L’importanza di essere James Gunn

Voi lo conoscete tutti il mio rapporto un po’ conflittuale con i film targati Marvel Studios: alla fine li ho visti più o meno tutti quanti, mi sono divertita, me li sono in parte dimenticati e c’è un briciolo di insofferenza da parte mia per quanto sono ormai parte di un prodotto tentacolare e indifferenziato che ha sostituito la formula di successo globale alla personalità del singolo film o del singolo regista. Quando poi alla Marvel hanno trovato quella gallina dalle uova d’oro che risponde al nome di fratelli Russo, sembrava davvero finita. Fatto fuori Whedon e consegnate a loro le chiavi degli Avengers, avevo perso qualunque speranza di vedere qualcosa che somigliasse, anche vagamente, a un film.
Ma non avevo considerato il pazzo anarchico fuori controllo, il figlio della Troma, l’allievo di Kaufmann, quello che ha imparato il cinema sul set de Il Vendicatore Tossico e sembrava precipitato per caso alla corte Marvel per dirigere un filmetto su cui in pochi avrebbero scommesso. Filmetto che, devo ammetterlo facendo un mea culpa gigantesco, neanche mi aveva entusiasmato più di tanto, all’epoca. Forse perché non ero proprio nella disposizione d’animo adatta. Sì, poi l’ho rivisto e ho capito che avevo sbagliato tutto.

Avrete letto decine di recensioni sul secondo volume de I Guardiani della Galassia e vi risparmio la mia: il film è, a modesto parere della vostra affezionatissima, il più bel cinecomic che la Marvel abbia mai partorito ed è un pezzo di cinema commerciale di livello altissimo; questo deriva solo ed esclusivamente dalla libertà creativa di cui Gunn ha potuto godere dopo aver sfracellato gli incassi con il Volume 1. So che molti hanno preferito il predecessore del 2014 a questo. Io non sono tra loro e per un motivo ben preciso: forse il primo film era più compatto narrativamente, forse aveva anche una scrittura migliore, ma la totale follia visiva di questo è inarrivabile, l’estetica sfrenata che Gunn ha impresso alla sua opera, la strafottenza del “faccio il cazzo che mi pare alla Marvel”, il gusto così profondamente cinematografico presente in ogni inquadratura, ne fanno un esemplare più unico che raro. Ecco, ho usato il termine “opera” non a caso; i film Marvel non sono opere, sono prodotti in serie, mentre I Guardiani della Galassia Vol, 2 è un’opera ed è l’opera di James Gunn.

Mi chiedo addirittura come ce l’abbia fatta a essere così libero e in effetti il post vorrebbe analizzare proprio il concetto di libertà creativa all’interno di un sistema con delle regole molto rigide. Mi viene in aiuto il fatto di essere così fissata con lo slasher perché non siamo poi così distanti: esiste un ciclo produttivo, esiste una formula, esiste chi vi si attiene in maniera pedissequa, esiste chi cerca di scardinarla e poi ci sono i più furbi che la forzano senza apparentemente trasgredirla. Gunn appartiene all’ultima categoria.
Se si guarda con superficialità I Guardiani della Galassia Vol. 2 non si trova nulla che lo differenzi in maniera particolare da un qualsiasi prodotto Marvel: battutine messe a smorzare tensione e dramma perché fa paura anche solo immaginare di turbare qualche animo; pubblico di riferimento di età compresa tra gli 8 e i 12 anni, perché sono loro che muovono il culo per andare al cinema; un’attenzione particolare però per i genitori di questi bambini che sono il bersaglio privilegiato della politica Marvel, perché devono essere contenti di portare in sala i propri figli e quindi strizzate d’occhio a non finire alla cultura pop degli anni ’80, elemento poi accentuato nei Guardiani a partire dalla meravigliosa colonna sonora.
Eppure è tutto diverso, tutto pare nuovo, fresco, all’improvviso rilevante, come se per una volta tanto, quello che accade sullo schermo ci interessasse davvero, a un livello intimo e personale.

