1996: Tesis

 Regia- Alejandro Amenábar

Di che colore sono i miei occhi?”

Nei dizionari, accanto alla parola “genietto”, dovrebbero mettere la foto di un ragazzino di ventiquattro anni nato in Cile e vissuto a Madrid, uno studente di cinema che, quando era ancora all’università, ha diretto un thriller meta-cinematografico, ambientandolo nei corridoi della sua facoltà e tra gli studenti del suo corso, e ci ha vinto sette premi Goya, tra cui quello per miglior film e miglior regia, oltre a riscuotere il favore della critica in ogni angolo del globo. Non in Italia, dove quel thriller è arrivato nel 2001, credo sulla scia del successo di The Others, una delle cinque ghost story della mia vita, sempre diretta dal genietto di cui sopra: Alejandro Amenábar, classe 1972, che il cinema di genere spagnolo se lo è caricato sulle spalle che era un cadavere e lo ha fatto risorgere praticamente da solo. Quel cinema di genere spagnolo a cui siamo abituati oggi a guardare con tanto amore. E sì, prima che qualcuno si arrabbi: Alex de la Iglesia  già nel ’93 aveva sfornato Azione Mutante, m con tutto l’amore possibile, l’impatto non è stato lo stesso e di quello che io chiamo “effetto Amenábar, ne avrebbe poi beneficato anche lui, insieme i vari Balaguerò, Plaza, Bayona e compagnia bella.

Non so se vi è chiaro (e i più attenti di voi dovrebbero già saperlo), ma io quando parlo di Amenábar sono smaccatamente di parte e neanche faccio tanta fatica ad ammetterlo, perché uno che a ventiquattro anni ti gira un’opera così avanzata come Tesis, un film privo di quasi ogni difetto di solito attribuibile agli esordi, di una maturità sconcertante, è davvero un predestinato. E non ho dubbio alcuno che, prima o poi, tornerà a far parlare di sé, anche se la sua carriera negli ultimi anni è un po’ in fase calante, anche se Hollywood dopo averlo coccolato (e rifatto, male, con Vanilla Sky) lo ha abbandonato in seguito al fiasco commerciale di Agorà, anche se potrebbe sembrare una promessa non mantenuta. Io lo so che, quando meno ce lo aspettiamo, Alejandro sfornerà un filmone dei suoi: lui il Cinema con la C maiuscola ce l’ha dentro e certe cose, al netto dei colpi che l’industria bastarda e ingrata ti infligge, non se ne vanno mai.

Come molti registi nati negli anni ’70 e cresciuti nell’epoca dell’home video, anche Amenábar riflette sul concetto di riproducibilità all’infinito dell’immagine, nonché sulla sua scomposizione e relativa analisi dettagliata. Pensate un istante alla differenza abissale che passa tra un regista che la sua formazione culturale l’ha avuta in sala, o comunque in luoghi differenti da casa propria, e un regista che al contrario poteva scendere in videoteca e noleggiare i classici, impararli a memoria e sezionarli fotogramma per fotogramma per studiarli. Si tratta di un approccio completamente diverso all’immagine e fermiamoci qui, perché Tesis è un film degli anni ’90 e quindi precedente all’idea di avere a portata di mano l’intero scibile cinematografico con una semplice ricerca su Google.
Il che ci porta dritti al concetto di snuff movie, termine coniato all’inizio degli anni ’70 ma che, inteso come filmato amatoriale dove la gente viene torturata e uccisa davvero, esiste da quando esiste il cinema. E tuttavia solo in epoca relativamente recente diventa un qualcosa che chiunque può fare e, soprattutto, duplicare all’infinito e diffondere in maniera (oggi si direbbe) virale.
Lo può fare chiunque perché esistono gli strumenti tecnologici a costi contenuti che permettono al primo scemo che passa di acquistare una telecamera. E già all’epoca di Tesis, che pare un’era geologica fa, dovevi spendere qualche lira in più o almeno imparare a usarla, una telecamera (per questo è ambientato nella facoltà di cinema). Nell’anno del signore 2017 basta uno smartphone, come è evidente dalla quantità di contenuti video di dubbio gusto e molto vicini agli snuff che vengono riversati ogni santo giorno sui social. In un certo senso, se gli snuff in quanto tali non sono mai esistiti, li abbiamo creati noi negli ultimi cinque o sei anni e ora fanno parte del nostro vivere quotidiano.

Ma nel 1995 (anno delle riprese di Tesis) tutto questo era fantascienza pura e, se volevi davvero girare uno snuff a uso commercio illecito, dovevi munirti di apparecchiature un minimo professionali e, se non altro, saperne qualcosina di luce e messa a fuoco. E così, Amenábar fa svolgere la sua storia in una facoltà di cinema e sceglie come protagonista Angela (Ana Torrent), una studentessa impegnata a scrivere una tesi sulla violenza negli audiovisivi. La ragazza entra in possesso di una videocassetta che ha causato la morte del suo professore, anzi la trafuga proprio davanti al cadavere dell’uomo e, senza dirlo a nessuno, la porta da un suo collega appassionato di cinema estremo, Chema (Fele Martìnez). Il filmato contenuto nel nastro è quello dell’omicidio di un’altra studentessa, scomparsa un paio di anni prima. Chema e Angela scopriranno così una rete di snuff movie realizzati e smerciati direttamente dalla loro facoltà.

