I trasgressori

 Regia – Walter Hill (1992)

Quando io dico che la carriera di Hill è stata, a parte rare e fortunate eccezioni, segnata dalla sfiga più nera, è esattamente a film come Trespass che mi riferisco. Un gioiello della filmografia di Hill di cui solo in pochi conoscono l’esistenza. E sono ancora meno quelli che lo hanno visto. Purtroppo, le uniche ragioni di questo oblio sono da ricercare nella cronaca americana dei primi anni ’90. Il film, la cui sceneggiatura, firmata da Zemeckis e Gale, era rimasta ad ammuffire in un cassetto dai vent’anni, era pronto per essere distribuito alla vigilia delle rivolte di Los Angeles e, quando scoppiò il casino, i produttori se la fecero addosso, ordinarono a Hill di rigirare il finale, cambiarono il titolo, da The Looters a Trespass e ripensarono tutta la campagna di marketing intorno al film, senza però riuscire a salvarlo. Anche l’uscita posticipata di qualche mese non servì a nulla: Trespass era condannato. Le paranoie della produzione erano tali solo in parte, bisogna ammetterlo. Il film si apre con un omicidio catturato su videocassetta e già questo poteva essere sufficiente a suggerire sinistre assonanze con la realtà; prosegue poi con uno scontro all’ultimo sangue tra un gruppo di gangster neri e due vigili del fuoco bianchi asserragliati in un edificio fatiscente e disabitato. Ce n’era abbastanza per bloccare del tutto la distribuzione de I Trasgressori. Ma anche la sfiga di Hill ha dei limiti e il film uscì con parecchi mesi di ritardo e passò completamente inosservato, tranne che per un pugno di critici pronti a puntare il dito contro un presunto razzismo in verità completamente assente.

La storia di Trespass è quella di una caccia al tesoro che prende una pessima piega: Vince (Bill Paxton. Ci manchi, tantissimo) e Don (William Sadler) sono due pompieri che si vedono consegnare un plico di documenti da un anziano signore durante l’evacuazione di un palazzo in fiamme. L’uomo, dopo aver biascicato qualche parola relativa a una punizione divina per aver profanato la casa del Signore, si getta nel fuoco e muore. I nostri scoprono di aver appena ricevuto una mappa con le indicazioni per trovare dell’oro sottratto una ventina di anni prima da una chiesa. È l’occasione che potrebbe cambiare per sempre le loro vite.
E così, partono alla volta dell’edificio dove pare sia sepolto il tesoro e cominciano ad abbattere muri e pavimenti. Purtroppo, quel casermone è molto meno vuoto di quanto non sembri. Prima vengono disturbati da una senzatetto, che finisce legato a una sedia e imbavagliato, e poi da dei ben più pericolosi spacciatori di droga impegnati in un regolamento di conti in cui ci scappa il morto. Vince e Don, testimoni involontari di un omicidio, devono barricarsi all’interno di una stanza del palazzo, al quinto piano, da cui non possono uscire. Prendono in ostaggio uno della banda, il fratello minore del capo King James (interpretato da Ice-T) e comincia così una situazione di stallo destinata a perdurare lungo quasi tutto l’arco del film.

Un canovaccio perfetto per il cinema di Hill, che però il regista mette in scena in maniera inedita e innovativa. Trespass è un film dal ritmo nervoso e dal montaggio frenetico, un ennesimo esperimento linguistico, dovuto soprattutto all’ambientazione statica, in una sola location, che bisognava rendere dinamica tramite tutta una serie di trucchetti di regia. Secondo le parole dello stesso Hill, il film diventa sempre più rapido e frenetico con lo scorrere del minutaggio. Se le prime sequenze sono di stampo classico, con la macchina fissa, mano mano che il film procede, la camera a mano prende il sopravvento, i tagli sono quasi isterici, e Hill, anticipando una rivoluzione che sarebbe esplosa solo parecchi anni dopo, aggiunge anche degli inserti da found footage. Uno dei gangster ha infatti con sé una telecamera e riprende tutto ciò che accade, aggiungendo così un punto di vista interno alla narrazione, frammentandola ulteriormente.

