A Monster Calls

 Regia – J.A. Bayona (2016)

Bayona è un regista emotivo: lo è quando esordisce con uno degli horror più belli di questo secolo e lo è quando, in parte, fallisce mettendo in scena la catastrofe; figuriamoci cosa succede quando si approccia alla materia sempre scottante della malattia, scegliendo di utilizzare un registro fiabesco e il linguaggio del fantasy calato però in un contesto reale. Un’operazione che di sicuro fa venire in mente Spielberg, la cui presenza aleggia nel film come un’ombra paterna e affettuosa, ma che è anche molto vicina a quanto già fatto da del Toro nei suoi due film ambientati nella Spagna degli anni ’30 (mi pare inutile snocciolarvi i titoli: se non lo conoscete, siete dei gaglioffi), ovvero far incontrare il mostruoso a un bambino non allo scopo di terrorizzarlo, ma allo scopo di farlo venire a patti con la realtà sgradevole che lo circonda.
La differenza tra un del Toro e un Bayona sta tutta nel fatto che il film del primo sono oggetti politici e la realtà con cui si confrontano i bambini protagonisti è quella di una dittatura spietata; Bayona, lo abbiamo già detto, è regista puramente emotivo e va sul personale, sul privato, sull’intimo, sullo straziante confronto tra un ragazzino e l’imminente e inevitabile morte di sua madre.

In un certo senso lo aveva fatto anche Mike Flanagan con il suo non-horror Somnia, solo che lì si trattava di un’elaborazione del lutto in chiave fantastica; qui il fantastico viene in aiuto al giovane protagonista Conor (Lewis MacDougall) nella forma di un imponente mostro albero affabulatore (e con la voce di Liam Neeson): Conor sta perdendo sua madre e il mostro gli racconta delle storie per tirargli fuori la sua, di storia, la sua verità.
Ora, la faccenda interessante del film riguarda la natura delle storie, che sono fiabe o meglio, cominciano come tali per poi prendere direzioni inaspettate e ambigue, prive del tutto di quella morale così netta che di solito associamo al mondo delle favole, con il suo parco definito di buoni e cattivi e la distribuzione di premi e felicità eterna ai primi e di orribili punizioni ai secondi.

Tutto questo, nelle fiabe che il Mostro racconta a Connor viene a mancare e infatti, sul momento, il bambino non capisce, crede che siano racconti privi di senso, a cui non trova una spiegazione. Come può un principe essere allo stesso tempo un assassino e un buon sovrano? Come è possibile far comprendere a un bambino le complicatissime e ingarbugliate contraddizioni, dicotomie, ambivalenze della natura umana? E fargliele capire in fretta, prima che il senso di colpa lo uccida.

Lo svelamento della complessità è affidato a quello che dai più viene ritenuto la madre di ogni semplificazioni: al Mostro, al fantastico, all’elemento non realistico in un contesto che invece Bayona mette in scena in modo molto aderente alla realtà quotidiana (anche qui si percepisce la lezione di del Toro). Va alle storie inventate e, in generale alla narrazione in qualunque sua forma, il compito di fornire una chiave interpretativa che renda la vita sopportabile. Il mostruoso non come fuga dalla “vita vera”, ma come mezzo per darle un senso che non sia solo sconforto e grigiore. Perché l’atto stesso del raccontare è di per sé non solo liberatorio, ma impegnativo, per chi narra e per chi ascolta. Non si allontana il dolore, non lo si mette in un angolo ignorando che esista; al contrario lo si racconta e, solo in questo modo, lo si comprende si riesce a conviverci.
Perché di questo si tratta: di conviverci. Il cinema e la narrativa di immaginazione, nelle loro incarnazioni più nobili, non hanno mai negato la sofferenza; a volte sono riusciti ad addolcirla, a filtrarla attraverso la nostalgia e, perché no, a usarla. Il film di Bayona non è un “cancer movie”, categoria quasi sempre detestabile, tesa com’è ad appoggiarsi biecamente sulla parte peggiore e guardona di noi. È un’opera che prende sì spunto dalla malattia e dal lutto per ribadire il valore del racconto, quell’arte di mentire per dire la verità che rappresenta una delle esigenze più profonde dell’uomo.