In parte ciò è connaturato ai Guardiani in quanto tali: degli outsider, degli sfigati, non degli eroi invincibili. E se il messaggio di unire le proprie diversità fino a formare un nucleo familiare anomalo ma solido, tenuto insieme dall’affetto e dall’accettazione c’è anche negli Avengers, è evidente che nei Guardiani sia più potente e colpisca più forte le emozioni. Si tratta di un gruppo di persone danneggiate, incapaci di esternare i propri sentimenti che impara a conoscersi e ad apprezzarsi reciprocamente e se un adulto magari va alla ricerca di qualche metafora più complessa inserita da Gunn nel film (ci torneremo), per un bambino è importante che arrivi il messaggio di rivolgere la parola a quel compagno di classe un po’ strano che sembra cattivo e invece forse è soltanto molto solo, oppure di abbracciare il proprio fratello o sorella anche se lui o lei, apparentemente, non lo vogliono. Che poi non è neppure troppo vero che sono messaggi per bambini: a me la storia di Nebula e Gamora fa a brandelli l’anima, per esempio e, appena finito il film, ho sentito la necessità di scrivere alla mia sorellina che le voglio bene. Sono piccole cose, per molti sono fesserie, ma il cinema è anche questo, il provocare dei minimi cambiamenti nel nostro modo di porci nella vita reale e non ci si deve scandalizzare più di tanto se a farlo è un cinecomic.

Ma, vedete, questi concetti semplici, immediati (non per questo meno importanti, vorrei fosse chiaro) sono alla base della narrativa popolare e ce li hanno ripetuti così tante volte da essere diventati retorica, e quindi da aver perso il proprio significato profondo. E qui entra in gioco il signor James Gunn e ci mette tutto il cuore del mondo, ci crede sul serio a quello che racconta. E basta vedere il confronto tra Yondu e Rocket per farsi venire i brividi. Oppure basta leggere questo messaggio che Gunn ha mandato ai fan per rendersi conto che il regista non è soltanto un uomo di cinema immenso, ma è anche una persona con la sensibilità adatta a un certo tipo di operazione. In un’epoca in cui il cinismo pare essere la cifra principale del comportamento umano, è bello rivendicare di essere i buoni. Di essere buoni. Ma non perfetti.
Mai, e di film Marvel ne ho visti parecchi, mi era successo di sentirmi così coinvolta da un’opera targata MCU.
Il coinvolgimento è derivato non solo (anzi, non tanto) da quello che Gunn racconta, ma da come lo racconta. Non voglio  entrare troppo nei dettagli tecnici, ma ogni sequenza, in questo film, è un gioiello, a ogni sequenza corrisponde un’idea visiva eccezionale e cinematografica nella sua essenza. Quando, nei titoli di testa, Gunn si permette addirittura di mettere la battaglia dei suoi eroi contro un mostro tutta sullo sfondo e fuori fuoco, si capisce che  per tutto il film, lui lo stile Marvel non se lo cagherà di striscio. La totalità del film è una creatura uscita dalla mente di Gunn, è frutto della sua particolarissima formazione culturale e cinematografica; non potrebbe esserci un altro regista dietro la macchina da presa a fare il pazzo. Nessuno avrebbe potuto girare, per esempio, l’imboscata a Rocket; nessuno avrebbe potuto concepire il pianeta di Ego con quei colori e quelle scenografie da vero (sì, sto per dirlo, fatemi causa) visionario.

In tutto questo, io vorrei sommessamente ricordare da dove viene Gunn, da quella Troma che ha sempre fatto controcultura. Non è casuale che vi sia, nel suo film, una critica neanche troppo velata all’edonismo tipico degli anni ’80: la cosa divertente dell’epoca in cui viviamo è che la mania per quel momento storico è legata a ciò che negli anni ’80 era considerato da sfigati. Pensateci e ridete con me. Pensateci e ridetene insieme a Gunn. Perché purtroppo gli sfigati non ereditano la terra, ma spesso ereditano le redini dei processi creativi che alleviano il dolore di altri sfigati come loro, destinati a loro volta a fare film, scrivere libri, creare videogiochi, allo scopo di alleviare altro dolore, nonostante il vero potere sia e sarà sempre in mano agli Ego di questo mondo. Sono loro che hanno vinto sul serio e continueranno a vincere, divorando ogni cosa in nome di avidità e narcisismo.
Però a noi sfigati che scriviamo e cerchiamo di fare film rimane almeno la piccola soddisfazione di essere insieme, di non essere soli e di non far sentire troppo soli gli altri come noi, che è ancora più importante.
Può esserci tutto questo in un cinecomic targato Marvel? Ma certo che sì e molto probabilmente i capoccia Marvel neanche lo sanno che c’è tutto questo, perché fanno parte della schiera di chi ha vinto sul serio. Ma che gioia infinita prenderli per il culo.
Grazie di esistere, signor Gunn, ti voglio bene.
Musica!

