Apologia di Hacksaw Ridge

hacksaw0001 Regia – Mel Gibson (2016)

Nutro, da sempre, una enorme simpatia nei confronti di Mel Gibson, più come attore che come regista. Ma è proprio il personaggio che mi piace: la vena di follia che contraddistingue la sua carriera, le scelte (non tutte le volte da me apprezzate) molto coraggiose che ha compiuto dietro la macchina da presa, le storie che ha voluto raccontare. Da un certo punto di vista, è un autore radicale, di cui spesso non riesco proprio a digerire lo stile, ma di cui apprezzo la coerenza.
Inoltre, quelli che subiscono l’ostracismo di Hollywood per futili motivi vanno difesi a ogni costo. Ed è bello vedere Gibson rientrare nel cinema che conta dalla porta principale, con tanto di nomination a valanga, nonostante le scarse possibilità di vincere qualcosa; in un anno molto probabilmente monopolizzato da problematiche di natura extra cinematografica, sarà difficile che un film come Hacksaw Ridge porti a casa premi non tecnici. Lasciamo stare che per me un Oscar per il montaggio del suono vale di più di un Oscar per la miglior sceneggiatura. Purtroppo il grande pubblico non sa neppure cosa sia il montaggio del suono e quindi gli Oscar tecnici passano per premi minori, quando non lo sono affatto.
Appunto per i cinefili: se non capite una cosa, non vuol dire che non sia importante.
Chiusa parentesi e passiamo al film.
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Credo che Hacksaw Ridge esista apposta per far incazzare i fighetti di ogni latitudine. È un film così potente e corposo che quelli abituati al cinemino indie-depresso potrebbero avere il cervello vaporizzato dalle due ore di visione dell’ultima opera di Gibson. E leggere le balbettanti scuse dei poveretti a cui il film non è piaciuto per motivi che vanno dal risibile al completamente imbecille è, per la sottoscritta, una vera e propria goduria. Il discorso è sempre il medesimo: non si riesce a capire la portata di un film e lo si accusa da un punto di vista ideologico, perché si è del tutto privi degli strumenti tecnici e culturali necessari ad affrontarlo con cognizione di causa. Ovviamente non parlo delle persone che non apprezzano i film di guerra (sono gusti) o di quelle che trovano lo stile di Gibson pesante ed eccessivamente carico. Sono anche io tra loro, non in questo caso specifico, dove mi è parso che il buon Mel sia diventato un cineasta maturo, capace persino di procedere per sottrazione e non per accumulo. Non mancano le classiche “gibsonate”, come i ralenty a profusione e l’insistenza sul dettaglio cruento. Solo che, in Hacksaw Ridge, è tutto perfettamente funzionale alla vicenda narrata, vicenda che, ribadiamolo, è reale e da cui, anzi, Gibson ha eliminato alcuni elementi che rischiavano di risultare esagerati.
Si può imputare tutto a Gibson, tranne che le ricostruzioni storiche dei film da lui diretti non siano molto accurate e Hacksaw Ridge non fa eccezione: tutte quelle cose, Desmond Doss le ha fatte sul serio. Potete strepitare fino a farvi cadere le corde vocali o scrivere articoletti al vetriolo sui vostri blog a proposito di quanto Gibson sia patriottico e guerrafondaio, ma non potete cambiare la storia.

