Risonanze

Qui si va sul personale, quindi state tranquilli: potete saltare il post a piè pari e ci risentiamo lunedì. Il post che state per leggere non è e non vuole essere una recensione della serie tv The Handmaid’s Tale né del romanzo di Margaret Atwood da cui è tratta, perché la prima non è ancora conclusa e non possiedo gli strumenti adeguati per parlare del secondo. Nonostante questo, vi devo comunque avvisare che potrebbe scapparmi qualche SPOILER su entrambe le opere. Se non è una recensione, allora cos’è?
Non lo so neanche io, ma avevo bisogno di scriverlo. La violenza con cui mi hanno colpito i primi quattro episodi della serie creata da quel geniaccio del piccolo schermo che risponde al nome di Bruce Miller non ha molti termini di paragone. Credevo di essere preparata perché conosco molto bene il libro e conosco molto bene la narrativa della Atwood in generale. Ma mi sbagliavo: la trasposizione televisiva de Il Racconto dell’Ancella è un incubo anche peggiore del romanzo stesso. Niente vi può preparare a quello che vedrete e, se deciderete di sottoporti ugualmente al supplizio, sappiate che alcune immagini non vi si toglieranno più dalla testa.

Ho letto per la prima volta il libro quando non avevo neanche compiuto 14 anni. Di quella prima esperienza ho un ricordo intenso ma piuttosto confuso: tanta rabbia, scarsa comprensione, un senso di malessere quasi fisico a fine lettura e poco altro. Ero troppo piccola, ma ne sono stata comunque segnata, sebbene all’epoca sapessi quasi nulla di me stessa e proprio nulla di letteratura. In seguito, ovviamente, l’ho riletto più volte, l’ultima poco prima che la serie venisse trasmessa, perché mai sia che io mi trovi impreparata di fronte a un simile evento. Sì, un evento, non uso (quasi) mai parole a caso e il risorgere di un interesse, critico e commerciale, nei confronti de Il Racconto dell’Ancella è un evento culturalmente rilevante.

Non sono l’unica a pensarlo e, se vi fate un giretto tra riviste online (questo articolo è splendido, per esempio), siti specializzati in narrativa di genere e anche normalissimi quotidiani, vedrete che di questa serie si sta parlando moltissimo e se ne sta parlando ovunque, persino qui, alla periferia di tutto. Ovvio che la lettura più banale sia quella che vede nella distopia televisiva uno specchio di ciò che potrebbe diventare l’America di Trump. Ma questa è anche un’interpretazione che chiunque sarebbe in grado di dare e che non è neppure completamente esatta.
Il romanzo è del 1985 e parla di un futuro prossimo in cui gli Stati Uniti hanno cessato di esistere. Al loro posto, c’è la repubblica teocratica di Gilead, dove le donne possono essere Mogli, Marte o Ancelle. In seguito a un calo delle nascite vertiginoso, le donne fertili sono diventate una rarità e le Ancelle sono schiave sessuali con il compito di farsi ingravidare dagli uomini d’alto rango e partorire figli che saranno le Mogli a crescere. Se non si è fertili e non si appartiene a un ceto sociale altolocato, si può assumere il ruolo di serve nelle case dei ricchi (le Marte) oppure si viene etichettate come non-donne e si finisce ammazzate o a lavorare nelle colonie, ovvero a raccogliere rifiuti tossici finché non si muore. Questo, per sommi capi, è l’universo distopico messo in piedi dalla Atwood e riportato in maniera abbastanza fedele, con qualche piccolo aggiustamento, nella serie tv.

Dicevamo che il libro è del 1985: all’epoca la Atwood si era ispirata non solo alla destra evangelica americana, ma anche al regime iraniano. Ha sempre dichiarato di non aver messo su pagina niente che non fosse vero, o accaduto in precedenza in qualche parte del mondo.  Pur appartenendo genericamente alla narrativa fantastica, The Handmaid’s Tale non è costato alla Atwood questo gran sforzo di immaginazione, insomma, e fa paura oggi come la faceva 32 anni fa perché è una distopia reale, perché tutto quello che di aberrante ci si trova dentro è accaduto o sta accadendo proprio in questo momento. Anzi, nella serie tv si sono persino dovute aggiungere cose a cui la Atwood, ai tempi, non aveva pensato, come le mutilazioni genitali, tanto per fare un esempio. Non è una profezia, Il Racconto dell’Ancella, è un monito come lo sono tutte le distopie che val la pena di leggere o vedere.
La storia di Offred (Elisabeth Moss) e delle altre Ancelle, Mogli e Marte non smetterà mai di spaventare, perché ci saranno sempre donne rese schiave sessuali, mutilate, torturate e uccise in quanto donne. E quindi non si può parlare di una serie tv uscita per dare di gomito ai liberal durante la presidenza Trump: The Handmaid’s Tale è un racconto universale e valido in ogni epoca.

