Stake Land II – The Stakelander

 Regia – Dan Berk e Robert Olsen (2016)

Non se ve lo ricordate, perché sono passati tanti anni, ma la recensione del primo Stake Land segnò una delle primissime polemiche quando questo blog era un poppante. Considerato da molti uno dei film migliori del 2011, a me e pochi altri non aveva fatto impazzire. Erano i bei tempi in cui ancora ci si accapigliava sui blog a causa di film molto piccoli, sconosciuti ai più. Quando ho saputo che il seguito di Stake Land era finalmente pronto, dopo che se ne stava parlando da anni (fate voi i conti, considerando che l’anno di produzione del capostipite è il 2010), mi è preso un attimo di nostalgia canaglia, ma niente altro. Non avevo un grande desiderio di vederlo, almeno non fino a quando è approdato su Netflix e, grazie al sistema di percentuali con cui la piattaforma di streaming stabilisce le preferenze degli abbonati, mi è addirittura arrivata una mail che ci teneva a farmi prendere atto di quanto Stake Land 2 fosse compatibile al 95% con i miei gusti. A quel punto, dato che è un periodo strano, molto bello ma anche molto logisticamente complicato, e complice un tempo morto qui in ufficio della durata di un pomeriggio intero, mi sono detta “perché no?” e ho cominciato a vederlo.
Ve lo dico subito, così evitiamo fraintendimenti: mi è piaciuto più del primo, ma se avete amato il lato riflessivo di Stake Land, forse non la penserete come me, perché questo è un seguito infinitamente meno ambizioso rispetto al film diretto da Jim Mickle e scritto da Nick Damici di ormai sette anni fa.

Ho apprezzato moltissimo la filmografia del duo Mickle/Damici da Stake Land in poi: We Are What We Are, Cold in July e, come ciliegina sulla torta, la serie tv Hap & Leonard che porta la firma di entrambi, sono tutte cose egregie; nel caso di Stake Land 2 (o The Stakelander o entrambe le cose. Non si capisce come diavolo si chiami davvero questo film) Damici resta come attore nel ruolo di Mister e come sceneggiatore, mentre Mickle passa alla produzione esecutiva e lascia la regia a Berk e Olsen. Ora, io non so se sia stata una scelta dettata dagli impegni di Mickle o dal fatto che si fosse rotto le palle di Stake Land, ma si è rivelata vincente, almeno dal mio punto di vista, e non perché non ami lo stile di Mickle (l’ho detto prima), ma perché Berk e Olsen sembrano aver abbandonato qualunque velleità presente nel primo film ed essersi dedicati anima e corpo alla messa in scena di un B-movie violentissimo che non vuole più essere il romanzo di formazione di un ragazzo, il suo addestramento alla vita in un mondo apocalittico, ma la butta giù semplice raccontando una storia di vendetta prevedibile, scontata, infarcita di ogni singolo cliché possibile e immaginabile, ma rapida, ritmata, divertente, che si lascia guardare con gran piacere.

Avevamo lasciato Martin, interpretato sempre da Connor Paolo, in Canada a New Eden, un avamposto libero sia dalla piaga dei vampiri che da quella della Fratellanza, la setta religiosa al servizio dei succhiasangue. Lo ritroviamo con moglie e figlioletta, immediatamente fatte fuori da una vampira che si fa chiamare La Madre. The Stakelander parte a razzo, togliendo a Martin tutto ciò a cui teneva e consegnandocelo animato solo da un gran desiderio di vendicarsi. Abbandona così il Canada e torna negli Stati Uniti infestati alla ricerca di Mister. Ovviamente i due si riuniranno e, insieme andranno a fare il culo alla Madre. Ecco, la trama di Stake Land 2 (usiamo in alternanza i due titoli, già che ci siamo) è tutta qui. C’è una prima parte in cui assistiamo al vagare di Martin da solo per le lande desolate di un’America popolata non solo da vampiri, ma da predoni, cannibali e adepti della Fratellanza ed è qui che il film si abbandona ad alcuni sprazzi di lirismo presenti anche nel suo predecessore, che però non stonano affatto con il contesto, anche perché non sono infarciti da quella fastidiosissima voce fuori campo, qui molto limitata e con una funziona meramente narrativa, priva di pretese filosofiche.