Tesis è un oggetto meraviglioso e inquietante, che funziona alla grande come meccanismo cinematografico puro: ha una trama da giallo che non scricchiola mai, di una coerenza ferrea e orchestrata alla perfezione, con i sospetti che passano da un personaggio all’altro in un battito di ciglia e non consentono mai, fino all’ultimo secondo, di scoprire le carte sapientemente giocate da Amenábar. È cinema di genere e di intrattenimento con lo scopo preciso di tenere lo spettatore incollato allo schermo per due ore, neanche fosse un film hollywoodiano di quelli con la “sceneggiatura di ferro”.
Ma è anche meglio di così, perché ha una profondità di riflessione di matrice europea e autoriale spesso assente nei thriller da supermercato americani e si interroga sull’atto di vedere e ascoltare e sul nostro rapporto con la violenza, sulla dicotomia tra il nostro rifiuto etico di essa e la fascinazione di pancia che invece continua a esercitare su di noi. L’ambiguità del personaggio di Angela è evidente sin dalla sequenza dei titoli di testa: la ragazza sta viaggiando in metropolitana quando il treno si ferma e i passeggeri sono costretti a scendere perché un uomo si è gettato sui binari ed è stato investito dal treno. Angela cerca di vedere il cadavere, ma la visione le viene (e quindi ci viene) negata all’ultimo secondo da un agente che le si mette davanti.

Notate la maglietta?

E la stessa cosa avviene con il famigerato snuff: non lo vedremo mai per intero; ce lo racconteranno,  ascolteremo ripetutamente le urla della vittima (che sono atroci), ne coglieremo dei dettagli di sfuggita, ma mai Amenábar ci darà la soddisfazione di visionarlo tutto. Sopratutto ne scorgeremo gli effetti sul viso di Angela, mentre non può fare a meno di aprire gli occhi e sbirciare tra le dita che in teoria dovrebbero coprirli, proprio come molti di noi fanno davanti a un film dell’orrore. Lo faccio io per prima, quindi non vi vergognate. Chi lo vede tutto senza distogliere lo sguardo è Chema, il ragazzo che va in giro con la maglietta di Cannibal Holocaust, vive in una specie di scantinato tappezzato da poster di film horror (Phantasm, Hellraiser, Sotto Shock e decine di altri che dovete solo divertirvi a riconoscere) ed è un personaggio di una bellezza senza pari, anche se come dice lui stesso, è uno stronzo. Ma è la vera chiave di volta del film, ed è forse (non voglio azzardare interpretazioni ardite) la voce di Amenábar, il rappresentante del regista nel tessuto narrativo della sua opera. In un certo senso, è colui che sfugge all’ipocrisia generalizzata in materia di violenza e di rappresentazione della stessa nel cinema, è l’unico che non si copre gli occhi, l’unico il cui sguardo è sempre attento e sempre presente, a costo di restare ferito da ciò che vede.

Angela è invece una final girl mutuata dall’horror d’oltreoceano, una principessa che prima viene salvata dal nano deforme Chema e poi deve tirare fuori le sue risorse e salvarsi da sola. Tesis è pieno di questi giochini di rimandi al cinema di genere statunitense, a partire dal discorso del professore ai suoi allievi: bisogna dare al pubblico quello che vuole e il cinema spagnolo non ci riesce, per questo la sua industria è morente. Sembra quasi che Amenábar, con Tesis, segua le idee del professore, ovvero dare agli spettatori ciò che desiderano, un thriller senza pretese che fila via liscio, intrattiene e non pone troppe domande. E invece fa l’esatto contrario, ma in modo molto furbo; illude il pubblico di poter ricevere tutto quello che vuole, mentre lo prende per mano e lo obbliga ad andare dove vuole Amenábar, non solo negandogli la visione della violenza che un film sugli snuff in teoria promette, ma facendolo riflettere su se stesso, sul suo modo di avvicinarsi al cinema, sulle sue reazioni alle immagini che spaventano e turbano e raggiunge così un livello di sofisticazione che con il thriller puro, semplice e diretto non ha niente a che vedere.
In questo modo, Amenábar ha dato vita a quell’ondata di film di genere prodotti in Europa destinata a segnare la prima parte di questo secolo, un’ondata che avrebbe costretto lo stesso horror americano a raggiungere un livello di sofisticazione superiore agli standard degli anni ’90. Tesis, per la storia dell’horror contemporaneo, è un’opera fondamentale, pur non essendo propriamente un film dell’orrore. Ma ha segnato una strada, ha gettato un seme che ha prodotto dei frutti meravigliosi, di cui ci stiamo nutrendo ancora oggi. Se la parola apripista ha un senso, è per essere usata come definizione per pellicole come questa. E che Dio ci conservi Amenábar in eterno.

