Valley of Ditches

 Regia – Christopher James Lang (2017)

Il piccolo film indipendente che non ti aspetti, sbucato praticamente dal nulla, girato con due lire, tre attori e qualche figurazione, dentro a una buca scavata nel deserto per oltre metà della sua durata. Eppure tutta questa povertà non si avverte (quasi) mai. Guardando Valley of Ditches, non si  ha  quell’impressione fastidiosa e un po’ squallida da filmetto amatoriale fatto con gli amici che invece affligge tanti prodotti anche a budget più alto di questo. Di alcuni ne abbiamo persino parlato recentemente. Qui, l’unico momento in cui la miseria prende un po’ il sopravvento, è durante una scena notturna, tuttavia brevissima e con una tensione così violenta che mettersi a disquisire di fotografia troppo scura è davvero voler andare a cercare un difetto a tutti i costi. Se poi uno ci tiene proprio a trovarlo, il difetto, può rivolgersi al reparto recitazione. Non la protagonista, per fortuna, dato che è sempre in campo e il film si regge sulla sua interpretazione: Amanda Todisco, anche co-autrice della sceneggiatura, è brava ed espressiva, nonché in grado di gestire situazioni fisicamente molto impegnative alla bisogna. Il problema sono i comprimari, soprattutto il cattivo della situazione, che tende ad abbaiare parecchio. Ma ci si passa sopra, perché, facendo un bilancio tra i pro e contro, i primi superano di gran lunga i secondi e, a un thriller di un’ora e diciassette minuti, non si può chiedere di più.

Il film ha una struttura niente affatto banale: parte, come si suol dire, in medias res, per poi procedere non proprio a ritroso, ma piuttosto a seconda dello stato emotivo del personaggio principale, Emilia, lungo la strada che ci ha portati in mezzo al deserto. Emilia è legata e imbavagliata all’interno di una macchina. Poco distante, qualcuno sta scavando una fossa. La ragazza riesce a liberarsi e scappa, ma viene subito catturata e scopriamo che quella fossa, accanto alla quale giace il corpo senza vita del suo ragazzo, è destinata a lei. Il suo aguzzino blatera vari deliri di stampo religioso, le rompe una gamba con lo sportello della macchina, la ammanetta al piede del cadavere, la getta nella buca e se ne va, lasciandola lì a morire.

Il film, intervallato da vari flashback che ci spiegano (ma fino a un certo punto) la successione degli eventi, è tutto qui: una giovane donna che le prova tutte per sopravvivere e, nel frattempo, lotta con un senso di colpa atavico e con i fantasmi di un passato ingombrante che, poco a poco, viene rivelato al pubblico. Personaggio più complesso e sfaccettato di quanto le premesse potrebbero far pensare, Emilia compie apparentemente il percorso di ogni final girl che si rispetti, ovvero quello che, a partire da una condizione di vittima, umiliata e ferita, ce la dovrebbe riconsegnare, dopo l’opportuno calvario, trasformata in indomita guerriera, quasi trasfigurata dalle angherie subite.
Il maggior punto di forza di The Valley of Ditches sta proprio nello sterzare dal sentiero prestabilito da decine e decine di survival prima di lui e nel fornirci un’altra chiave di lettura, pessimista e nerissima.
Da certe esperienze, se il caso o la nostra abilità ci permette di uscirne vivi, se ne esce comunque spezzati, vuole dirci il film, danneggiati senza rimedio, per sempre compromessi. Ed è il motivo per cui parecchi survival terminano nel momento in cui l’assassino, il bifolco, il mostro di turno vengono neutralizzati e la nostra eroina, coperta di sangue, è soccorsa dalla polizia o resta da sola, a contemplare la sua vittoria. The Valley of Ditches non si ferma, ma procede in un dopo spesso lasciato fuori campo e le conclusioni a cui arriva sono una pietra tombale su ogni speranza di rinascita o redenzione.

È davvero un gesto molto audace per un film minuscolo come questo, che magari non può o non vuole avere un’identità precisa, e resta a metà tra il thriller e il dramma psicologico, di quelli particolarmente introspettivi, ma dimostra di essere coraggioso persino da questo punto di vista.
Forse, temo in virtù della necessità di raggiungere un minutaggio canonico, tende a dilatare un po’ troppo i tempi, il che potrebbe risultare noioso per qualcuno. Questo se si vuol parlare in maniera obiettiva. Eppure, se ci tenete a conoscere la mia valutazione del tutto personale, io non ho avvertito né lentezza né noia, e la dilatazione dei tempi mi ha fatto entrare ancora di più in empatia con Emilia e la sua mente, a voler essere generosi, tormentata. Anche la mancanza di gore e di violenza esplicita, lamentata in alcune recensioni trovate in rete, mi è parsa frutto di una scelta ben precisa, quella di volersi concentrare su Emilia e soltanto su di lei, e non è un caso se l’unico momento in cui il regista si lascia andare a mostrare in campo dei dettagli disgustosi vede Emilia coinvolta in prima persona. Ed è anche un momento che ha messo a dura prova il mio stomaco non di certo delicato, mentre tutto il resto del film ha messo a dura prova la mia emotività che forse è addirittura troppo delicata.


Quindi, come vi dico spesso se si tratta di affrontare film con un budget molto basso e con tutte le mancanze endemiche al cinema più indipendente e sommerso, guardate questo film a vostro rischio e pericolo: potrebbe non piacervi, potreste addormentarvi durante la prima mezz’ora, potreste lanciare oggetti contundenti contro lo schermo alla duecentesima inquadratura fissa del deserto o al duecentesimo primo piano di Amanda Todisco, che però è così intensa che in ognuno dei duecento primi piani racconta qualcosa di nuovo di sé.
Se però deciderete di vederlo e, soprattutto, di farvi coinvolgere dalla sua atmosfera desolata, dai paesaggi naturali splendidamente fotografati e da una narrazione originale e, per certi versi, imprevedibile, allora forse avrete trovato un cult sommerso da esibire con orgoglio o da conservare gelosamente nei vostri cuori di pietra.

4 commenti

  1. Blissard · · Rispondi

    Visto qualche giorno fa anch’io, concordo su tutto tranne che sulla protagonista, che in alcuni frangenti mi è sembrata di un’inespressività imbarazzante (anche se è da brividi il suo monologo sulla relazione di dominio che si instaura tra chi dona e chi riceve aiuto). Il villain poi non recita così male, almeno all’inizio; alla fine è un po’ ingessato, effettivamente 😀

    1. Io l’ho trovata perfetta in ogni singola reazione, ma queste sono sempre valutazioni abbastanza soggettive.
      Quel monologo, però, per quanto breve, è un momento di grande recitazione.

  2. Giuseppe · · Rispondi

    Se ne vale la pena, i tempi dilatati riesco a reggerli egregiamente… e così, a pelle, la tua rece mi fa credere che in questo caso ne valga la pena.

    1. Ne vale la pena, anche se è davvero un micro-budget!

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