Resident Evil: The Final Chapter

RealD3D_FullColor-B Regia – Paul W.S. Anderson (2017)

E così ci siamo arrivati, alla fine. Ci sono voluti quasi cinque anni, tra ritardi vari, la gravidanza di Milla e il brutto incidente che è costato un braccio alla stunt Olivia Jackson (e, già che siamo all’indomani degli Oscar, signori della Academy, che ne dite di istituire una categoria apposita per gli stunt? Se la meritano molto di più di quei culopesisti degli sceneggiatori), ma ci siamo arrivati. E lo abbiamo fatto con un deciso ridimensionamento: 40 milioni di budget contro i 65 del film precedente. Io lo dico da quando ho iniziato lo speciale a essa dedicato che la saga di RE  è, a suo modo, una saga di nicchia, per un pubblico molto ristretto, se lo si paragona a quello dei vari Fast & Furious (senza neanche prendere in considerazione roba enorme come quella partorita in casa Marvel). Una saga che ha sempre saputo essere derivativa nella sua essenza, ma anche capace di anticipare, di parecchi anni, tendenze e mode cinematografiche al di là da venire. Zombi a parte, su cui abbiamo già speso troppe parole, che dire a proposito della visione apocalittica del terzo capitolo (ancora il migliore, di poco) che è arrivata una decina d’anni prima del film del secolo? Certo, Miller si è soltanto ripreso ciò che gli apparteneva di diritto ed è una bestemmia solo ipotizzare di mettere a paragone i due film. Però, pensateci, quel modo di approcciarsi alla materia apocalittica sembrava morto e sepolto, fino a quando Paul W. non lo ha resuscitato nel 2007.

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Tutto questo sproloquio iniziale per dirvi che, nell’ultimo film della saga che ha definito la sua carriera, Paul W. abbandona, anche per questioni di mero calcolo economico, le ambientazioni hi-tech di Retribution (e anche gli scenari più vasti di Afterlife) e riparte da quell’immaginario, citando a piene mani proprio Fury Road nella prima parte di The Final Chapter e poi, tornando alle origini e rinchiudendo i protagonisti nell’Alveare del primo film per tutta la seconda parte. In mezzo, ha l’intuizione splendida di infilarci addirittura un assedio medievale, mantenendo intatta quella che è sempre stata la caratteristica principale di RE dagli albori a oggi: un’invenzione a ogni cambio scena. Ed è difficile, oggi, trovare registi (che operano nello stesso ambito di Anderson) in grado di fare una cosa del genere, ovvero di tenere un ritmo indiavolato per un’ora e quaranta minuti, di non stancare mai, di sciorinare idee visive una dietro l’altra senza ripetersi. Ed è questa mancanza di ripetitività il segreto di RE: al sesto film, è ancora una novità, nonostante si muova all’interno di uno schema fisso, quello di Alice vs la fine del mondo.

Ma c’è di più: questa volta, Anderson si è persino disturbato a scrivere una sceneggiatura. Insomma, il film ha una storia, oserei dire una bella storia. Scheletrica, per carità, appena accennata, ma comunque una storia. E credo di essermi emozionata per la prima volta vedendo un RE, mentre con gli altri film mi ero “limitata” a divertirmi.
La storia era necessaria, per tirare le fila del tutto. Anderson è riuscito a mettere insieme i pezzi di una saga vecchia di 16 anni in maniera abbastanza coerente, con qualche forzatura, certo. Concludere un mostro cinematografico simile, un vero e proprio Frankenstein assemblato un po’ a casaccio nel corso degli anni e pensare di non lasciare qualche buco era assurdo. Va comunque apprezzato il tentativo di dare uno spessore a un personaggio, quello di Alice, di cui seguiamo le gesta da anni e di cui non sapevamo assolutamente nulla, fino all’uscita di The Final Chapter.

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Nessuno di noi, appassionati o detrattori, va però a vedere un Resident Evil per la trama. Si va a vedere Resident Evil per le sequenze d’azione così come le imposta Anderson. E per Milla, ovviamente.
Da questo punto di vista, The Final Chapter è l’Anderson definitivo, la fusione perfetta tra regista, attrice e personaggio, un film che è un monumento a Milla Jovovich e all’azione in quanto tale. Non prendetevi neppure il disturbo di andare in sala se non siete preparati ad assistere a un film dove si corre e ci si mena per tutto il tempo e dove le cose accadono mentre la gente si mena e corre. Non esiste altro, in Resident Evil, che questa condanna al moto perpetuo. Ci si muove dal punto A al punto B e, una volta arrivati, si riparte a razzo per andare da un’altra parte ancora. Persino il finale, che dovrebbe, in linea del tutto teorica, concludere l’intera saga, è all’insegna della ripresa del movimento. Nell’universo di RE non ci si può fermare e questa componente, che è poi imprescindibile per un cinema d’azione nel senso più puro del termine, è portata all’esasperazione in The Final Chapter, dove Anderson abbandona persino l’uso massiccio del ralenty che aveva caratterizzato Afterlife e Retribution e gira il tutto come se fosse stato morso da una tarantola impazzita.

