La Cura dal Benessere

 Regia – Gore Verbinski (2017)

Non aver fatto in tempo a vedere questo film in sala è uno dei più grossi rimpianti cinematografici dell’anno in corso. Purtroppo è durato lo spazio di un battito di ciglia nei cinema italiani e anche in patria non se l’è cavata benissimo, a sottolineare che io con Verbinski vado d’accordo solo quando fa flop al botteghino. Non un flop di quelli epocali, perché il budget di 40 milioni di dollari non consente di usare un’espressione simile, ma abbastanza grave da avere conseguenze non proprio piacevoli sulla carriera di Gore (non esiste un nome più bello) e sul futuro dei film a medio budget in generale, come spiega benissimo l’articolo che ora vi linko e voi vi leggete così non devo ripetere cose già dette, meglio, da altri. Per quelli più pigri, faccio un mini-riassunto il più sintetico possibile: A Cure for Wellness è un esemplare di film che sta diventando sempre più raro, schiacciato com’è tra i blockbuster multimilionari e il cinema indie; si tratta di un tipo di opera, finanziata con un discreto ammontare di quattrini, ma lasciando grande libertà creativa al regista, che ha fatto la fortuna del cinema nel corso degli anni ’90 del secolo passato e ha continuato a vivacchiare almeno fino una decina di anni fa e che ora è destinata a scomparire. Perché la sua scomparsa non sia un bene, non devo di certo spiegarvelo io. La mia speranza è che possa essere salvata da agenti come Netflix e Amazon. Insomma, staremo a vedere.

Già questo ci dice parecchio su La Cura dal Benessere e sull’accoglienza tiepida che ha avuto, sia da parte del pubblico che della critica: appartiene a una razza in estinzione e, se è in parte comprensibile l’indifferenza di un pubblico anestetizzato, del tutto privo di scuse è invece l’accanimento della critica, e non solo di quella ufficiale, ma anche di quella specializzata. Temo che si tratti, ancora una volta, dell’impulso irrefrenabile a bacchettare ogni forma di ambizione.
Perché il film di Verbinski è estremamente ambizioso, un po’ sconclusionato e involuto da un punto di vista narrativo, barocco ed eccessivo da quello estetico, e con un’anima gotica così esibita da farmi pensare più volte, nel corso della visione, che lo avrebbe potuto benissimo girare Corman quasi mezzo secolo fa, farlo ugualmente sconclusionato e barocco ma con molti meno soldi, e nessuno si sarebbe lamentato. E dico Corman solo per restare in ambito statunitense, ma potremmo benissimo spostarci in Italia e Gran Bretagna, dove né Freda né Francis né Fisher avrebbero disdegnato dirigere una storia come questa.

Il che ci porta a considerare (come è successo anche con Crimson Peak) quanto sia complicato far digerire il gotico al pubblico attuale. Persino in tv, un prodotto tutto sommato commerciale, anche se sublime, come Penny Dreadful è stato interrotto perché costava troppo rispetto al riscontro di pubblico. Non fatevi ingannare dalla cornice contemporanea, da quella prima parte ambientata negli asettici uffici di una qualche multinazionale: La Cura del Benessere è opera gotica nelle sue fondamenta e infatti ci allontaniamo subito dalla modernità ed entriamo nella bolla senza tempo rappresentata dalla clinica dove il nostro protagonista viene spedito, sotto ricatto, dai suoi capi per recuperare il maggior azionista della compagnia e farlo tornare ai suoi obblighi lavorativi a qualunque costo. Una clinica che è un castello sulle montagne svizzere, con tanto di paesino abitato da villici che alla clinica guardano con sospetto e un passato oscuro risalente al XIX secolo, periodo d’elezione del gotico di ogni latitudine cinematografica.

