I Don’t Feel at Home in This World Anymore

 Regia – Macon Blair (2017)

La prima cosa che salta all’occhio, guardando questo bel film dal titolo lunghissimo, ma molto efficace (che viene da qui) è la facilità con cui ci si relaziona alla vita quotidiana di Ruth, la protagonista. A interpretarla, troviamo Melanie Lynskey che, oltre a essere un’attrice della Madonna, non corrisponde proprio ai canoni di bellezza tipici di mamma Hollywood. Ruth è una donna non più tanto giovane, vive da sola, fa un lavoro frustrante e faticoso, beve troppo e, ogni giorno, accumula piccoli, all’apparenza insignificanti soprusi e scortesie da parte del prossimo: c’è quello che le passa davanti alla cassa del supermercato, quell’altro che la avvicina in un bar e le rivela il finale del libro che sta leggendo, la paziente della clinica dove lavora come assistente infermiera che, persino in punto di morte, non smette di snocciolare frasi razziste e sgradevoli.
Il culmine di questo accumulo viene raggiunto quando le svaligiano casa, rubandole il portatile e, soprattutto, l’argenteria di sua nonna. Per la polizia, si tratta di una faccenda di poco conto e, anzi, l’investigatore assegnato al caso quasi dà la colpa a Ruth di quello che è accaduto. Invece però di rassegnarsi, Ruth decide di agire: alleandosi con uno strambo vicino di casa, Tony (Elija Wood), la donna non si limita a voler riprendere ciò che le appartiene, ma si imbarca in una vera e propria missione, al di là del recupero di alcuni oggetti e anche al di là del risentimento provato da Ruth nei confronti di un mondo a cui sente di appartenere sempre meno. È una rinascita, quella di Ruth, raccontata con i toni della commedia grottesca e violentissima, ma comunque una rinascita.

Al Sundance

Il film, prodotto da Netflix, ha vinto il Sundance 2017 e qui sarebbe il caso di aprire un discorso su quanto realtà produttive come Netflix e Amazon stiano gradualmente soppiantando i sistemi tradizionali. Se pensate che due  dei nove film nominati all’Oscar quest’anno erano prodotti originali Netflix e Amazon e se pensate, soprattutto, al fatto che registi e sceneggiatori, lavorando in questi nuovi contesti possono godere della libertà creativa di un film indie, senza però rinunciare a un budget medio-alto, allora forse comincerete anche voi a credere che gli studios abbiano le ore contate.  Vincere un festival artisticamente prestigioso come il Sundance, vincerlo con una commedia nera che, a tratti, sconfina nell’horror, è l’ennesimo colpo messo a segno da Netflix. L’anno scorso, per dire, aveva vinto il seriosissimo The Birth of a Nation.
So che, per molti di voi, Netflix vuol dire solo serie tv, ma quello che sta combinando con il cinema è impressionante. Arriveranno, com’è logico, i brutti i film, quelli sbagliati, le cantonate. È inevitabile, con questi ritmi. Ma, fino a ora, non hanno toppato nulla.

Altro elemento da evidenziare è il nome del regista, esordiente ma non sconosciuto. Si tratta infatti dell’attore preferito di Jeremy Saulnier, presente sia in Blue Ruin che in Green Room. È ovvio che Macon Blair abbia preso qualcosa dallo stile di Saulnier, un certo gusto per lo sfascio suburbano e per i personaggi ai margini, ma senza quell’aspetto dolente e rassegnato che invece è una delle cifre principali del cinema di Saulnier. Blair alla desolazione ha aggiunto un tocco di ironia surreale, portando i suoi personaggi ad affrontare situazioni a ogni cambio scena più estreme e violente, ma sempre con un tono scanzonato e leggero, che strappa più di una risata e rende la visione di I Don’t Feel at Home in This World Anymore molto piacevole.
Leggero e scanzonato, ma non superficiale né tantomeno sciocco. Il film non è una commedia da guardare a cervello spento, come piace dire a quelli che al cinema non chiedono altro se non un’oretta e mezza di divertimento disimpegnato.

