Geronimo

 Regia – Walter Hill (1993)

Cos’è il development hell? Da noi, questa espressione può essere resa con qualcosa tipo “limbo produttivo”, e indica quelle sceneggiature che rimangono anni e anni negli archivi degli studios ad aspettare di essere messe in scena. Magari vengono acquistate, si parte addirittura con la preparazione, solo che poi qualcosa di blocca e quello script che, fino a poco tempo prima, sembrava un successo sicuro, finisce all’inferno.
Era il destino toccato al copione di John Milius su Geronimo, fermo ai blocchi di partenza dal 1989. A salvarlo è arrivato Kevin Costner, seguito da Michael Mann e da Clint Eastwood, autori di quell’ondata di western “crepuscolari” della prima metà degli anni ’90 che convinsero i produttori a tornare a investire su un genere dato per morto. Invece pare che il western fosse ancora vivo e vegeto, capace di incassare e fare incetta di premi. Il famoso revival post Balla coi Lupi, insomma, durato meno del previsto ma affollatissimo di film. A pensarci ora sembra incredibile, perché il western è di nuovo spacciato e, a parte sporadiche incursioni nel genere da parte di autori indipendenti e coraggiosi (che di solito si dilettano a contaminarlo con l’horror, come abbiamo avuto modo di vedere recentemente), nessun grande studio ci investirebbe un centesimo sopra. Lasciate perdere Tarantino: lui fa quello che vuole e quando vuole, ma i due western che ha diretto non hanno portato a nessun revival. Sì, ci hanno provato, tra western d’animazione, western fantascientifici e cinecomics western, ma quasi tutti questi tentativi si sono rivelati flop commerciali e nella maggior parte dei casi, escludendo solo Rango, anche artistici.

Non è solo il western in quanto tale a trarre nuova linfa da Balla coi Lupi: il film di Costner rappresentava una forma inedita di western o almeno dimenticata dagli anni ’70, quando pellicole come Soldato Blu avevano cominciato a guardare a un pezzo di storia americana con atteggiamento revisionista.
Geronimo è uno dei pochissimi western ad aver ricevuto le lodi dei nativi americani e non perché sia particolarmente accurato da un punto di vista storico; la sceneggiatura di Milius si prendeva parecchie licenze poetiche sul modo in cui si erano svolti i fatti e lo stesso Hill ha dichiarato che l’assoluta veridicità storica non era il suo obiettivo, altrimenti avrebbe girato un documentario: “History is fascinating, but history is not a good dramatist”. L’idea di Hill era quella di mettere in scena la fine di un’epoca e l’agonia di un popolo.
Non è una biografia su Geronimo e questo deve essere subito messo in chiaro. Molti flashback presenti nello script sulla giovinezza del guerriero Apache furono tagliati da Hill, con grande disappunto dello stesso Milius, particolarmente restio a lasciare che il suo copione subisse delle modifiche. Ma sappiamo tutti com’è Walter Hill: se si può dire una cosa in due pagine di sceneggiatura lui ne usa mezza. Una volta individuato il cuore del film, non l’uomo Geronimo, ma il mito suo mito morente, inserire ricordi di gioventù diventa improvvisamente inutile.

Per questo Geronimo può apparire un film molto scarno e avaro di informazioni. Un western atipico persino nel panorama di quegli anni. Un western che rinnega la sua stessa natura. Per essere tratto da un soggetto di Milius, manca persino di epica.
C’è poca azione, se si escludono un paio di sparatorie e la ribellione che scatena la fuga di Geronimo e la successiva caccia all’uomo; ci sono tanti dialoghi e tanta diplomazia, ma i silenzi e i campi lunghissimi su spazi aperti e sconfinati in cui l’occhio si perde, la fanno da padroni; il ritmo è meditativo, l’atmosfera sepolcrale.
Il vitalismo de I Cavalieri dalle Lunghe Ombre è dimenticato e sostituito da un dolore che pervade ogni singola inquadratura. Credo che Geronimo sia il film di Walter Hill in cui si avverte di più la profonda sofferenza dei personaggi, perché condivisa dall’autore. Persino nel melò di Johnny il Bello, Hill restava distaccato e lontano dal suo protagonista. Qui, in un film dove protagonisti veri e propri non ce ne sono, Hill partecipa al dolore di una terra martoriata, si fa carico delle contraddizioni, anche quelle laceranti, dei militari della cavalleria statunitense e, forse per la prima volta nel corso di tutta la sua carriera, scava nell’emotività. Credo che questa vicinanza alla materia trattata abbia influito molto sul giudizio più che positivo dato dai nativi americani al film.