La struttura del film è classica e derivativa che più di così sarebbe stato plagio di almeno una cinquantina di pellicole; le situazioni tipiche dell’apocalisse le abbiamo tutte: il rifugio apparentemente sicuro che si rivela essere una trappola mortale? C’è; la comunità di cannibali che organizza sfide all’ultimo sangue tra prigionieri in un’arena che ricorda il terzo Mad Max (ma somiglia molto di più a quella della tribù cannibale di Doomsday)? C’è; lo sparuto gruppi di sopravvissuti assediati nel fortino? Non ce lo facciamo di certo mancare; il traditore (che si chiama pure Juda) che mette a rischio la sopravvivenza di tutti? Vi pare che non ce lo mettiamo? C’è persino la ragazzina selvaggia che si unisce ai nostri e sembra quasi una memoria della Ruby de Le Colline Hanno gli Occhi. Insomma, se cercate l’originalità e qualche novità dirompente che cambi per sempre la filmografia sui vampiri e l’apocalisse, mi bestemmierete contro dopo appena 20 minuti di visione.

Però è tutto assemblato con classe e consapevolezza. Damici, Berk e Olsen non hanno alcuna intenzione di regalare al pubblico chissà quale rivelazione cinematografica. In un certo senso, si ridimensionano e si accontentano, ma se devi raccontarmi per l’ennesima volta di un’apocalisse e soprattutto se devi farlo nel 2017, ovvero due anni dopo il film che al post-apocalittico ha messo virtualmente fine (non devo dirvi il titolo, giusto?) non puoi fare altro che accontentarti e ridimensionarti, mantenendo comunque la tua dignità e andando ad asciugare dove Stake Land tendeva un po’ a perdersi.
Il che ci porta a Martin e Mister che si scambiano i ruoli: tanto al Mister duro e spietato del primo film non ci credeva nessuno. Al contrario, il nuovo Martin è molto convincente, perché gli viene fornito un motivo valido, perché gli si toglie ogni speranza sin dalla sequenza iniziale e quindi è motivato e funziona nel suo agire con un unico scopo. Mister diventa così una sorta di Grillo Parlante con il compito di riportare il suo figlio putativo all’interno del consesso umano e non è malaccio neppure questa evoluzione.

Se il primo Stake Land soffriva molto il suo trovarsi a metà tra un film con pretese di serietà e un protagonista, Mister, troppo sopra le righe e larger than life per sostenere la complessità del progetto, qui a Mister viene tolto qualsiasi freno e diventa una macchina ammazza-vampiri a pieno regime. Si ha anche il buon gusto di aggiungere un paio di comprimari con le belle faccette di A.C. Petersen e Steven Williams, due grugni da galera che, con Damici, formano un terzetto di anziani guerrieri per cui si fa un tifo sfegatato dall’inizio alla fine, nonostante sappiamo già quale sarà il loro destino, come sappiamo in anticipo ogni singola svolta narrativa del film. E anzi, lo guardiamo proprio perché ci piace saperlo.

Azzeccatissimo (ma non è una novità) il look dei vampiri, che sono sempre i più belli dai tempi di 30 Giorni di Buio e ancora più azzeccato il villain, questa vampira guercia che raccatta giovani succhiasangue  e li alleva, appunto come una madre amorevole, per farne un esercito.
Non è nulla di memorabile e più che un’opera autonoma è un Bignami dell’apocalisse cinematografica, ma almeno i vampiri sono delle bestie disgustose con la stessa considerazione dell’umanità che potreste avere voi per una bistecca, il sangue scorre in dosi generosissime e ci sono un paio di scene davvero ben orchestrate. Se tutto ciò non dovesse bastarvi, c’è una breve apparizione del solito Larry Fessenden (produttore) che vale tutto il film.
Dedico questo post a Hell, con cui mi presi un sacco di insulti all’epoca per aver parlato male del primo Stake Land e a cui consiglio di vedersi il secondo. Può darsi gli piaccia.

3 commenti

  1. Mi sa che all’epoca non ti seguivo ancora perché non mi ricordo della polemica. So soltanto che rimasi molto deluso dal primo film dato che ne avevo sentito parlare solo bene. Io invece l’avevo trovato parecchio noioso e scontato (per quanto ben fatto). Proverò a dare una chance a questo seguito – che nemmeno sapevo fosse stato girato.

  2. Giuseppe · · Rispondi

    Io ricordo che arrivai qualche mese più tardi, nel bel mezzo di un’altra polemica 😉 Mentre invece del primo Stake Land non ricordo praticamente niente (anche se la tua rece mi dà l’idea che questo secondo capitolo si possa tranquillamente vedere a prescindere dal suo predecessore) …

  3. Io considero il primo film come un buon prodotto che però ha dei difetti che hai elencato bene. Questo seguito non l’ho ancora visto ma sembrerebbe più interessante del primo in quanto non ha troppe grandi pretese.

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