Un uomo che è andato in guerra senza portare armi ed è riuscito a salvare una settantina di suoi compagni, senza neppure sparare un colpo.
Potrebbe essere un vecchio fumetto del Cap e invece è accaduto veramente, questa persona è esistita, è morta una decina di anni fa ed è stata uno dei pochi supereroi reali a calcare il suolo terrestre. Se la celebrazione di un individuo simile vi infastidisce in qualche modo, il problema è tutto vostro, ma non rompete i coglioni a Mel Gibson.
Hacksaw Ridge, tanto per cominciare, non è un film guerrafondaio. Al contrario, trasmette un tale orrore per la guerra, calca così la mano sul lato fisicamente più ripugnante di un conflitto armato, che mi riesce difficile capire come diavolo sia venuto in mente a qualche anima candida di definirlo guerrafondaio. Tutto ciò che resta, alla fine della visione, è la repulsione totale nei confronti di ogni forma di violenza, un senso di malessere che fa rivoltare lo stomaco. Non c’è alcuna esaltazione estetizzante del gesto eroico fine a se stesso. Semmai, quando Gibson ci mette l’enfasi (e la usa con la sua proverbiale delicatezza, pari a quella di un camion articolato), è tutta su un eroismo che mira a salvare delle vite, senza che queste vengano tolte agli altri. Ma quando si uccide e si muore, lo si fa nel fango, urlando e piangendo, impazziti di terrore, correndo su un tappeto di corpi fatti a pezzi e divorati dai topi. L’esaltazione della guerra in quanto tale, ce la può vedere solo un mentecatto, in un film del genere. E, se vi sentite offesi, è di nuovo un problema tutto vostro. Non è colpa mia se sacrificate la vostra intelligenza sull’altare di un pregiudizio.

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Detto ciò, si è fatto un gran parlare della seconda ora di Hacksaw Ridge, contrapponendola alla prima, quasi giudicandola un film a parte e relegando il lungo prologo antecedente la battaglia vera e propria a un rumore di fondo. Secondo me non è così: le due sezioni del film sono assolutamente complementari; la seconda non potrebbe sussistere senza la prima, perché è la prima che definisce il personaggio di Doss e ne chiarisce le motivazioni. Perché Hacksaw Ridge è sì un film sulla guerra, ma prima di tutto è un film sulla fede, sui principi e anche sulle contraddizioni a cui si va incontro quando si hanno fede e principi incrollabili, come li aveva Doss, un uomo profondamente religioso, che aveva scelto di non uccidere in nome della sua religione e che da lì non si è mai spostato di un millimetro, restando coerente con la propria morale in ogni singolo aspetto della sua vita: dal non mangiare carne, al non rispondere alle provocazioni degli altri soldati durante l’addestramento, al rapporto con il padre, con la fidanzata, con ogni persona con cui avesse a che fare, l’esistenza di Doss è stata contrassegnata dal rifiuto, totale e categorico della violenza. E Gibson fa benissimo a parlarci tanto di lui, prima di portarlo sul campo di battaglia. Se non avesse fatto così, la scelta di Doss poteva quasi sembrare un capriccio, la presa di posizione di un pazzo cocciuto.
Ed è proprio nella prima ora che Gibson dimostra di essere diventato un regista maturo e consapevole, nel portare avanti la storia lentamente, senza correre subito nella frenesia della guerra. Ecco, senza quella prima ora, le accuse che sono piovute addosso al film avrebbero potuto avere anche qualche legittimità. E invece no. Basterebbe solo prestare un minimo di attenzione a tutte le scene che vedono coinvolto il padre di Doss (Hugo Weaving, la cui mancata nomination grida vendetta) per rendersi conto di cosa il regista pensi davvero della guerra, anche più dei corpi smembrati che costellano la seconda parte.

E poi la battaglia arriva sul serio. E Gibson compie un’operazione molto ardita da un punto di vista cinematografico. Per spiegarla, dobbiamo viaggiare indietro nel tempo di quasi vent’anni, a quando Spielberg rivoluzionò il modo di portare i conflitti su grande schermo con la sequenza iniziale di Salvate il Soldato Ryan, usando una tecnica per l’epoca del tutto nuova, che portava lo spettatore all’immersione totale, come se fosse presente sul campo di battaglia. La shacky-cam, così utilizzata (con tutta una serie di accorgimenti tecnologici che hanno fatto fare un bel balzo in avanti alla storia del cinema) è diventata in seguito una specie di dazio da pagare per la rappresentazione delle guerre al cinema ed è tornata molto utile soprattutto quando si trattava di filmare la “sporcizia” dei conflitti moderni. Però, dopo vent’anni anche basta. Si è arrivati a un’esasperazione tale di quello stile che non se ne poteva proprio più.
Gibson fa un passo indietro, nel senso di tornare a una messa in scena più classica e, allo stesso tempo, un ulteriore passo avanti, dandoci una delle più esplicite e insostenibili sequenze di guerra mai apparse sullo schermo. Era davvero da quando ho visto Salvate il Soldato Ryan in sala che non uscivo traumatizzata da un war movie. E io di war movie ne ho visti a centinaia.