La clinica si avvale di macchinari arcaici, i suoi corridoi sono quelli di un labirinto pieno di stanze segrete e trappole, i pazienti si sottopongono alle bislacche terapie mansueti, come vacche al macello e l’aspirante squalo della finanza Lockart (interpretato da Dane DeHaan), a cui è molto difficile offrire la nostra simpatia, si muove spaesato tra quelle mura, fuori posto e fuori contesto, quasi fosse precipitato davvero in un altro tempo e non solo in un altro luogo.
Il cinema gotico è sempre vissuto di suggestioni. Non era poi così fondamentale quella trama coerente, quella sceneggiatura di ferro che i critici di oggi invocano e ritengono l’unico metro di giudizio valido per valutare  un film. I cosiddetti “buchi di sceneggiatura” in realtà non sono mai mancati nelle produzioni gotiche del passato, perché non è un cinema d’acciaio, quello gotico; non è proprio cinema contemporaneo, e quindi basato su formule prestabilite e canonizzate da una mamma Hollywood sempre più spaventata dalla disaffezione del suo pubblico. A Cure for Wellness è un’esperienza che va vissuta in tutta la sua bizzarria e in tutta la sua confusione: è morboso, è violento, è ingombrante, mette in imbarazzo perché non si sa trattenere e osa anche dove sarebbe il caso di essere prudenti. Un film che non conosce la vergogna o la prudenza, ecco cos’è quest’opera così bistrattata e incompresa di Verbinski: due ore e mezza elefantiache, forse eccessive, ma senza compromessi.

Non stiamo parlando di cinema d’autore, per carità; Verbinski stesso penso non sarebbe d’accordo a definirsi un autore, ma è di sicuro un regista con una visione. Persino nei suoi film più fortunati economicamente, come il carrozzone dei Pirati dei Caraibi, di cui ha girato tre capitoli prima di essere fatto fuori dalla produzione, le idee forti da un punto di vista estetico non mancano, al netto della tendenza del divo Depp a cannibalizzare ogni fotogramma e dell’overdose di effetti. Ma è in operazioni come il bellissimo (e altro insuccesso) Rango che viene fuori tutto il suo istinto cinefilo e tutto il suo talento nel creare sequenze di grande impatto visivo. Sempre di intrattenimento parliamo, ma è intrattenimento fatto con gusto, con conoscenza del mezzo e con la volontà precisa di essere inconfondibile. Una scena come quella di Lockart nella vasca di deprivazione sensoriale poteva girarla solo Verbinski, come del resto l’attacco delle anguille ad Hannah (un’altra dal nome fenomenale: Mia Goth) nella piscina, verso la fine del film. Mi piacerebbe vedere il regista alle prese con un film abissale, perché fa un uso dell’elemento acquatico estremamente originale e, non so se ricordate, l’acqua aveva un ruolo importante anche in The Ring. Ma La Cura del Benessere è quasi cinema degli abissi, anche se l’ambiente non è marino e l’acqua non è salata, ma è quella dolce di uno stabilimento termale. Acque curative in cui nuotano corpi anziani ripresi da Verbinski con un atteggiamento quasi pornografico, acque che il protagonista comincia a bere dal momento in cui arriva alla clinica, inquadrate da ogni angolazione e in ogni forma, con lunghi piani insistiti o con flash quasi subliminali (vedere la scena in cui Lockhart discute con il consiglio di amministrazione, prima di partire), e sempre minacciose, sia quando se ne stanno tranquille dentro un bicchiere che quando ribollono di creature viscide e serpentine.
Sì, è un gotico abissale, La Cura del Benessere ed è pieno di difetti, non lo voglio negare: è pieno di momenti ridondanti, ha cinque o sei finali diversi, è troppo lungo, è inconcludente, tutto quello che volete voi.
Ma è lo stesso bellissimo. E, nonostante ci siano horror migliori di questo in giro, è proprio l’opera di Verbinski a essermi entrata nel cuore e sono sicura che, alla fine dell’anno, la troverete ai primi posti. Perché a me i film coraggiosi, ambiziosi e pieni di difetti continuano a piacere. Anche quando falliscono. Soprattutto quando falliscono.
Leggetevi anche la recensione di Dikotomiko

10 commenti

  1. Andrebbe anche osservato che dei 40 milioni ben 10 sono stati forniti dalla Germania (il German Federal Film Fund).

    Ho apprezzato come venga resa la pelle nel film, che dall’esordio con l’impiegato modello alla progressiva dissoluzione fisica del giovane yuppie protagonista è sempre pallida, emaciata, con un che’ di “uomo pesce” nelle labbra rigonfie o sottili dei vecchi in cura alla clinica.
    Infatti solo nel finale Lockhart acquista un po’ di colore sulle guance 😀

    Per certi versi ricorda quei racconti lovecraftiani dove l’intelaiatura è risolutamente gotica, edgar alla poeiana, ma vi compaiono già elementi horror-scientifici, anche se ancora subordinati alla storia tradizionale. Ad esempio in tema di “elisir” c’è una storia simile nel The Alchemist (1908).
    Questo spiegherebbe anche una certa frattura tra diversi momenti, dal piacere estetico di alcune scene alla repentina tortura del “trattamento”, che a volte fanno fatica ad amalgamarsi, imho.