21 commenti

  1. Presto lo vedrò anch’io 🙂

  2. Anche io l’ho preferito al primo che nonostante lo abbia rivalutato ad una seconda visione continuo a reputarlo sopravvalutato. Sulla questione dell’opera intesa come arte non sono totalmente d’accordo, nel senso che dal mio punto di vista, ovvero di un lettore di fumetti, l’arte non la cerco in cinecomic perché si, sono prodotti in serie, piuttosto la cerco in altri film e nei fumetti che li hanno ispirati (e non sempre la si trova). Lo stesso vale per i romanzi e i film tratti da essi, potranno anche essere belli ma non saranno mai la stessa cosa, ovviamente non dico che uno escluda necessatiamente l’altro, ben venga quando succede ma non lo trovo un elemento fondamentale, non in questo contesto almeno. Tornando al film in questione dicevo di preferirlo al primo, per tutte le ragioni di cui parli, ma non rientra lo stesso tra i miei preferiti MCU. Nella mia recensione non mi faccio scrupolo a definire Gunn un paraculo, e continuo a pensarlo, per l’uso smodato di situazioni e clichè, niente che ha poi a che vedere con l’indubbia originalità visiva che lo contraddistinue e che infondo funzionano per cui va bene così.

    1. No, secondo me il cinema è un ambito artistico autonomo. Non amo attribuire superiorità al fumetto o al libro rispetto al cinema. Altrimenti si perde del tutto il senso della stessa esistenza del cinema.
      Molto spesso il libro/fumetto era meglio non perché lo fosse davvero, ma perché ce lo siamo immaginato in un modo diverso da come lo ha immaginato il regista.
      Se mi togli questa autonomia rispetto alla fonte, e insieme la capacità di essere opera d’arte a sé stante, mi hai tolto il cinema.

      1. Punti di vista, io continuerò a non cercarla a tutti i costi nei cinecomic per il semplice fatto che sia Marvel Studios o Warner/DC stanno realizzando prodotti principalmente per farsi pubblicità, per coltivarsi un pubblico e far conoscere i loro personaggi, poi che la seconda si nasconda dietro alla presunta arte di Snider è un altro discorso. Ma per me non vale come regola assoluta sia chiaro, Logan in tal senso è riuscito, altro ci han provato ma alla fine son risultati vuoti (Snider sempre lui).

        1. Ma perché i film possono essere riusciti o non riusciti e questo a prescindere dalla fonte a cui si ispirano.
          Se non ci fosse un’autonomia del media, allora ogni film tratto da una grande storia dovrebbe essere a sua volta grande e invece non è sempre così.
          Ovvio che la Marvel stia usando il cinema per farsi pubblicità: tutti gli studios lo fanno.
          Ma questo non ha niente a che spartire con il non voler dare al cinema la sua dignità.

          1. Ma infatti non sto dicendo che non si possa fare, e non sto nemmeno parlando di autonomia, non prendere in senso troppo stretto il mio prodotto derivato di prima, perché quando parlo di arte e fumetti non mi riferisco necessariamente alle storie a cui si ispirano i film, che già spesso nascono come prodotti puramente commerciali. Dico solo che dal momento in cui loro non pretendono non lo pretendo nemmeno io, prendo questi film per quello che sono e per quello che ci raccontano. È un discorso complesso che meriterebbe più spazio e tempo.

          2. ma se loro sono i primi a non pretenderlo è ok, e infatti io la differenza tra prodotti in serie e opere (non per forza d’arte, eh) la faccio proprio basandomi su questa discriminante.

  3. giudappeso · · Rispondi

    Quoto tutto. ❤

  4. Concordo con te su due cose. Gunn ha realizzato un gran bel film all’interno dell’insieme mediocre del Marvel Cinematics Universe e che questo sia migliore del primo episodio.
    L’altro aspetto che condivido con te è il fatto che il cinema è il cinema e come tale è arte autonoma anche quando è un prodotto derivato da altro fumetto/libro etc etc. Poi possiamo stare a discutere dal singolo episodio ma in generale non ritengo l’opera iniziale a priori superiore ma mi piace valutare caso per caso.
    Blade Runner per me è un esempio lapalissiano di quello che intendo. Il film di Scott mi è piaciuto molto più del libro perchè riesce a dare lo stesso messaggio ma dal mio punto di vista lo fa meglio.

    1. Un altro esempio, sempre tratto d Dick, è la serie tv di The Man in the High Castle: secondo me hanno fatto un lavoro migliore. E credo che lo stesso Dick avrebbe apprezzato molto questo adattamento.
      Sono linguaggi diversi, una cosa che funziona su una tavola non per forza di cose funziona sullo schermo. Forse fumetto e cinema sono più affini di cinema e narrativa, perché sono entrambe arti visive, ma il cinema ha un suo linguaggio specifico che non è e non potrà mai essere quello del fumetto. E infatti molti film che hanno cercato di imitarne il linguaggio non ci sono riusciti mai pienamente.
      Poi sì, si può discutere ore sulla fedeltà al testo, sul rispetto del testo, su cosa un adattamento deve a un testo e SE gli deve qualcosa, ma credo che l’autonomia sia fuori discussione.
      Su Gunn, cosa aggiungere…
      Ha fatto un gran film e io gli voglio bene 😀

      1. La serie non l’ho ancora vista mentre il libro (io ho ancora un edizione intitolata la svastica sul sole) mi è piaciuto parecchio.