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La guerra  si può anche decidere di non mostrarla, di azzerare del tutto il fattore violenza e mantenersi il più astratti possibile. Non è una scelta sbagliata, e ha molto a che vedere con l’impossibilità di rappresentare un orrore che è troppo grande. Ma, se al contrario si decide di metterla in scena, non ci si può e non ci deve nascondere. Non la si può edulcorare, bisogna andarci giù pesanti, bisogna tramortirlo, lo spettatore, rendergli la vita impossibile per almeno una mezz’ora. E Gibson fa esattamente questo. Non si vergogna di usare persino dei trucchi mutuati dal cinema dell’orrore, come i jump scares, non si tira indietro di fronte ad alcun dettaglio macabro o rivoltante, addirittura, non ha paura del gore e della bassa macelleria, e scarica addosso al pubblico questa quantità impressionante di violenza per esaltare il suo contrario.

La grandezza di Hacksaw Ridge sta nella pulizia visiva, nella semplicità e nella chiarezza con cui la battaglia è messa in scena. Gibson è morbido, non è mai nervoso, usa pochissimo la macchina a mano e, anche quando la usa, fa in modo che sia comunque stabile, ferma, decisa, puntata nel cuore dell’azione. Una cosa da cinema anni ’40, ma con ogni risorsa a disposizione della tecnica cinematografica moderna. Uno spettacolo. Orribile, pauroso, che ti rade al suolo. Ma comunque uno spettacolo sontuoso.
Di fronte a un’opera di questa statura, sarebbe meglio tacere e ringraziare. O almeno evitare di parlare a sproposito, accampando accuse di retorica e patriottismo (questo poi, quando sarebbe un’accusa). Ho anche letto da qualche parte l’espressione “guerra discutibile”.
Allora ditelo che non capite un cazzo e facciamo prima.

25 commenti

  1. pure io voglio un sacco di bene a Mel Gibson – come attore e come regista, una cosa come “Apocalypto” fa tremare i polsi ancora oggi – ma non mi sento una fighetta indie, un mentecatto e tantomeno una timorosa testa di cazzo nel definire “Hacksaw Ridge” un poderoso film di merda, piantato su una concezione di cinema autoriale ed estremamente personale – la visione cristiana di Gibson – che a me fa vomitare (era giá successo in The Passion, far risaltare il sacrificio e l’amore per contrasto, calcando la mano sul sangue) e, ultimo ma non ultimo, al confronto della violenza cieca e totalizzante di Spielberg, gli effetti pallottola in CGI, le portaerei e le granate calciate a mezz’aria di Gibson fanno ridere.
    Se penso a dei war movie antibellici penso a DePalma, Stone, Kubrik, non a uno spot della destra ultracattolica americana.

    Ecco perchè secondo me Hacksaw Ridge è un film del cazzo.
    Ma oh, forse non ne capisco io di cinema.

    1. A me nessuno è ancora riuscito a motivare per quale motivo il film sia da considerarsi di destra

  2. perchè promuove dei valori riconducibili a una visione politica di destra, e lo fa caricandoli di un messaggio cristiano rozzo e manicheista.
    Doss steso in barella e sollevato controluce in posa cristologica fa capire il metro di giudizio dell’autore. Non è questione di mano pesante e irruenza creativa, è proprio che Mel è di quelli che parlano con gli angeli, imho

    1. Quale sarebbe questo messaggio? Quali sarebbero questi valori?

      1. il messaggio di uno che nelle interviste dichiara “The Holy Ghost was working through me on this film, and I was just direction traffic”, dai che ci siamo capiti. :-).