Non c’è più spazio o tempo per ammirare le coreografie limpide dei due film precedenti. Qui prevalgono rapidità e sporcizia, tanto che Anderson eccede forse un po’ nel tagliuzzare e qualche sequenza di lotta risulta un troppo confusa. Per fortuna non accade sempre e temo che anche questi difetti siano più frutto delle carenze di budget che di una vera e propria scelta artistica da parte del regista. Ed è anche vero che, non dovendo girare più in 3D, la necessità di caricare in quel modo ogni fotogramma è venuta a mancare. Eppure, in quelle rare occasioni in cui Paul W. torna a concedersi un bel ralenty dei suoi, ha una tale capacità di gestione di ogni singolo elemento in campo, che sembra di vedere un balletto. Come, per esempio, in una sequenza che vede coinvolte le turbine giganti di un condotto di areazione, la scena più bella del film, dove c’è persino tanto di quel pathos da mandare in crisi Brian De Palma.

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Per il resto, Milla Jovovich, a quarant’anni suonati, è miracolosa e hai voglia a dire che non sa recitare: come ti regge i primi piani infiniti che le costruisce addosso il marito, mandando fuori fuoco tutto ciò che la circonda e mettendola, quindi, al centro dell’universo conosciuto, nessun’altra. Ogni Resident Evil è un gigantesco atto d’amore e questo basta a metterci tutta la poesia di cui abbiamo bisogno.
Sono film fatti in famiglia (c’è Ever Anderson, figlia di Milla e Paul, a interpretare la Regina Rossa), dove tutti si divertono come matti, degli enormi, costosi e magnifici giocattoli a uso e consumo di Paul e signora, e di quei fortunati che sanno giocare con loro e sanno apprezzare un cinema che non ha pretese concettuali, ma trova il suo senso ultimo nell’inventiva con cui si è stati capaci di costruire, film dopo film, cafonata dopo cafonata, mostro gigante dopo mostro gigante, un vero e proprio mondo cinematografico, molto prima che i mondi cinematografici diventassero una costante dell’intrattenimento hollywoodiano.
Mi piacerebbe se Paul W. ci ripensasse, se girasse almeno un altro paio di film, perché è sempre riuscito a dire qualcosa di nuovo, ogni volta, e credo non si sia ancora stancato.
Ma, anche se dovesse davvero terminare tutto qui, sarebbe stato comunque un gran bel viaggio. E c’è sempre un po’ di nostalgia quando un qualcosa che ti ha accompagnato per una quindicina d’anni ti dice addio.
È stato bellissimo, Paul. Ti voglio bene. Grazie.

6 commenti

  1. Appunto: siamo davvero sicuri che ci stia dicendo addio? I finali in movimento qualche porticina aperta ad ulteriori approfondimenti potrebbero anche lasciarla, in effetti 😉
    P.S. Mi chiedo cosa aspettino ancora ad istituirla, quella meritatissima categoria apposita per gli stunt…

    1. Io ci spero, che non sia un addio. Spero tanto che sia tutto uno scherzo e che arrivi il settimo film tra qualche anno 🙂

  2. Ma sono l’unico che odia Milla? Mi è piaciuta solo ne “Il quinto elemento”, primo film in cui l’ho vista secoli fa.

    1. No, non sarai affatto l’unico 😀
      Io la amo, la amo persino in Giovanna D’Arco e ho tutto!

  3. Penso che questo “ultimo” capitolo sia stato il mio preferito assieme al terzo, Resident ha creato in maniera del tutto autonoma, dato che dal videogioco si è slegato velocemente, una saga talmente ampia di dettagli da risultare davvero di “nicchia” e lo ha fatto nel modo più onesto possibile e allo stesso tempo anche meno commerciale, con continui rimandi ai film precedenti, attori riproposti a fasi alterne e tutto il mondo Umbrella che a volte mi sembra davvero reale per quanto descritto bene. Il grande pubblico vuole certezze e volti precisi in una saga, Resident invece ha sempre puntato sul intrattenimento, divertente e spensierato ma decisamente articolato visto che ogni film si lega a quello prima e si slega completamente per storyline e impronta registica. Mila vera eroina moderna in un mondo di eroi Marvel ad alto budget maschili, sfrontata e cazzona, bellissima e pericolosa. Ho adorato il capitolo finale !

    1. Resident Evil, e il suo creatore e regista di 4 capitoli su 6, è di nicchia perché è diretto davvero solo a chi lo ha seguito sin qui. È fatto per noi.
      Poi ci sono tantissimi detrattori, ma io allora da quei detrattori mi aspetto che schifino tutto il cinema d’azione e di intrattenimento americano.
      Allora sarebbero coerenti.
      Così sono soltanto faziosi 🙂

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