Da bravo regista sentimentale quale è, Bayona affida tutto il suo film al flusso delle emozioni, positive o negative esse siano, che si tratti della rabbia incontenibile di un bambino che diventa furia distruttrice, che si tratti dell’amore di una mamma per suo figlio, che vorrebbe altri cento anni da passare insieme a lui, anche se sa che è possibile. Emozioni che escono letteralmente dallo schermo e investono lo spettatore, emozioni spudorate, prive di freni, prive di quella paura tutta cerebrale di esagerare. Ne esce fuori una commistione molto stramba tra cinema europeo e cinema hollywoodiano. Ricordiamo che A Monster Calls è un film europeo, una co-produzione anglo-spagnola con cast prevalentemente europeo (l’unica americana del gruppo è Sigourney Weaver). La nazionalità del film ha un suo peso: se fosse stata una pellicola americana forse sarebbe davvero stata eccessiva. Ma Bayona è molto bravo a dipingere la vita di Conor come un incubo di squallido grigiore, in un piccolo centro dove la pioggia spazza perennemente le strade, con i soliti bulletti che lo prendono di mira e delle figure adulte intorno a lui, esclusa la madre (Felicity Jones) che non hanno la forza o proprio gli strumenti per prendersi cura di lui

Un padre che vive negli Stati Uniti con un’altra famiglia e che lì se ne ritorna, facendo generiche promesse di ritorni e di natali da passare insieme; una nonna algida e che con Conor non sa comunicare: nessuno di questi conflitti viene risolto alla fine del film. Il padre resta assente e con la nonna viene stabilita una tregua in vista di una lunga convivenza. L’unico nodo che si riesce a sciogliere è quello interiore di Conor, la sua angoscia di bambino a cui nessuno vuol dire come stanno le cose davvero, ma che lo sa benissimo da solo. Anzi, lo sa anche meglio degli altri. E ve la immaginate questa angoscia in un bambino? Ve la immaginate questa solitudine così estrema e profonda a 12 anni? Questo fardello da portarvi dietro senza nessuno su cui scaricarlo?

Solo che qualcuno c’è: il Mostro, simbolo di terrore, di alterità per eccellenza, diviene qui una creatura salvifica. Poco importa se sia frutto dell’immaginazione di Conor o la sua presenza nella sua vita abbia radici molto più lontane e profonde. Lui arriva al momento giusto, quando tutto sembra perduto, e fa il lavoro sporco che nessuno tra gli adulti può fare, quello di liberare Conor dall’angoscia facendogli però pagare un prezzo altissimo.
Ecco, Bayona non nasconde mai quanto sia salato il conto, quanto l’impatto con la realtà possa lasciarti con tutte le ossa rotte. Ma lascia la speranza di una ripresa, il poter continuare a vivere, anche se sono successe tante cose brutte. Che spesso è davvero tutto ciò che ci rimane, una prospettiva, la possibilità di un futuro, sapendo tuttavia che mai e poi mai smetterà di fare male. Ma, se esiste un modo per addolcire tutto questo dolore, esso risiede nel processo creativo, nella capacità di continuare a raccontare, nonostante tutto.

9 commenti

  1. Il film non l’ho ancora visto, ma è da quando ho sentito lo sceneggiatore (e autore del libro) parlarne che ho una gran voglia di vederlo, e tu non hai fatto che confermare che è da vedere! 😀
    (se qualcuno fosse interessato, l’intervista sta qui, parte a 3:20 ed è in inglese: http://nerdist.com/the-writers-panel-304-patrick-ness/ )

    1. Me la vado a sentire subito! Grazie ❤

      1. Di niente! 😀
        Quando posso spacciare il Writers Panel a gente interessata son felice XD

  2. Giuseppe · · Rispondi

    Posso immaginarlo bene cosa provi Conor, visto che anch’io persi mia madre per lo stesso motivo (perlomeno, io avevo già 18 anni)… per questo che trovo molto più sensibile e rispettoso nei confronti dello spettatore l’approccio “fantastico” -e assolutamente adulto- nei confronti di dolore e lutto portata avanti da Bayona rispetto al sensazionalistico becerume strappalacrime (a volte involontario, il che è pure peggio) tipico del “cancer movie”. E sempre per questo non posso che apprezzare una volta di più, a livello profondamente personale, questa tua recensione ❤

    1. Credo che chiunque abbia subito, nel corso della sua vita e non importa a quale età, un lutto simile, possa ritrovarsi in questo film, proprio per la delicatezza e la mancanza totale di morbosità con cui viene affrontata una tematica così delicata.

  3. Visto oggi ed amato all’inverosimile! Ma io ho apprezzato tantissimo anche The impossible…

  4. Recensione bellissima! L’ho veramente adorata e sono tremendamente dispiaciuto di non essere riuscito a vedere questo film (e pensare che lo attendevo tantissimo!). Bayona è un regista che mi piace molto. Con The Orphanage mi sono innamorato di lui e anche The Impossible mi piacque parecchio quando lo vidi (ha qualche pecca ma è un film emotivamente forte).
    Lo recupererò al più presto!

    1. Grazie!
      Bayona emoziona sempre, anche quando fa un film non del tutto riuscito.

      1. Verissimo. È un regista che apprezzo tanto e spero di vederlo più spesso al cinema.

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