        1. Scusa, ma cosa c’è di male? No, davvero, non capisco. Non ti sto prendendo per il culo, non ci arrivo proprio.

          1. Niente di male.
            Prima che tutti inizino a stracciarsi le vesti e percuotersi il petto, preciso che non si tratta di mancare di rispetto alla figura di Desmond Doss – uno con i coglioni quadri a prescindere – o di prendersi gioco del cristianesimo – sono ateo, le religioni non sono un problema nella misura in cui non recano danno agli altri – è solo diffidenza verso l’opera di un uomo che pensa determinate cose e indifferenza verso un film che trovo estremamente banale secondo i miei gusti personali (al pari di “We were soldiers”, per fare un esempio, e a differenza di “Kilo Two Bravo”, per farne un altro).

            Poi oh, non pretendo di convincere nessuno, alla fine ognuno si terrà la sue opinioni e bella pe tutti

          2. Trovarlo banale ci mancherebbe, nessuno te lo impedisce. Trovarlo banale perché Gibson la pensa in un certo modo, perdonami, ma ancora non ho capito in che modo il pensiero del suo regista dovrebbe influire sulla resa artistica di un film. Si può non condividere il modo di pensarla di Gibson ed è ok, non lo condivido neanche io. Io sono agnostica e anche per me le religioni costituiscono un problema solo se vengono a rompere le palle a me, quindi siamo praticamente nella stessa situazione.
            Eppure non vedo come la storia di un uomo molto religioso narrata da un uomo altrettanto religioso possa essere brutta in quanto tale.
            Poi, se mi dici che lo stile di Gibson non fa per te, se non ti è piaciuta l’inquadratura cristologica di Doss sulla barella, non è che ti vengo a cercare a casa, anzi 😀
            Ma sono due piani differenti.

  3. Danilo Oberti · · Rispondi

    Io amo i film di guerra. Ci sono cresciuto. Sono appassionato di storia militare. E scusate, ma MI SONO ROTTO IL CAZZO di gente che decide che certe cose (le granate calciate via, o altre cose che sembrano impossibili) non sono reali. Mi ricordo qualcuno definire un’americanata Blackhawk Down perchè il conto delle vittime somale era fuori scala rispetto a quelle americane. E’ andata così FATEVENE UNA CAZZO DI RAGIONE! Leggetevi qualche libro, e vene ne farete una cazzo di ragione. Forse. Sempre che la storia riesca a perforare la vostra patina di pregiudizio radical chic. Del cazzo. Passo e chiudo.

    1. I film di guerra non sono per tutti. Se uno si sente offeso può limitarsi a non guardarli.
      Poi questo film è criticabile da parecchi punti di vista, come ogni film sulla faccia della terra e si è liberissimi di non farselo piacere.
      Ma davvero, basta rompere le palle con la destra perché non ha senso.

  4. Kara Lafayette · · Rispondi

    La mediocrità della propria vita fa giudicare quella di Dos come impossibile, esagerata. Scusate tanto se un cattolico praticante e fedele ai propri principi, ha salvato tutte quelle vite. Scusate se Mel Gibson ha narrato tale personaggio realmente esistito come un eroe. Forse non lo è stato, secondo la vostra grandiosa esperienza nei campi di battaglia? Io pure mi sono rotta il cazzo di questi metri di giudizio. E pure di questa tendenza a ridicolizzare il cattolico in quanto tale, come se adinolfi ne fosse l’unico rappresentante.

    1. Che poi neanche era cattolico. Mel Gibson è cattolico, Doss era un avventista del settimo giorno!
      Comunque, sì, non credo sia una bella mossa ridicolizzare la fede altrui, soprattutto quando è sincera e non reca danno a nessuno.

