1956: The Bad Seed

 Regia – Mervyn LeRoy

“What will you give me for a basket of kisses?”

Il capostipite di tutti i film sui bambini malvagi è anche il migliore di essi. Nonostante si porti sessant’anni sul groppone, The Bad Seed (o Il Giglio Nero, nell’italiota versione) fa ancora scorrere tanti brividi lungo la schiena, come se non fosse passato un solo giorno dalla sua uscita nelle sale.
È un film di una cattiveria assoluta, The Bad Seed. La senti invadere il campo lentamente, come una macchia che si allarga, e poi occuparlo nella sua interezza nel corso dell’allucinante pre-finale. Non nel finale vero e proprio, purtroppo, ma torneremo tra poco su questo punto. Perché The Bad Seed ha una genesi interessante, che ci dice parecchie cose su come funzionava Hollywood negli anni ’50, quando il Codice impazzava ancora, ma veniva percepito, sempre di più, come una cappa soffocante da cui liberarsi, e non solo per ragioni artistiche, ma puramente commerciali: la competizione, da un lato, della tv e dall’altro dei film stranieri e non soggetti quindi alle restrizioni del Codice, avevano messo nei guai gli studios. E a tutto questo si era anche aggiunta una legge che impediva alle produzioni di possedere le sale dove i film venivano proiettati. Da qui un progressivo deterioramento del Codice, che sarebbe stato del tutto abbandonato negli anni ’60.

Per schiodare il pubblico dalla televisione e per tenerlo lontano dal cinema estero, più moderno e più libero, gli studios decisero di puntare su argomenti forti e, allo stesso tempo (ma non è una novità) di andare sul sicuro, portando sullo schermo storie già famose, dei successi annunciati. The Bad Seed era una di queste: all’origine c’era il romanzo di William March, pubblicato un mese prima della morte dell’autore e diventato un best seller enormemente redditizio; poi l’opera teatrale di Maxwell Anderson, andata in scena nel 1954 e replicata centinaia di volte. Era inevitabile che Hollywood ci mettesse le mani sopra. Come spesso accadeva (era successo, per esempio, con Dracula e Frankenstein), la Warner Bros acquistò i diritti non del romanzo, ma della sua versione teatrale ed è da quella che John Lee Mahin, uno dei più importanti sceneggiatori della Hollywood del periodo, trasse lo script.
Poco importa: il testo rappresentato a teatro era fedelissimo al romanzo e il film è fedelissimo all’opera teatrale, almeno fino a un certo punto.

La regia è affidata a LeRoy, uno che in curriculum aveva robetta del calibro di Quo Vadis e I Marciapiedi di New York. Solo che prima la Warner contatta gente come Billy Wilder e Alfred Hitchcock ed entrambi declinano l’offerta, pur se interessati, perché le regole del Production Code non permettevano di rimanere aderenti al testo in tutto e per tutto. LeRoy, che era un regista più “di servizio” rispetto ai suoi due colleghi, accetta e decide di mantenere il cast pressoché invariato rispetto a quello teatrale. Tornano quindi Nancy Kelly e Patty McCormack nei ruoli principali, quelli della signora Penmark e di sua figlia Rhoda, un’adorabile bambina di otto anni perfetta in tutto e per tutto, ma con un piccolo difettuccio: è una sociopatica dalle tendenze omicide senza alcuna capacità di discernere tra bene e male.

The Bad Seed si svolge quasi nella sua interezza all’interno di un appartamento e, restringendo ancora il campo, nel salotto di questo appartamento. Se si escludono brevissime incursioni nel giardino, in cantina e una singola scena in un parco, tutto accade tra un divano e due poltrone. Segno evidente, questo, della derivazione teatrale del film, che ha anche l’azione ridotta al lumicino. Un film in cui si parla e basta e gli omicidi commessi da Rhoda sono sempre fuori campo e ci vengono raccontati. Questo dovrebbe essere contrario a qualunque regola, eppure funziona a meraviglia. The Bad Seed dovrebbe essere, in teoria, un film lento e noioso, datato, lontanissimo dal gusto contemporaneo, quasi un reperto archeologico. Ma rivederlo nel 2017 dimostra quanto le teorie siano errate e quanto vengano messe fuori gioco dalla professionalità e dalla competenza. Non è solo un fatto legato alla bravura degli interpreti, tutti straordinari, sia chiaro. A parte le due protagoniste, è impressionante la prova di bravura di Eileen Heckart, enorme caratterista che appare due volte in tutto il film e ruba la scena a chiunque le stia accanto.
E la riuscita del film non è neppure dovuta alla potenza dei dialoghi, anche quelli fuori scala, tanto per non togliere niente a nessuno.

