Ancora 48 Ore

another48hrs-poster1 Regia – Walter Hill (1990)

Riprendiamo lo specialone dedicato a Hill dopo una breve pausa, dovuta – devo ammetterlo – alla mia scarsa voglia di rivedere questo film. Se esiste un film di Hill che proprio non riesco a farmi piacere è proprio l’unico sequel che abbia mai diretto in vita sua, un’operazione chiaramente alimentare, nonché suo ultimo successo al botteghino.
Poi mi sono fatta coraggio e l’ho affrontato, dopo anni. Il giudizio non è poi cambiato di molto. Si notano, ovvio, tante belle cose alla Walter Hill, ma Ancora 48 Ore è davvero un film a cui manca qualcosa, che non possiede una direzione precisa, che gira a vuoto, con una parte comica, tutta sulle spalle di uno svogliatissimo Eddie Murphy, di livello infimo, e una parte action troppo pompata, dove lo stile di Hill è quasi irriconoscibile. A dirla tutta, sembra un tipico film d’azione anni ’90, e non è un complimento.
Ci sono però delle ragioni produttive per cui è andata così ed è giusto parlarne perché con questo film si chiude in maniera definitiva la fase in cui Hill si barcamena tra i progetti più personali e quelli di natura commerciale, per entrare nella zona dei reietti da mamma Hollywood: nonostante Ancora 48 Ore abbia incassato più del suo predecessore, andando a raccattare in tutto il mondo 150 milioni di dollari e spicci, è stato comunque considerato un film poco remunerativo. Era costato troppo (solo il cachet di Murphy si aggirava intorno ai 12 milioni), era stato pubblicizzato troppo, si era speso troppo per la post-produzione. Insomma, come tutti i sequel, Ancora 48 Ore è un film eccessivo in tutto. E questo ha causato il finale ostracismo di Hill dal cinema che conta.

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Neanche voleva farlo, Walter Hill. L’idea di dare un seguito, otto anni dopo, a 48 Ore è tutta farina del sacco di Eddie Murphy, che doveva riprendersi, anche lui, da un flop, quello di Harlem Nights. Niente di meglio, per recuperare in popolarità, che tornare nei panni del personaggio che lo aveva reso noto al pubblico cinematografico. Suo è il soggetto di Ancora 48 Ore e figura anche tra i produttori. È Murphy che convince Hill a rimettersi dietro la macchina da presa, ed è sempre Murphy a coinvolgere Nick Nolte nell’operazione, forse il solo tra i tre a non avere bisogno di questo film per la propria carriera.
Lo studio è sempre la Paramount, mentre a produrre il film ritroviamo il vecchio amico Lawrence Gordon, qui alla sua ultima collaborazione con Walter Hill.

Cosa è andato storto?
Sul set, in teoria, quasi niente: Hill aveva a disposizione un budget faraonico, con cui si è divertito a mettere in scena alcune delle sequenze action più elaborate della sua filmografia, tra autobus che si vanno a scontrare con i camion, gare di motociclette, gente bruciata viva, poliziotte sbalzate fuori dalle finestre neanche le avesse colpite un cannone e via così, in un continuo gioco al rialzo, quasi che Hill avesse capito di non avere a disposizione poi questa brillante scrittura e avesse optato per spararla il più grossa possibile.
I casini cominciano in post-produzione, quando Hill presenta un primo montato della durata di (tenetevi forte) 145 minuti. La Paramount inorridisce; Hill riduce tutto a 120; la Paramount sembra soddisfatta e poi, pochi mesi prima dell’uscita del film in sala, taglia ulteriormente il film, che finisce per durare 93 minuti.

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Ora, partendo da una prima stesura di oltre due ore e arrivando a un’ora e mezza scarsa (i titoli di coda sono sempre compresi nel minutaggio), qualcosa, a livello di struttura e raccordi, va perduto per forza. Il risultato, in questo caso specifico, è che, per dirla in maniera delicata e tecnicamente appropriata, non si capisce più un cazzo di quello che succede sullo schermo. Viene persino eliminato l’unico dialogo in cui Nolte spiegava a Eddie Murphy di avere solo 48 ore di tempo, mandando quindi al diavolo il senso stesso del titolo del film.
La critica si accanisce sul film come un branco di iene su un cadavere ancora caldo. Fu una vera e propria mattanza, di cui è possibile trovare traccia ancora oggi, facendosi un giretto dalle parti di Rotten Tomatoes che raccoglie anche le recensioni di parecchi anni fa, almeno quelle presenti negli archivi online.
Non avevano tutti i torti: la storia è involuta, confusa, a tratti incomprensibile. Mancano diversi passaggi logici, i personaggi appaiono e scompaiono senza spiegazioni. E pure troppo è stato fatto per non rendere il film solo una messa in fila di siparietti comici seguiti da una scena d’azione a controbilanciare la ridondante interpretazione di Murphy. Ancora 38 Ore esiste quasi solo per dare spazio alla sua star e persino Nolte è ridotto a mera spalla. Una cosa imbarazzante, davvero.