Ora, io sono una donna (“Grazie di avercelo detto, Lucia, da soli non ci saremmo mai arrivati”) e sono lesbica. Non l’ho mai nascosto e non lo dico per chissà quale motivo: è un fatto che mi serve a spiegarvi quanto romanzo e serie mi tocchino sul piano personale. Sono anche molto fortunata, perché sono nata in un posto dove la mia esistenza è tollerata. Quindi, “Lucky me!”, come dice il personaggio interpretato da Alexis Bledel, ragazza omosessuale che non è finita appesa a un cappio perché la sua fertilità è troppo preziosa per sprecarla così.
Sì, io e voi che mi leggete abbiamo tutte una fortuna sfacciata.
Non ho mai avuto il coraggio neanche di tenere per mano la mia ragazza in pubblico, però sono fortunata.
Ci sono persone che danno la colpa a me dei terremoti e vorrebbero rieducarmi, però sono fortunata.
Vivo in un posto dove può capitare che abusino di te in diretta tv e, se fai tanto di protestare, ti arriva anche la reprimenda collettiva perché non sei stata allo scherzo, perché che sarà mai una palpata di culo, e fattela una risata che sotto sotto ti è pure piaciuto, però sono fortunata.
Un posto dove, neanche un anno fa, è partita una campagna sulle gioie della maternità che avrebbe riempito di gioia i teocrati di Gilead, però sono fortunata.
Devo stare attenta a come mi vesto, a tenere basso lo sguardo, a non mettermi una maglietta troppo succinta quando vado in bicicletta perché poi si vedono le tette e allora me la sono andata a cercare, però sono fortunata.
Sei fortunata, poteva andarti peggio, già è tanto che ti facciamo uscire di casa, sei fortunata e quindi devi stare al tuo posto e soprattutto stare zitta, troia.

E lo sapete? Il bello è che lo sono davvero, fortunata, e davvero avrei potuto finire malissimo in un altro contesto, non per forza in un altro paese o emisfero. Basta qualche centinaio di chilometri, basta anche trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato. Ma la coscienza della mia fortuna sfacciata non deve mai farmi dimenticare la lezione fondamentale de Il Racconto dell’Ancella: “Ordinary is just what you’re used to“.
La normalità è un concetto fragile e suscettibile di smottamenti impercettibili. Nell’incubo distopico della Atwood tutto comincia in sordina e, quando le cose si fanno gravi davvero, è troppo tardi per rendersi conto che la normalità è diventata altro rispetto a quello che credevamo. Le poche bambine che ancora nascono, nella repubblica di Gilead percepiranno l’ordinario in maniera diversa da chi le ha precedute e, per loro, normale sarà essere una schiava sessuale.
Come per noi è normale considerarci fortunate.
Se si è immersi in una vasca in cui la temperatura dell’acqua viene aumentata gradualmente, si finisce per morire bolliti e non ci si fa neanche caso.
Per questo bisogna sempre restare vigili sul concetto di normalità che ci viene imposto, per questo è sempre necessario ricordare.
È accaduto, altrove accade, quindi potrebbe accadere di nuovo.
La distopia è un nobile esercizio di paranoia.
Non credete alla vostra fortuna.

23 commenti

  1. La serie è lì che mi aspetta. Pezzo bellissimo.

    1. Grazie!
      La serie è una meraviglia, anche se è davvero dura da sostenere. Buona visione!

  2. Fabrizio · · Rispondi

    Una serie che mi ispira molto e che ho intenzione di iniziare a vedere al più presto. Ora che ho letto il tuo pezzo la voglia poi è salita un altro po’. 🙂
    Colgo l’occasione per rinnovarti la mia stima, come scrittrice, cinefila e blogger.
    Ma soprattutto voglio rinnovare la mia stima per te, anche se in fondo non ci conosciamo, come persona. Anzi come DONNA.

    Buona giornata!