        1. Il libro è bellissimo, ma la serie cambia una cosa in particolare che, a mio parere, migliora un po’ il tutto. Quando la vedrai mi dirai!

          1. Non mancherò! 😀

      2. Giuseppe · · Rispondi

        Ma infatti cinema e fumetto li ho sempre considerati alla stregua di parenti/alleati, visto che le somiglianze -a partire dal fatto che sono entrambi arti visive, appunto- superano le differenze: sono due mondi autonomi che possono intersecarsi e “ibridarsi” con risultati variabili, stabilire gerarchie assolute ha poco senso… per dire, io ho amato tantissimo personaggi come Flash Gordon, Jeff Hawke e Lone Sloane che so benissimo essere quasi del tutto infilmabili così come sono (infatti il Gordon di Mike Hodges, alla fine, appartiene più alla sua visione che non a quella di Alex Raymond) ed anche esperimenti “linguistico/imitativi” alla Sin City, per intenderci, in questi casi finirebbero per portare più danni che altro.
        Quanto a James Gunn (inseritosi con i suoi -perché, a tutti gli effetti, sono più suoi – Guardiani nel MCU senza farsene fagocitare) che dire di più se non… “Anch’io sono Groot” 😉

  5. cara Lucia,
    della grandezza in ogni campo del film e della gratitudine verso James Gunn, chi è e cosa ha fatto e farà ne abbiamo già discusso ampiamente ed in maniera soddisfacente e (spero) costruttiva.
    Oltre a JG mi preme tanto ringraziare anche te per un motivo che andrò a spiegarti: sono sempre stato restio ad avvicinarmi ai blog di critica, perché purtroppo ho spesso avuto a che fare con tipi che “studi al DAMS, che perdita di tempo!/che facoltà di m@*%a!” e poi sindacavano sui blog dall’alto dei trafiletti letti su ciak, mentre io e miei colleghi perdevamo la lista sui manuali e guardavamo roba dagli anni ’20 in poi (e questi campavano solo con Tarantino, Kubrick, Nolan e qualcosa di Lynch).
    Ho fatto il grave errore (spinto dall’irruenza dei miei 20 anni) di fare di tutta l’erba un fascio e mi sono sempre tenuto lontano da questa parte del web.
    Il tuo blog l’ho scoperto per caso, in un bus verso Roma: era un articolo bellissimo e appassionato su Shaun of the Dead, una lettera d’amore quasi. Che ho apprezzato tantissimo da innamorato folle di Wright e dei suoi film.
    E allora ho continuato a leggerti, a seguire il blog, a guardare i film che suggerivi (the Final Girls l’ho adorato) e a recuperare anche i post precedenti.
    Anche quando siamo in disaccordo (siamo umani e capita) riesci a dare argomentazioni validissime, supportate dalla gran cultura che hai, e a dare un punto di vista solido, valido e razionale, che apprezzo sempre anche quando non condivido.
    Quindi un grazie sentito da questo nuovo membro della grande famiglia di disadattati e sognatori che è quella degli amanti del cinema.
    (ps: scusa la lunghezza ma dovevo dirtelo)

    1. Io non so come ringraziarti per questo commento. I manuali li ho letti e ho cercato di studiare il cinema perché lo amo tantissimo. Poi ho avuto la fortuna immensa di lavorarci e di guadagnarmi da vivere proprio col cinema e cerco di portare quel minimo di bagaglio tecnico che mi dà il mio mestiere qui sul blog. Sono contenta che venga apprezzato da una persona che studia e che del cinema conosce la storia. Per me è molto importante.
      Quindi benvenuto nella famiglia e grazie, di cuore.

  6. Ho adorato questo editoriale, hai centrato tutti i motivi per cui questo film avrà successo.
    I miei 5 cent arrivano stasera online

  7. Alberto · · Rispondi

    E vabè, non ci volevo andare, ci vado.

    1. Sì, guarda, non volevo andarci neanche io. Avevo detto basta ai cinecomis, ma a Gunn non si può dire di no.

  8. […] per segnalare la splendida recensione (ma recensione è davvero riduttiva in questo caso) di Lucia, quella del buon Maximo (anche qui è riduttivo parlare di recensione) e quella decisamente sopra […]

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