Raccontare il Cinema: Feud

C’è una cosa in cui la figlia bastarda e un po’ miserabile del cinema ha superato a destra il suo nobile padre, ed è l’aver dato spazio ad attrici un po’ avanti negli anni che, su grande schermo, oramai avrebbero scarse possibilità di ottenere ruoli all’altezza del proprio passato. È triste, se ci pensate, che una come Jessica Lange fosse quasi caduta nel dimenticatoio prima che Ryan Murphy facesse di lei la star incontrastata di American Horror Story. Susan Sarandon si è parzialmente salvata adattandosi a fare la comprimaria di lusso, ma i suoi ultimi ruoli da protagonista risalgono agli anni ’90 e comunque lei ha sempre avuto una statura “intellettuale” superiore alla Lange, considerata spesso più bella che brava. Nessun produttore, in ogni caso, si sarebbe mai sognato di scritturarle per un film dove fossero loro l’attrazione principale.
Proprio come accadde, all’inizio degli anni ’60 a due dive dalla statura incommensurabile: Bette Davis e Joan Crawford.
Oggi, la tv non è degradante come all’epoca e partecipare a una serie di prestigio forse ha un valore maggiore che partecipare a un blockbuster. Ma, negli anni ’60, se finivi nel circo del tubo catodico voleva dire solo una cosa: la tua carriera era arrivata al capolinea.
Per una donna, invecchiare non è mai facile. Per un’attrice è una sentenza di morte.
Feud, storia dell’annosa e acerrima rivalità tra Davis e Crawford, parla proprio di questo.

Ryan Murphy però non è alla canna del gas come era Robert Aldrich nel 1962, quando mettere insieme Davis e Crawford, prendendosi degli enormi rischi produttivi, di gestione ed economici, era davvero l’ultima spiaggia. Ryan Murphy, a partire da American Horror Story, ha sempre fatto delle scelte precise e ha sempre messo donne non più giovanissime al centro della scena. In un certo senso, Feud è il coronamento di un processo cominciato ben sei anni fa e ne è anche il culmine artistico. Sarà difficile che voi vediate, sul piccolo schermo, qualcosa di meglio nel corso del 2017.
Ci sarebbero tante cose da dire su Feud: si potrebbe parlare della ricostruzione storica maniacale, della fedele riproposizione di spezzoni di celebri film, portati a nuova vita con una cura che ha del miracoloso; si potrebbe passare una giornata a elogiare le due protagoniste, ma anche solo a parlare della voce di Susan Sarandon, che è una replica esatta, e da brividi, di quella di Bette Davis; oppure potrei star qui a raccontarvi quanto diavolo è scritta bene, questa serie. Ma, dato che questa rubrica ha il pretestuoso titolo di “raccontare il cinema”, concentriamoci su cosa Feud racconta del cinema e come lo racconta.

Partiamo con l’ambientazione, che non è affatto casuale: il periodo in cui Che Fine Ha Fatto Baby Jane è stato girato e gli anni immediatamente successivi al suo successo inaspettato e travolgente. Sono anni molto particolari per Hollywood, perché segnano l’inizio della fine del sistema degli studios e la nascita del cinema indipendente. Ecco, Baby Jane, nonostante avesse la Warner alle spalle, può essere considerato a tutti gli effetti un film indipendente. Aldrich ci mise anche dei soldi di tasca propria, perché Jack Warner non aveva alcuna intenzione di rischiare su un prodotto con due donne di una certa età come protagoniste. La mentalità produttiva era quella che viene mostrata in una breve sequenza del primo episodio di Feud, con Aldrich che se ne va in giro per gli studios a chiedere soldi per il suo film. Le attrici venivano in scelte in base a quanto e per quanto tempo un regista/produttore/sceneggiatore se le sarebbe portate a letto.
Baby Jane è il film che segna l’inizio di un cambiamento destinato a portare dritti dritti alla New Hollywood e Aldrich può essere considerato, proprio a partire dal suo lavoro su un horror di serie B, un antesignano di un metodo nuovo e molto più libero di fare cinema. Aldrich, che tutti all’epoca consideravano un regista meno che mediocre, un mestierante di basso profilo, viene oggi considerato come uno dei primi, grandi distruttori dei generi classici hollywoodiani. E Baby Jane è l’inizio del cammino. Uno spartiacque di importanza capitale per il cinema di genere americano.