Di Milius sono tipici alcuni personaggi:  la guida Sieber interpretata Robert Duvall e lo stesso Geronimo (il grandissimo Wes Studi) che continua a combattere la sua battaglia sempre più solo e sempre più consapevole di non poter uscirne vittorioso. Milius e Hill si erano già incrociati ai tempi di Ricercati: Ufficialmente Morti, ma non era stata una vera e propria collaborazione, la loro. Di quel film, Milius aveva solo firmato il soggetto, poi modificato pesantemente in corso d’opera. In questo caso, la sceneggiatura è di John Milius e dello sceneggiatore di Strade di Fuoco, Larry Gross.
Purtroppo, il rapporto tra i due non è stato idilliaco e non sono mancati i dissidi, dovuti ai tagli apportati di Hill al copione originale. E tuttavia, alla fine è uscita fuori un’opera degna di entrambi e, possiamo dirlo senza aver paura di essere smentiti, uno dei più grandi western (o sarebbe meglio non-western?) della storia del cinema americano, che sintetizza in un solo film le poetiche di entrambi gli autori.
Se Geronimo è un eroe che può solo essere uscito dalla penna di John Milius, tutte le contraddizioni (cui abbiamo già accennato) degli americani coinvolti in questa guerra di, parafrasando lo stesso Milius, “pochi contro molti”, appartengono a Hill e al suo approccio più problematico ed esistenziale al cinema di genere.
È marchiato a fuoco con il nome Milius il  personaggio del razzista Sieber che, per seguire il proprio personalissimo codice, muore salvando un Apache, ma il ruolo di Duvall è stato ingrandito da Hill dopo aver visto l’attore all’opera; ancora più forte è l’impronta di Milius nell’uso della voce fuori campo, rarissima nella carriera di Hill, ma Milius non fu mai d’accordo con la scelta (attribuibile a Gross e Hill) di farla recitare a Britton Davis, cui presta volto e voce un giovanissimo Matt Damon.

In un certo senso, l’irruenza selvaggia del cinema di Milius è arginata dall’attitudine riflessiva di un Walter Hill mai così antispettacolare, antieroico, antiretorico. Ancora una volta, Hill continua a sperimentare con il linguaggio, mirando all’essenza, eliminando tutto ciò che non è necessario, annientando quasi la presenza umana nello spazio. Il campo lungo o lunghissimo spesso non vede esseri umani al suo interno e persino gli avamposti americani sono, in qualche modo, posticci e provvisori. Esiste solo lo spazio estremo, quasi alieno, in cui si muovono 25 guerrieri che non si sono arresi. Curiosamente, per un regista notturno come Hill, il film è tutto girato in pieno giorno, il che rende ancora più violenta la sensazione apocalittica data dal paesaggio.
La morte o le uscite di scena dei vari personaggi sono trattate con totale mancanza di enfasi: Crook si dimette; di Sieber non conosciamo neppure con esattezza la sorte; il giovane tenente che, di fatto, riesce a porre fine alla guerra (interpretato da Jason Patric) esce semplicemente di campo e, tanto per cambiare, in un totale dove lui e il suo cavallo sono delle figure minuscole; Matt Damon lascia l’esercito disgustato e Geronimo si allontana per sempre dalla sua terra a bordo di un treno. Come un deportato.

Comprensibile che il film sia stato l’ennesimo fiasco commerciale di Hill, che ormai deve averci fatto l’abitudine. Geronimo è stato un film costoso, con un cast importante, in costume, tante scene di massa, quasi sempre in esterni e in mezzo al deserto, e non ha recuperato i costi. Certo, non tutti i film possono essere Balla coi Lupi, ma un’ecatombe simile non se l’aspettava nessuno, tranne lo stesso Hill, a cui non piacque particolarmente che la scelta della distribuzione di far uscire in sala Geronimo pochi giorno dopo la messa in onda dell’omonimo tv movie. Sembra quasi fatto apposta.
Ma per fortuna Hill è come Geronimo: ci vuole ben altro per sconfiggerlo.

6 commenti

  1. Io ricordo di come sembrava che lo aspettassi solo io questo film, e quando lo vidi (non sul grande schermo purtroppo) mi chiedevo come mai nessuno si fosse filato di striscio qualcosa di così immenso…

    1. Perché il pubblico è cretino, non credo ci siano altre spiegazioni al fiasco di un film del genere.

      1. Giuseppe · · Rispondi

        Probabilmente la maggior parte si aspettava una sorta di clone di Balla coi Lupi, cosa che ovviamente Geronimo non è. E non mi sembrava nemmeno così difficile da capire, anzi… ma si vede che lo avevo sopravvalutato, il pubblico 😦

        1. Il pubblico è fondamentalmente formato da pecore che vogliono vedere quello che vedono le altre pecore.
          E poi rivederlo con un altro titolo e così all’infinito.

  2. Federico Buldrini · · Rispondi

    Aggiungerei che “Geronimo”, rispetto a “Balla coi lupi”, non è politicamente corretto. Il film di Costner caratterizza i personaggi senza particolari sfumature: i Sioux sono tutti buoni, i Pownee e i bianchi, tranne il protagonista e la futura moglie, tutti cattivi.
    La scala di grigi mostrata da Hill è di gran lunga più opprimente e scomoda. A questo vanno poi aggiunti tutti i vari dialoghi calmi, ma ferocemente polemici, sparsi per tutto il film.

    1. Sono due tipi di film molto diversi: Balla coi Lupi è un grande western hollywoodiano, per quanto revisionista. Geronimo non ha nulla di hollywoodiano. Io non li metterei in paragone, se non per il fatto che il secondo non esisterebbe senza il primo, ma per ragioni puramente commerciali.

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