Però, se permettete, la meraviglia di The Bad Seed è tutta sulle spalle di LeRoy, che riesce a infondere dinamismo, tensione, forza drammatica a un film che non esce mai da quattro mura e dove gli avvenimenti non sono mai rappresentati in maniera diretta. Anzi, trae addirittura vantaggio dai limiti di spazio in cui è costretto per rendere il suo film ogni istante più opprimente e angosciante. Lo stile è di una modernità che sconcerta, perché non te lo aspetti da un prodotto di un’epoca così cinematograficamente lontana e dal cinema americano mainstream un po’ ingessato di quel periodo. The Bad Seed rientra sì a pieno titolo nella Hollywood più classica, ma ha dalla sua alcuni guizzi (come le zoomate improvvise e violente) nella messa in scena e nei movimenti di macchina adottati da LeRoy che sembrano essere mutuate dal cinema gotico d’oltreoceano e che sarebbero state adottate dal cinema d’autore e da quello commerciale parecchio tempo dopo.

Un’altra cosa che non ti aspetti (ma lo dicevamo all’inizio) è la cattiveria, niente affatto mitigata dal finale appiccicato con lo sputo per far contenti i censori del Codice.
Perché è una cattiveria costruita gradualmente, al cui avanzare si assiste increduli, sempre più attoniti. Non può avere diritto di cittadinanza in quella famiglia così bella, in quella casa dal vicinato così carino, nella mente di quella ragazzina che sa fare la riverenza come la damigella di un altro secolo. Eppure è lì, sotto gli occhi di tutti che si rifiutano di vedere.
Tutti tranne la madre di Rhoda, personaggio sottoposto, anche con un certo accanimento sadico, a una presa di coscienza che è molto simile a un calvario psicologico. Una donna dilaniata tra l’amore che prova nei confronti di sua figlia, il desiderio di proteggerla (“Non permettere che mi facciano del male, mamma) e la consapevolezza di avere di fronte a lei un piccolo mostro. Senza colpa però, perché Rhoda non si rende conto, è priva di moralità, priva degli strumenti rudimentali che dovrebbero permetterle di capire cosa ha fatto. E questo nonostante sia stata allevata in un ambiente sereno, felice, pieno di affetto. È semplicemente nata così, è un “seme cattivo”, irrecuperabile e destinata, semmai, a peggiorare.

Un punto di vista raccapricciante, se ci si sofferma un secondo a pensarci,  e tuttavia anche la base perfetta su cui costruire un racconto dell’orrore: l’horror si basa molto spesso sull’idea di un male che non ha alcuna spiegazione e si abbatte su persone che non se lo meritano. Per questo funziona così bene il contrasto tra la bontà della madre e l’innocente perfidia di Rhoda e diventa così ancora più straziante la decisione presa dalla signora Penmark. Non ha neanche importanza se, nel finale imposto dal Codice, Rhoda riceve la “giusta” punizione mentre nel romanzo e nel suo adattamento teatrale la bambina ne usciva pulita e impunita. Nella Hollywood di Hayes il male doveva sempre essere sconfitto. L’esperienza a cui il film sottoponeva il pubblico degli anni ’50 era snervante a sufficienza da dover essere alleggerita con la presentazione del cast dopo che la parola fine era apparsa in sovraimpressione all’ultima inquadratura. Addirittura, la Kelly e la McCormack si esibivano in un siparietto comico, perché le due ore precedenti erano state ritenute troppo dure da sopportare per gli spettatori.
The Bad Seed è, ancora oggi, un viaggio allucinante nei peggiori incubi annidati tra i rituali e la quotidianità della famiglia borghese. E ancora oggi fa male. Magnifico proprio in virtù della messa in scena di stampo teatrale, misurata e controllatissima, che lascia l’orrore manifestarsi con la lentezza di un gas che avvelena l’ambiente poco e poco e alla fine ti uccide.