Un film spezzettato, dove l’alternanza tra i vari settori dell’edificio che fa da teatro alla vicenda (una perfetta unità di luogo, tempo e azione) avviene con una velocità frastornante. Gli stacchi sono fulminei, il più delle volte in movimento o ad assecondare un movimento degli attori. L’occhio quasi non riesce a stargli dietro, ma questo stile così poco “alla Walter Hill” conferisce al film, paradossalmente, una gran fluidità. In poche parole, proprio perché è tutto troppo veloce, non si percepisce la frammentazione e sembra di vedere un moto perpetuo che ci scorre davanti come un treno in corsa.
Ma non è una novità che a Hill piaccia sperimentare, anche se le tematiche restano le sue e sono inconfondibili. Sì, non è l’autore della sceneggiatura, però sappiamo che il regista è sempre intervenuto anche su copioni che non aveva firmato. In questo caso si tratta poi di uno script che è stato filmato 20 anni dopo la sua stesura e di una storia che sembra essere scritta su misura per Walter Hill, tanto che fa persino strano pensare che, in realtà, ci sia lo zampino di Zemeckis, di solito associato ad altre atmosfere.

Quello che, all’epoca, venne scambiato per un semplice film d’azione ad alto tasso di adrenalina e subito accantonato per essere uscito in contemporanea alle rivolte di Los Angeles, è in realtà un durissimo apologo sull’avidità e su cosa ci spinge a fare. Ridotto ai minimi termini, Trespass è la storia di un gruppo di persone che si ammazzano a vicenda per un po’ d’oro. Il motore di tutta la violenza rappresentata sullo schermo è solo la bramosia di ricchezza. Infatti chi ne esce meglio è proprio King James, a cui importa solo di salvare il fratello ed è del tutto ignaro della presenza del tesoro.


Ma la morte non risparmia nessuno, in questo ritratto desolante e nichilista della natura umana. Vedere un qualche significato razzista, in Trespass, non è neppure un problema di miopia, ma proprio di cecità. È l’uomo a essere sotto accusa, a prescindere dal colore della pelle.
È curioso il fatto che in questo film non ci siano donne. Forse appare qualche una comparsa nelle prime scene, ma per tutti i 100 minuti di Trespass non è registrata alcuna presenza femminile.  Se si tratti di una scelta o di un caso, è tutto da stabilire. Anche nel primo caso, forse non ha alcun significato. Però apre sicuramente a ipotesi interpretative tanto affascinanti quanto, con ogni probabilità, molto azzardate.

6 commenti

  1. Alberto · · Rispondi

    Possibile che non l’abbia mai visto? Ma all’epoca uscì nei cinema italiani? E vabè, rimedierò al più presto.

    1. Sì, ha fatto una fuggevolissima apparizione ad agosto, negli anni ’90, che era come non essere proprio distribuiti. Io lo noleggiai in vhs.

  2. Mi manca, recupero

  3. Giuseppe · · Rispondi

    Lo mancai al cinema ma, fortunatamente, non anche in televisione. I protagonisti qui non ci fanno una gran bella figura, no, e certamente non per il motivo pretestuosamente addotto dalla critica ai tempi (quel razzismo ipocritamente appiccicato con lo sputo al lavoro di Hill, cavalcando l’onda ancora rovente delle drammatiche rivolte di Los Angeles) ma per quello di cui sono capaci in quanto esseri umani tout-court se se ne presenta l’occasione, come in questa caccia/assedio al tesoro. E sì, qui le presenze femminili mancano del tutto, come del resto mancavano in un altro enorme film -pure lui sfortunato e incompreso all’epoca della sua uscita- che, pure in contesti e forme del tutto differenti, si può ben dire condivida lo stesso nichilismo e pessimismo di fondo riguardo alla natura umana: parlo de La Cosa, ovviamente…

    1. Vero, anche ne La Cosa non esiste la minima presenza femminile. Mi pare si veda una donna nella foto di gruppo della base norvegese, se non sbaglio. Ma tutto lì. Però nel film Carpenter c’è una giustificazione data dall’estremo isolamento dei protagonisti. Nel film di Hill è proprio una faccenda singolare che non può non essere voluta, in qualche modo, persino studiata.
      Poi magari sono io che, come mio costume, sovrainterpreto 😀

  4. Cavoli, questo film lo vidi un po’ di tempo fa in TV e sapevo di tutto il casino che c’era dietro. Povero Hill.

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