Eppure, per le nostre due attrici ultracinquantenni non è stato così. Nonostante le due grandi interpretazioni, nonostante gli incassi vertiginosi, nonostante la critica avesse elogiato entrambe, le offerte per altri film non sono arrivate, a meno che non si trattasse di altri hagsploitation, ovvero il genere coniato proprio da Baby Jane, quello sulle pazze anziane, di cui abbiamo già trattato illustri esempi da queste parti.
Bene, per attrici del calibro di Davis, Crawford e Olivia de Havilland (interpretata qui da una irriconoscibile Catherine Zeta-Jones), questi ruoli erano degradanti, per quando oggi tutti noi guardiamo i film del filone con ammirazione e amore. E in Feud questo aspetto viene sottolineato dalla de Havilland che butta nel cestino il copione di Lady in a Cage (salvo poi interpretarlo per mancanza d’altro), dalla Crawford obbligata a partecipare a un teatrino a base di teste tagliate e pubblico urlante per la presentazione di 5 Corpi Senza Testa di William Castle e dalla Davis che, pur di non prender parte a un ennesimo episodio di Perry Mason, si rassegna a tornare a lavorare con Aldrich e la sua rivale di sempre a Hush…Hush… sweet Charlotte. Sì, poi la Crawford sarebbe stata cacciata e sostituita proprio da Olivia de Havilland, ma questa è un’altra storia.

Cosa vuol dirci Feud sul cinema, raccontando la faida tra due donne considerate tra le più potenti (e stronze) di Hollywood? E cosa vuole dirci mostrandocele non all’apice ma al declino delle loro carriere?
Che il potere femminile, in quel della Mecca del cinema, è sempre stato illusorio e, nel migliore dei casi, effimero. Che è sempre stata una faccenda da uomini, dove anche le dive più importanti e più pagate (sui compensi delle donne sotto contratto andrebbe fatto un post a parte, per cui mi taccio) erano poco altro che burattini nelle mani di produttori e registi che ne determinavano il destino, i successi e i fallimenti a seconda dell’avvenenza e quindi della vendibilità. Se un personaggio come Bette Davis è perfettamente consapevole dei meccanismi in cui ha vissuto e lavorato per anni, in quanto sempre considerata non bellissima, il crollo emotivo della Crawford e il suo conseguente accanimento feroce contro le altre donne, di cui la Davis diventa il simbolo, è fragoroso.
“Le faide nascono dal dolore” dice Olivia de Havilland, intervistata nel primo episodio della serie. E di dolore in Feud ce n’è a pacchi. Dolore, decadimento, putrefazione e morte.

Un’impietosa epopea tutta al femminile dove nessun colpo basso viene risparmiato, dove quel millantato concetto della solidarietà tra donne viene spazzato via senza alcun riguardo. Una guerra continua a conquistare anche un corpuscolo di luce della ribalta, ecco cos’era.
In un episodio di Feud la giovane assistente di Aldrich, Pauline (Alison Wright), si rivolge a Joan Crawford per farle leggere una sua sceneggiatura. Pauline ha intenzione di dirigere anche il film. La reazione della Crawford è esemplare del clima di quegli anni: le donne non possono essere registe, manca loro la forza e l’energia per comandare su un set e, se è vero che all’epoca del muto c’erano tantissime donne dietro la macchina da presa, quando il cinema ha iniziato a essere una faccenda davvero costosa e quindi con l’avvento del sonoro, le donne sono state immediatamente relegate a ruoli più adatti a loro, le segretarie di edizione, per esempio.
Non è un uomo a pronunciare queste parole, è una donna, è Joan Crawford.
Ora, è verissimo che il personaggio di Pauline è completamente inventato e che la conversazione con Joan Crawford non è mai avvenuta. Tuttavia è un sistema di pensiero molto plausibile e serve anche a segnare uno scarto generazionale: Pauline è giovane e rappresenta l’ondata successiva di lavoratrici dello spettacolo, quelle che sarebbero poi state influenzate dal femminismo.