Per il 1966, vi propongo tre film non molto noti, ma degni di essere rivisti e rispolverati: La Bambola di Cera, di quel mito di Freddie Francis; una bizzarra produzione Hammer, Reptile, uscito in Italia con il titolo La Morte Arriva Strisciando; per finire, l’italianissimo Un Angelo per Satana, di Camillo Mastrocinque, con la divina Barbare Steele.

13 commenti

  1. Non ho ancora votato, che ci devo pensare su, però sono contenta di aver letto il tuo post su Il giglio nero. Guardando il film mi è venuta la pelle d’oca, davvero, soprattutto nella scena in cui Rhoda suona al pianoforte e la madre strilla completamente fuori di sé. Quella non riesco a scordarla!

    1. Mamma mia, quella scena…
      Con il climax di tensione che parte quando Rhoda si frega i fiammiferi dal tavolino e tu sai perfettamente cosa ci farà.
      E il bello è che non si vede niente. Pazzesco. Un film pazzesco.

  2. Molto bello, poco da aggiungere.
    Vincerà la Bambola di Cera, ma io voto Reptile.

    1. Io invece faccio un gran tifo per il film di Mastrocinque, ma sono convinta anche io che Freddie Francis avrà la meglio 😉

  3. valeria · · Rispondi

    visto per la prima volta giusto ieri: un vero e proprio capolavoro di tensione, angoscia e crudeltà. pazzesco, considerato l’anno in cui é stato girato. speriamo non ne facciano un remake perché dubito avrebbe la stessa carica emotiva dell’originale.
    recensione splendida 🙂

    1. Un remake, per la tv, è stato già fatto. Mi pare negli anni ’80, ma non ne sono certa. Non ho mai voluto approfondire, e non è difficile capire il perché 😀
      Grazie del commento!

      1. Giuseppe · · Rispondi

        Si, Paul Wendkos ne ha fatto un remake nel 1985: non esattamente un’operazione indispensabile, proprio no, anche se forse a qualcuno sarà piaciucchiata comunque (può essere che sia successo, a patto di non aver mai visto l’originale)…
        Freddie Francis è un mito, vero, ma come faccio a ignorare John Gilling? Ecco, visto che al momento NON stanno vincendo il sondaggio insieme ma insieme è impossibile votarli, questa volta voglio dare una mano a Gilling (che se la merita, dai) 😉

        1. Ma The Reptile sta recuperando alla grande.
          Stiamo proprio sul filo di lana!

  4. Straordinaria recensione e straordinario film! Mi è molto piaciuta la tua introduzione riguardante il Codice e di come danneggiasse il cinema a livello artistico e commerciale.
    Sono molto legato a questa pellicola e la trovo di una forza e cattiveria ancor oggi inarrivabili. Mi dispiace parecchio per il finale che purtroppo danneggia questa pellicola e, come hai giustamente detto tu, sembra attaccato con lo sputo.

    Intanto io voto La Bambola di Cera.

    1. La storia del Codice è interessantissima ed è molto bello anche andarsi a vedere i film che precedettero l’avvento dei Codice. Esiste un blog, in inglese, tutto dedicato a quell’epoca. Te lo consiglio: si chiama Pre-Code.

      1. Grazie mille per il consiglio. Lo guardo sicuramente 🙂

  5. Alberto · · Rispondi

    Questo non l’avevo proprio mai sentito nominare. Molto bello, e sorprendente per l’età che ha. Chissà perchè i bambini demoniaci sono sempre biondi (forse spiccano di più nel bianco e nero?).

    1. Sì, credo di sì. E anche perché hanno più l’aspetto da angioletti. Però con l’avvento del colore, ci sono anche bambini demoniaci dai capelli scuri, tipo Damien.

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