    1. Sì, è vero, il protagonista ha un qualcosa da Maschera di Innsmouth 😀
      Fortuna che l’hai detto tu, io poi passo per pazza che cita Lovecraft ogni fllm che vede 😀

  2. Apprezzato proprio perché è assolutamente gotico.
    Tutti gli elementi del genere erano presenti. Non me mancava nemmeno uno: la fanciulla indifesa e virginale, il mad doctor, il castello, i macchinari steam-punk, i corridoi, le segrete, il quadro/foto con il segreto bene in evidenza.
    Tipo lista della spesa con i singoli articoli con la loro bella croce di fianco perché messi nel carrello.
    Ben girato, ma alla fine un filo eccessivo e confusionario.
    Qualche bella sforbiciata ed un quarto d’ora in meno e magari invece di un sette, gli avrei dato un otto pieno.
    Uscito dalla sala soddisfatto ma un filo provato.
    Non un capolavoro ma avercene dei film così.

    1. Sì, è eccessivo e confusionario, però credo anche che si parte del suo fascino. Capolavoro no di sicuro, anche perché non è possibile sfornare solo capolavori o cagate totali. Ci vorrebbero equilibrio e misura nel giudicare certi film.

  3. Ho il sospetto che il grande pubblico (e la critica, a questo punto) abbia qualche problema con il gotico, anche se per molta gente “gotico” è Il Corvo.
    Abbiamo visto storcere il naso con Crimson Peak, o anche con The Lady in Black (che non è bruttissimo, ma nemmeno bellissimo), e lo abbiamo visto anche a questo giro. Per tacere della BBC, che si è dovuta arrendere e cancellare The Living and the Dead dopo la prima stagione. E io, da amante del gotico, soffro per la paura che smetteranno di riproporre il genere.

  4. Alberto · · Rispondi

    Per una volta non riesco a capire se mi hai incuriosito o no 🙂 (non ho nemmeno un’opinione consolidata su Verbinski, che ha fatto del bello e dell’orrido, e anche questo non aiuta).

  5. Davide Locatelli · · Rispondi

    Mi spiace per Gore, Rango è bellissimo,il suo The ring apprezzabilee superiore all’originale almeno secondo me, ho amato anche Lone Ranger. Questo non lo ho ancora visto speravo che per lui fosse una rivalsa.
    Spero anche io Netflix dove potrebbe dire e dare belle cose.
    Sto ancora male per la cancellazione di Penny Dreadfull.

  6. Giuseppe · · Rispondi

    Se non era per te, io nemmeno l’avrei saputo della sua fulminea uscita nelle nostre sale… comunque lo vorrei recuperare dato che, personalmente, il Verbinski fantastico non mi ha mai lasciato una cattiva impressione, sia nel versante più dichiaratamente blockbuster (la sua tripletta de I Pirati dei Caraibi, a cui pure un certo tocco lovecraftiano non mancava) che in quello horror con il suo convincente -nonché rispettoso del modello asiatico, pur nel suo adattamento per un differente tipo di pubblico- remake americano del The Ring originale. Certo che si è accollato un bel rischio nell’affrontare un genere -il gotico- che oggi pare essere sempre più frainteso e sottovalutato, quando non bellamente ignorato 😦

  7. Io ancora non sono riuscito a recuperare la pellicola nonostante fosse una di quelle che aspettavo di più. Quando lessi le recensioni negative sul film rimasi sorpreso. La cura dal benessere sembrava essere qualcosa di originale e di particolare, in cosa aveva sbagliato? Ti giuro che a leggerle mi sembravano incredibilmente esagerate. Anche Crimson Peak ebbe qualche critica ma non pessime come quelle dell’opera di Gore. Ci si sono veramente accaniti.
    Voglio vederlo. Io sono sempre alla ricerca di film gotici contemporanei e spero sempre che prima o poi ritornino a essere prodotti e ad avere il rispetto che meritano ma dopo il flop di Crimson Peak e quello di La cura dal benessere penso che vedremo poche pellicole gotiche…

  8. Fulci Forever · · Rispondi

    Toh, guarda, una pellicola mainstream che sa disturbare senza vergognarsi. Il regista? Ah, Verbinski, il geniaccio che ha saputo rendere The Ring molto più creepy di com’era in originale, si spiega tutto! Il trittico DeHaan-Goth-Isaacs da incorniciare! Due ore e mezzo di inquietudine degne di Lovecraft. La Goth in particolare mi ha stregato.

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