Non ho nulla contro il divertimento, ma se si riesce a divertire con intelligenza e a far passare anche qualche concetto non banale, credo sia meglio per tutti. Blair riesce in entrambe le cose, anzi, sarebbe meglio dire che nel suo film le due cose vanno di pari passo e una non esiste senza l’altra. Le risate scaturiscono dal disagio dei personaggi, dalla constatazione, chiara sin dal titolo, di essere fuori posto, con un sistema di valori superato e un destino di emarginazione. La scelta di agire, di fare qualcosa di propria iniziativa perché non ci sarà alcuna autorità a darti una mano non deve essere presa come una specie di versione comica de Il Giustiziere della Notte. Il film di Blair non va in quella direzione e anzi, ne contempla proprio il fallimento. Ruth e Tony fanno un tentativo, che è quello di cercare il dialogo con i cosiddetti “stronzi”, in una disperata ribellione nei confronti della passività cui la vita sembra averli condannati. Tra una sghignazzata e l’altra, lo spettatore non può far altro che contemplare il loro fallimento.
A livello sociale, certo. Ma non come esseri umani, non come individui.
E allora, forse, l’unica possibilità di non uscirne a pezzi è rinchiudersi nella propria sfera affettiva, trovare qualcuno come te che, dall’ondata di stronzi, ti faccia da scudo e sperare di soffrire il meno possibile.
Scommetto che avete smesso di ridere.

Però non fatevi prendere dallo sconforto, perché il film è davvero divertente e questo sotto testo tragico passa per l’anticamera del cervello soltanto a chi vede il dramma dappertutto come la sottoscritta.
Anche perché non si ha letteralmente il tempo materiale di porsi troppe domande durante il film, a causa del suo ritmo indiavolato e degli scoppi repentini e del tutto inattesi di violenza brutale, quella sì, molto in stile Saulnier, con un’ultimo terzo che diventa quasi una home invasion e il pre-finale in piena modalità survival.
Il cast è ottimamente assortito e, come spesso accade nei casi in cui si lavora tra colleghi, anche ben diretto. Da segnalare la presenza di Jane Levy in un ruolo piuttosto inconsueto, caratterizzato da mutismo e malvagità pura. Elija Wood, in queste parti da schizzato funziona sempre benissimo e sfoggia una maglietta dei Judas Priest che vorrei rubargli subito, ma è la Lynskey che domina il film e riesce a rendere tutte le sfumature di un personaggio difficile. La amo dai tempi di Creature del Cielo. Ci sarà un motivo, no?

La regia di Blair è dinamica, non ti fa strappare i capelli per la bellezza estetica della messa in scena, ma è pulita. Molto interessante, invece, il montaggio del quasi debuttante Tomas Vengris, a suo agio sia coi tempi comici che con l’azione che con la brutalità.
Il film scorre rapido, brilla soprattutto per la scrittura e la recitazione e non è affatto il tipico film indie che piace solo alle giurie dei festival. Si tratta di cinema popolare e di genere, cosa piuttosto inedita per il Sundance, che ci ha regalato tante perle (pensate a Whiplash) ma che con i film di genere non è mai andato troppo d’accordo, non negli ultimi anni, almeno. Il suo trionfo è quindi una bella novità. E una buona notizia per tutti noi.
Avanti così, Netflix!

E leggetevi anche il post di Kara, va’.

3 commenti

  1. Kara Lafayette · · Rispondi

    Meno male che ho il mio scudo. 🙂
    Grazie della menzione, grazie della dritta. ❤

  2. canenero · · Rispondi

    Dopo qualche piccolo passo falso Netflix sta diventando una realtà produttiva interessante anche per i film. Questo sembra davvero interessante, grazie per il consiglio!

    1. Spero ti piaccia!

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