Netflix mi ha spezzato il cuore

Prima o poi doveva succedere che Netflix facesse una stronzata. Peccato che ha deciso di farla proprio con la serie tv più rilevante degli ultimi anni. No, state tranquilli, non farò un post dedicato all’importanza di Sense8 per il suo cast formato da attori di varie etnie e orientamenti sessuali; non ho neanche intenzione di parlare dell’esaltazione della diversità, dell’empatia, della gentilezza come forze in grado di cambiare radicalmente il mondo in cui viviamo che rappresenta il vero cuore etico della serie, e neppure del fatto che la fruizione di un’opera di questo tipo richiede una sensibilità che se non l’avete il problema è solo vostro e di sicuro vi manca qualche pezzo. E infatti mi è capitato di leggere chi la liquida come una “frociata sopravvalutata”.
Sono tutte cose che chi ha familiarità con Sense8, e in generale con la poetica delle sorelle Wachowksi, dovrebbe già sapere. Ciò che più mi interessa è fare un discorso tecnico ed estetico, a proposito di Sense8, perché si tratta di un prodotto innovativo soprattutto da quel punto di vista e, se da un lato questa innovazione è il suo punto di forza, dall’altro ne ha anche decretato la condanna.

Nove milioni di dollari a episodio non sono uno scherzo. Per darvi un’idea parziale del costo di Sense8, possiamo fare un paragone con GoT che ne costa appena sei a puntata. Ma si tratta di cifre relative: pensate, per esempio, che una sit-com come Friends, nelle sue stagioni conclusive, era arrivata a costare lo sproposito di dieci milioni a episodio. Da cosa dipendono queste oscillazioni nei costi di film e serie tv? Nel caso di Friends di sicuro non dal cosiddetto production value, ma dai salari dei membri del cast, che prendevano un milione di dollari a cranio, andando così incidere per il 60% sul budget di ogni puntata.  GoT è invece, tutto sommato, un prodotto dai costi contenuti, che si vedono anche tutti, se proprio vogliamo essere sinceri e spietati, dato che è strutturato in maniera tale da spararsi le grosse cifre in uno o due puntate a stagione e mantenere lo standard basso per tutte le altre.
Sense8 invece è diverso: il cast non è composto da volti noti e gli attori più famosi presenti nella serie si limitano ad apparire ogni tanto. A dirla tutta, non sono neanche così famosi da giustificare una tale lievitazione dei costi. Parliamo di due facce, quelle di Daryl Hannah e di Naveen Andrews, riconoscibili e nulla più. Per il resto, gli otto protagonisti principali e i comprimari con un minutaggio apprezzabile sono quasi tutti ottimi attori sconosciuti al grande pubblico.

La serie costa così tanto perché ha un tipo di narrazione per immagini assolutamente sperimentale e che solo le Wachowski potevano arrivare a concepire, poiché filiazione diretta della loro creatura cinematografica più bella, Cloud Atlas. Però con Sense8, i concetti appena abbozzati in quel confuso e pasticciatissimo capolavoro vengono tradotti in uno stile dalla coerenza ferrea, in una modalità di racconto che richiede costi esorbitanti perché altrimenti non potrebbe sussistere. Insomma, i nove milioni di dollari a episodio sono a supporto di una visione ben precisa e, dato che qui da noi la forma è sostanza, cerchiamo di capire come funziona e come si gira, molto brevemente, una puntata di Sense8.I protagonisti della serie sono in collegamento empatico tra loro; in parole povere, vivono in diverse zone del globo e si “sentono” come se fossero tutti insieme nello stesso posto. Un Sensate non è mai da solo, perché gli altri elementi della sua cerchia sanno cosa prova, cosa pensa, cosa sta facendo in ogni secondo della sua vita. Tradurre questo concetto in immagini non è affatto semplice e le Wachowski hanno optato per la strada più tortuosa, ma che era forse l’unica percorribile: far recitare tutto il cast insieme il più spesso possibile, così da creare un vero affiatamento tra gli otto e da rendere scorrevoli e naturali e salti da un luogo all’altro del pianeta. Da un punto di vista pratico questo significa che ogni scena va rigirata due, tre, quattro, in alcuni casi persino otto volte, in altrettante diverse ambientazioni e mantenendo intatti tutti i raccordi di edizione.

Che vuol dire? Semplifichiamo al massimo: se devo girare una scena in cui due persone si parlano e una si trova in India e l’altra in Germania, io devo portare tutta la troupe in India, girare tutta la scena e poi trasferirmi in Germania e rigirala, identica, per poi montarla senza che allo spettatore sanguini il naso per i tagli con l’accetta, perché se io ho il campo a Berlino e il controcampo a Mumbai, con clima differente (ricordate, nella prima stagione, la scena di Wolfgang e Kala con la pioggia e il sole?), luce che non ci azzecca niente (ci sono i fusi orari) e salti sonori impressionanti dovuti ai rumori che si sentono nelle varie città del mondo, la continuità deve essere data dalla recitazione, dalla regia e da quella cosa oscura chiamata edizione, che consiste nel far compiere agli attori gli stessi gesti nelle diverse inquadrature. Ora moltiplicate tutto questo per otto e magari applicatelo a una scena d’azione, dove il cazzotto parte a Chicago e viene ricevuto a Seoul, escludete dall’equazione il ricreare in studio le location perché sono tutte reali dalla prima all’ultima e forse comincerete a comprendere i nove milioni di dollari a episodio.