Da qualunque punto di vista la si guardi, Feud è una serie sulla fine: la fine di due carriere eccezionali, la fine del sogno della Hollywood incantata, ma sotto il tallone di ferro dei grandi studios, la fine di un’epoca e di un’idea ben precisa di cinema. E ci mostra questa fine attraverso gli occhi di due divinità dello schermo, prese nel momento in cui erano più fragili, meno divine, più umane e più donne che mai.
Anche oggi è difficile, per un’attrice, invecchiare. Anche oggi a dirigere i film sono soprattutto uomini. Anche oggi, una donna non più giovane deve rivolgersi al piccolo schermo per brillare, perché il grande schermo è occupato militarmente da ragazzini (o da affascinanti uomini maturi che tubano con donne di vent’anni più giovani). Insomma, non è cambiato niente? Feud potrebbe essere scritto e ambientato oggi?
Qualcosa è sicuramente cambiato: negli anni ’60 si facevano film migliori.

10 commenti

  1. Ho attaccato la prima puntata ma era una serata distratta e ho chiuso, per vedermela quando me la posso godere completamente.
    Gran bel post, giustamente (purtroppo) malinconico, che vale per la nostra cultura in generale oltre che sul “solo” cinema.

    1. Sì, il discorso è applicabile a ogni ambito della nostra cultura: pensa alla moglie di Macron e a quello che sono stati capaci di dire su di lei perché ha 26 anni più del marito.
      Cosa che, a parti invertite, non viene neanche presa in considerazione.

      1. uno che resta innamorato della prof (e se facevano sesso anche ai tempi, beati loro) per tutto questo tempo e riesce a sposarla è da ammirare

  2. Julianne Moore e Meryl streep non sono più giovani e lavorano ancora, ovviamente in ruoli adatti alla loro età come accade agli attori uomini. (attori e attrici devono essere credibili anche fisicamente per i personaggi che fanno, un attore ultra-quarantenne può anche fare James Bond ma deve comunque avere una forma fisica ottimale, non può essere nè grasso nè decrepito e giustamente)
    Per motivi storici e sociali le donne dietro la macchina da presa sono ancora poche e poco famose (tranne Kathryn Bigelow) ma aumenteranno. Qualcosa sta cambiando, è già cambiato e cambierà, sono ottimista

    1. comunque la solidarietà femminile esiste, è un mito pensare che le donne siano più rivali fra loro di quanto non lo siano gli uomini

  3. Ne sento parlare benissimo da tutti, via si deve vedere

  4. Giuseppe · · Rispondi

    Un post amaro e molto sentito il tuo, tanto da portarmi a pensare che forse sarebbe davvero necessario oggi mettere in cantiere una versione contemporanea di Feud, per fare il punto della situazione…

    1. Bisognerebbe cercare una faida contemporanea all’altezza di questa 😉

      1. Giuseppe · · Rispondi

        Cosa non facilissima, in effetti 😉

  5. giudappeso · · Rispondi

    La penso esattamente come te. 😀
    Miglior serie televisiva del 2017 senza neppure un calo dalla prima all’ultima puntata. Un gioiello. L’aspettavo con ansia e mi ha reso immensamente felice vederle superare persino le mie più rosee aspettative, soprattutto grazie all’approfondimento sui personaggi e sul sistema hollywoodiano di cui hai parlato nell’articolo. Tutto perfetto, non potevo chiedere nulla di più. ❤

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