    1. E io ti ringrazio e ricambio la stima. Buona giornata a te!

  3. Ricordo la prima versione per il grande schermo, quello di Schõndorf del ’90 ma direi che è appurato che i serial ormai hanno una superiore libertà espressiva, per il resto che dire? Sono cresciuto in una famiglia progressista senza essere radical chic e anche questa è una fortuna. Una famiglia fondamentalmente matriarcale con nonna e Mamma femministe senza urli ma tanti fatti (altra fortuna) e tutto questo oggi sa forse più di scomodo ora che quarant’anni fa e questo la dice lunga

    1. Sono cresciuta anche io in una famiglia progressista e matriarcale come la tua. Mia madre mi ha insegnato a essere femminista e credo di doverle quasi tutto.
      Non so se sia scomodo, però ne vado abbastanza orgogliosa 🙂

  4. Ottima recensione e tanta stima per aver scritto cose molto personali di te in questo pezzo.
    Ti ammiravo per come scrivi di cinema, ti ammiro ancora di più come persona anche ❤ (non che non lo facessi anche prima eh)

    1. Grazie! ❤
      Ogni tanto qualcosa di sé va anche raccontato, soprattutto in certe circostanze

      1. Giuseppe · · Rispondi

        Vero. Vero e coraggioso (di quel coraggio che, del resto, non ti ha mai fatto difetto: la ricordo la tua foto con la murena, eh…). E quest’angolo di Briarcliff di oggi è un’ulteriore riprova di quanto avessi ragione nel ritenermi fortunato -ecco, sì, a questa fortuna posso crederci- ad essere capitato sul tuo blog… con sempiterna stima, SIGNORA mia. Il maiuscolo, sia chiaro, è voluto e meritato ❤

        1. Ma poi tu. Giuseppe, ci sei da sempre. A volte credo che tu mi conosca più di tante persone con cui ho una reale interazione 🙂 ❤

  5. non ho molto da dire (non ho visto la serie né letto il libro) se non GRAZIE per avermi permesso di conoscerti un po’ di più e di avermi dato l’opportunità di apprezzarti cento volte più di prima ❤

    1. Sono commossa, davvero.
      Non pensavo che questo post avrebbe suscitato delle reazioni così sentite.
      È molto bello sapere di non essere sola 🙂

  6. però non so se riuscirò a guardarlo, mi devo ancora riassesare dopo gli scossoni di 13 Reasons Why. Magari più avanti.

    1. Ti assicuro che 13 reasons why non è NIENTE in confronto a questo.
      Io lo prendo a piccole dosi, perché sinceramente non ce la faccio.

  7. Simone Paleari · · Rispondi

    Ottimo come al solito Lucia. Sorvolo sulla parte più bella dell’articolo che è il vissuto personale, per una domanda “leggera”. Perdonami. Sono sicuro al 100% di aver visto in TV quando ero un ragazzino (potrebbe essere 25 anni fa) una storia assolutamente uguale a quella raccontata. Ne sai qualcosa? Non so dare altri indizi, molto probabilmente era un film, ma lo scenario era esattamente quello descritto.

    1. Grazie!
      Sì, esiste un film del 1990 tratto dal romanzo, che però io (pare incredibile) non ho mai visto!

      1. Simone Paleari · · Rispondi

        Hai ragione… pare incredibile!😉

  8. Blissard · · Rispondi

    Leggendo questo tuo (bellissimo) post mi sono tornate in mente le parole tema conduttore di L’Odio di Kassovitz: “Questa è la storia di un uomo che cade da un palazzo di 50 piani. Cadendo, il tizio si ripete:”Fino a qui tutto bene. Fino a qui tutto bene”.”

    1. Grazie! Esattamente così. Nessuna battuta potrebbe esemplificare meglio la situazione…

  9. Alberto · · Rispondi

    Prendila per mano, quella ragazza (non è un consiglio, è un auspicio).

    1. Piano piano… Perché se la distopia ci insegna che le cose possono sempre peggiorare, è anche vero che possono migliorare 😉

  10. marcellino248 · · Rispondi

    Non se guarderò mai la serie o leggerò il libro (magari aspetto che tu ci dica quale dei due è la versione migliore di questa storia) ma ti faccio comunque i complimenti per questo splendido articolo.

    1. Grazie!
      In realtà non saprei: io sono molto legata al romanzo, ma il modo in cui la serie lo ha aggiornato e rivisitato è magistrale, quindi ti direi di fare entrambe le cose 😀

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