piacere avere un’altra riconferma di come -ad anni di distanza dall’esordio col botto di Kill list- il bravo Ben continui a mantenere ben salda la rotta 🙂

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