Per una volta tanto, mi vedo costretta ad aumentare il numero di film in lizza, solitamente non più di quattro. Ma il 2006 è un anno particolare e quindi saranno ben cinque e vi assicuro che ho dovuto comunque operare una severa scrematura: Silent Hill, di Christophe Gans; The Host, di Bong Joon Ho; All the Boys Love Mandy Lane, di Jonathan Levine, Bug, di William Friedkin e Ils/Them, di David Moreau e Xavier Palud. Rimangono fuori un sacco di titoli importanti, ma purtroppo meglio di così non posso fare. Votate con criterio.

 

 

15 commenti

  1. Sondaggio difficile, indeciso tra Mandy che preferisco e Bug che non ho mai visto (ma immagino meriti, quindi lo metto in lista).
    Con Silent Hill ci ho riprovato qualche tempo fa e mi è piaciuto molto meno della prima lontana visione cinematografica. The Host lo ricordo molto molto disturbante, tra i personaggi e la creatura non so chi mi comunicasse più disagio.

    1. Bug è un film allucinante. Purtroppo è poco noto, ma se ti capita, vedilo perché fa davvero impressione.

  2. valeria · · Rispondi

    ecco, questo é un film che, nonostante adori il regista (credo di essere una delle 5 persone al mondo ad aver amato “regression”, fai tu…), colpevolmente mi manca! provvedo subito a rimediare 🙂 bellissimo pezzo e analisi interessantissima! 🙂

    1. Sono anche io tra quelle cinque 🙂
      Grazie!

      1. valeria · · Rispondi

        visto ieri sera: mi avevi messo addosso una discreta scimmia 🙂 che dire? una perla nel genere. se questi erano gli esordi, non mi stupisce che sia poi riuscito a creare “the others” 😉 tra l’altro io, che di solito leggendo o guardando un giallo riesco molto spesso a capire chi sia il colpevole dopo poco, fino alla fine sono rimasta indecisa sulla sua effettiva identità, il che gli fa guadagnare 10 punti in più 😛 proprio un gran film!

  3. Bello me lo recupero, il mio voto va per Host

    1. Che gran film, quello…

  4. Parli di Amenabàr e hai detto tutto, una delle stelle polari del cinema di genere europeo. Punto.
    Nel sondaggio sono stato dibattuto ma alla fine ho scelto All the boy… perchè quello col ricordo forse più viscerale e, sarò pazzo, ma per alcuni, sottili versi mi ha fatto pensare a una specie di interpretazione gore e malata de La rabbia giovane di Malick

    1. All the boys è un grandissimo slasher, proprio perché alla fine non è neanche uno slasher. E il paragone con La Rabbia Giovane non è così azzardato!

  5. Curioso di sapere cosa ne pensi di All the Boys Love Mandy Lane. Jonathan Levine è uno di quei registi che macinano generi diversissimi l’uno dall’altro come se fosse un esperto in ognuno!

    1. E sai che, dei suoi film che ho visto, non ce n’è uno che non mi sia piaciuto?

      1. Idem, è uno di quei registi di cui ti puoi sempre fidare, anche quando ha per le mani qualcosa di complicato!

  6. Giuseppe · · Rispondi

    Tesis (e il tuo meritatissimo affetto nei confronti di Alejandro traspare in ogni riga di questo eccellente post 😉 ) è un grande film d’esordio sull’orrore, più che un film dell’orrore in senso stretto: un film a tesi, appunto, come poi -lo dicemmo ai tempi- sarebbe stato anche Regression…
    Vedo che nella cinquina lassù ho la possibilità di votare anche quel gioiello di The Host, ragion per cui lo voto all’istante 😉

  7. Adoro Amenabàr e anch’io sono un po’ di parte quando parlo di lui (Regression nonostante i suoi difetti l’ho apprezzato parecchio). Questo film fu proprio una rivelazione, un’opera prima talmente grandiosa poteva venir fuori solo da un genio. Spero vivamente che sforni qualche altro film come Tesis, Agorà o The Others.

    Comunque voto per Silent Hill. Probabilmente la miglior trasposizione cinematografica di un videogioco (e dopo 11 anni che ci provano ancora non riusciti a trasporre qualcosa di decedente dopo SH).
    Tra l’altro io e Shiki siamo grandi fan della serie videoludica e quindi ci teniamo molto sia ai giochi che ai film (non contiamo Silent Hill: Revelation che quello è stato un disastro sotto ogni punto di vista ed era diretto da Michael J. Bassett! Come è potuto succedere?)

  8. CastoroBoy · · Rispondi

    Appena visto Silent Hill dato che è stato votato dalla maggioranza: lungo, scialbo e in molte situazioni ridicolo.

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