Qualcosa da salvare la si trova, si trova in ogni film diretto da Hill, anche nei peggiori. A parte il già citato incidente tra l’autobus e il camion, che segue anche una sparatoria coi fiocchi con i due motociclisti cattivi protagonisti, la parte finale è bellissima, tutta ambientata in un locale notturno pieno di specchi, con i personaggi che sembrano apparire e scomparire in maniera quasi soprannaturale, neanche fosse un film dell’orrore. Si raggiunge un livello di astrazione che è forse l’unico vero marchio di fabbrica di Hill presente in questo film; il locale diventa un non-luogo, anzi, un luogo che esiste solo nel contesto mitico del cinema, un teatro in cui viene messa in scena la resa dei conti.

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C’è poi un’interpretazione possibile, e molto affascinante, di Ancora 48 Ore come di un’autoparodia consapevole e voluta. E la battuta di Nolte prima di scatenare una rissa in un bar (altra classica situazione alla Walter Hill) sarebbe indicativa in tal senso: il personaggio afferma che la rissa è un cliché stantio dei film d’azione, salvo poi prendere una bottiglia dal vassoio di un cameriere di passaggio e spaccarla in testa al tizio che lo ha provocato. La cinefilia di Hill è nota a tutti e, proprio quando si è trovato a dirigere un prodotto a cui teneva relativamente poco, questo distacco potrebbe averlo portato a realizzare una versione esasperata e stereotipata al massimo del suo stesso cinema, quello più commerciale e che gli studios continuavano a chiedergli di fare. Sì, potrebbe essere una chiave di lettura in parte calzante, anche se un po’ tirata per i capelli.

Fatto sta che, dopo aver attraversato (quasi) indenne il cinema degli anni ’80, contribuendo anche alla sua definizione ed entrando a pieno titolo tra i codificatori del suo linguaggio, Hill sarebbe stato escluso da quello del decennio successivo, uno dei più tristi e artisticamente poveri per il cinema americano, se non altro di quello d’azione. Nel deserto apocalittico degli anni ’90, Hill dirigerà almeno tre film di caratura elevatissima: Geronimo, Wild Bill e Ancora Vivo, prima di incappare nel disastro di Supernova e giocarsi definitivamente la carriera, guarda caso, di nuovo per “merito” delle ingerenze produttive.
Ma già all’epoca di Ancora 48 Ore il cinema di Walter Hill non abitava più qui. Il percorso intrapreso da quel momento in poi sarà di nuovo all’insegna della sperimentazione, un po’ come ai tempi di Strade di Fuoco. Un Hill finalmente libero e lontano dalle logiche degli studios, un Hill meno conosciuto al grande pubblico, ma non per questo meno prezioso o importante. Superato questo ostacolo, ci sarà da divertirsi, ve lo assicuro.

3 commenti

  1. Concordo su tutta la linea.
    Di Hill, del Walter che conosciamo, qua c’è poco

  2. Un film che mi è passato attraverso senza ferire, un bicchiere d’acqua del rubinetto. Attendo invece con ansia la tua recensione di Ancora Vivo che all’epoca mi aveva colpito non poco e con una delle parti più riuscite di Willis

  3. Giuseppe · · Rispondi

    Probabilmente si pensava che, nonostante il “massacro” in post-produzione, la tripletta Hill-Nolte-Murphy fosse di per sé comunque sufficiente a far vivere un non eccelso sequel di rendita, ma la cosa non era scontata… a meno che, e mi piacerebbe fosse così, non si trattasse proprio di un’autoparodia. Tra l’altro l’Eddie Murphy del ’90 era già completamente “prigioniero” di Axel Foley, i cui istrionismi e gigioneggiamenti avrebbero in varia misura segnato -anche quando se ne sarebbe potuto fare a meno- i personaggi successivi per troppi anni a venire…

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