Ma capirete anche quanto sia straordinario questo modo di raccontare una storia corale. Non si tratta di buttare decine di milioni in effetti speciali, che pure non mancano, o in costumi. Si tratta di una presa di posizione artistica, si tratta di mantenere integra una visione, di conciliare la forma e la sostanza di un’opera che non ha precedenti e, data la sua brutale e improvvisa cancellazione, non avrà neanche emuli o epigoni: Netflix ci ha mostrato cosa succede a spingersi così oltre e a non avere riscontri.
Ecco, fermiamoci un istante qui, fermiamoci ai riscontri di pubblico. Quando, qualche giorno fa, Netflix ha annunciato a sorpresa che non ci sarebbe stata una terza stagione di Sense8, lasciando parecchia gente in lacrime per un finale di stagione che più aperto di così non si può, c’è stata in rete una sorta di sollevazione popolare. Uno potrebbe pensare che una serie in grado di suscitare un reazione così forte negli spettatori non possa incorrere in inconvenienti come una cancellazione repentina. In realtà non è così: Sense8 è un prodotto di nicchia e non ha abbastanza seguito per giustificare quei famosi nove milioni.


Se si rinnova una serie che non ha bisogno di essere rinnovata come 13 Reasons Why, se se ne rinnova una mediocre (e mediocre è farle un complimento) come Iron Fists, la colpa non è di Netflix, che non è un ente benefico né un benevolo mecenate degli artisti. Netflix produce le serie che portano abbonamenti e se Sense8 non ne porta abbastanza, le si taglia la testa e tanti saluti. La stessa sorte è costata addirittura a Baz Luhrmann con il suo The Get Out.  E sapete perché? Perché non è vero un cazzo di quello che blateriamo tutti i giorni a proposito dell’età dell’oro della tv; la tv è lo sterco del demonio e lo sarà per sempre. Se il cinema (anche quello che Netflix produce) ha ancora qualche ambizione di tipo autoriale e artistico, la tv serve solo a vendere un prodotto e le serie tv con cui fate binge watching dalla mattina a notte inoltrata sono spazzatura quanto lo erano 30 anni fa. Hanno solo una confezione più curata.

Ecco, Sense8 era una delle eccezioni, con Sense8 ci si è un istante illusi di poter fare televisione con un approccio cinematografico e si è visto cosa è accaduto. Il linguaggio di Sense8 non è televisivo; persino al cinema una roba del genere si è vista pochissimo e persino al cinema ormai il nome di Wachowski non è più associato alla parola Matrix ma alla parola flop. In un momento in cui tutti sono diventati visionari, in cui si ha avuto lo stomaco di definire visionari i fratelli Russo (Dio, perdonali), i veri visionari vengono cacciati a calci nel sedere da Netflix.
Ora l’unica speranza è che sia il cinema a salvare Sense8. Ci sarebbe anche una sorta di giustizia poetica in una conclusione della vicenda simile. Un bel film di due ore, ambizioso, presuntuoso, arrogante, smielato, confuso, pasticciatissimo, incasinato. Un capolavoro alla Wachowski, insomma, per portare a termine una storia che si merita la sua fine. Ce la meritiamo noi che l’abbiamo seguita e abbiamo aspettato due anni tra la prima e la seconda stagione. Se la merita il cast, se la meritano tutti quelli che ci hanno lavorato, da Lana e Lily Wachowski all’ultimo degli assistenti. E se la merita il mondo, anche se ancora questa storia meravigliosa non l’ha capita del tutto.

8 commenti

  1. Premetto che mi sento in colpa perché non ho ancora visto la seconda stagione (sì con le serie e le loro tempistiche, coi film al cinema mi salvo perché se li voglio vedere devo muovere il culo…

    Ma la butto lì: e se il film lo facesse proprio Netflix? #iwanttobelieve

    1. Guarda, sarebbe una di quelle notizie sensazionali e salverebbe il mio abbonamento a Netflix che in questo momento è pericolante 😀

        1. Sto saltellando per tutta casa!

  2. Mi hai fatto venire la curiosità, vedrò questo sense 8 ^_^

  3. Giuseppe · · Rispondi

    Beh, qualche serie che si eleva dalla spazzatura c’è ancora o comunque c’è stata: Doctor Who, Battlestar Galactica, Penny Dreadful (se ci metto pure X-Files e Star Trek sembro ancora più di parte di quanto non sia già)… giusto per fare almeno alcuni nomi illustri 😉
    Quanto a Sense8, beh… ma chi altri potrebbe/dovrebbe farne un film se non Netflix? Passasse malauguratamente il tutto in altre mani, credo che le Wachowski avrebbero ancora meno fortuna di quanta già NON ne abbiano ora…

  4. Cumbrugliume · · Rispondi

    Dispiace la cancellazione di una serie che guardavo con piacere e che meriterebbe almeno una conclusione degna, ma non mi unisco al coro dei disperati: le Wachowski sono come al solito autrici di qualcosa di tecnicamente impeccabile e dal messaggio molto potente e giusto, ma narrativamente lasciano ancora molto a desiderare. Con Sense8 hanno fatto sicuramente meglio che negli ultimi (inguardabili) film, ma insomma, i capolavori sono altri.

  5. C’è perfino ci ha detto che i Russo sono visionari? Ma per davvero?! Io sono enormemente dispiaciuto per quello che è successo a Sense8 e spero tanto che le Wachowski portino al cinema un film sulla loro creatura.
    Ancora rosico per il fatto che abbiano mandato avanti Iron Fist (che è di una mediocrità allucinante ma avuto successo) rispetto ad altri spettacoli di qualità. Ma come purtroppo si dice spesso business is business…

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