      1. Kara Lafayette · · Rispondi

        Sì, sorry, lui era avventista del settimo giorno. Il punto è che, dopo aver visto il film, sminuirlo o criticarlo perché la fede non ci piace è incomprensibile. Anche perché non ci viene sbattuta in faccia in modo ricattatorio. Doss stesso, nel film, afferma di essere strano. Non dice di essere migliore di nessuno, non impone i suoi principi. Vuole solo la libertà di perseguirli, poiché non recano nessun danno. E mi pare una cosa bella e basta.
        Che il film possa far schifo per ragioni cinefile ok, ma concettualmente lo trovo assurdo.

        Che poi lo dico io che la fede non mi appartiene. 😀

  5. Andrò a vederlo senz’altro, la storia mi attira molto

  6. Del buon Mlel, come regista, avevo amato il suo debutto: l’uomo senza volto, se non ricordo male. Poi The passion e Apoacalypto mi hanno deluso per via del suo stile ridondante e pesante. Però a me piacciono, a prescindere, le persone che hanno un’idea o una fede e la portano avanti con convinzione e tenacia.
    Gibson penso lo sia. Lui è un cattolico osservante ed è giusto che faccia un film in cui un uomo di fede è il personaggio principale, voglio dire: per fortuna non so fare un cazzo, ma se facessi film hai voglia di quanto romperei le scatole con gli eroi legati alla mia ideologia.
    Si, per me il cinema di Gibson ha la potenza dell’ideologia o della fede, un fatto positivo in un mondo dove tutti vogliono apparire distaccati, obiettivi e trattenuti
    Non mi piace il suo cinema a livello personale, però uno che ti fa un film recitato in latino, sanscrito e in altre lingue morte, fa un atto a suo modo politico, ricordando che Gesù non è un “grande americano” ( citazione del film “candidato a sorpresa” )ma un tizio nato secoli e secoli fa
    Sinceramente non so se andrò a veder questo film, pur amando il cinema di guerra, però un’opera che parla di un tizio che rifiuta di uccidere altre persone e ne subisce le conseguenze sia positive che negative, mi par che non risulti simpatico agli altri soldati se ho capito bene. non è proprio un eroe della destra guerrafondaia.
    Comprendo invece che ai nostri tempi dia fastidio l’idea di religione e la figura del credente sia vista come ottusa, irrazionale e per forza nemica delle fragili libertà tanto di voga. Non è forse un pensiero parziale?Di chi magari conosce poco il complesso mondo della religione. Ecco, torniamo a pensare alla complessità delle cose e delle persone, magari ci potrebbe aiutare

    ps: per quanto riguarda gli oscar mi auguro vi sia il trionfo di Jeff Bridges.

    1. Lo sai che su alcune cose, pur da punti di vista differenti, la pensiamo nella stessa maniera: piacciono anche a me i cineasti con una visione molto personale e con delle idee forti.
      E ti assicuro che Hacksaw Ridge non è un film guerrafondaio, anzi, credo che se si vuol far cambiare idea a un guerrafondaio, lo si dovrebbe sottoporre alla cura Ludovico a base solo di questo film.
      Temo che Bridges abbia poche possibilità. Vincerà il tizio che appare tre minuti e mezzo in Moonlight, che a me non è piaciuto affatto.

      1. Ma, esattamente, come potrebbe mai essere considerato guerrafondaio un film imperniato su di un protagonista -avventista del settimo giorno: e allora?- che ripudia la guerra, oltretutto mettendo in continuazione a repentaglio la propria vita direttamente SUL campo di battaglia (un campo di battaglia in cui, tra l’altro, il “gore” Gibsoniano è tutto tranne che fuori luogo)? E come si può fare apologia della guerra tramite una figura che da guerrafondai e interventisti ad ogni costo verrebbe considerata né più né meno alla stregua di un “cagasotto” (perché ancora oggi mi capita di sentirla questa cazzata, riferita all’obiezione di coscienza)? Se mai Mel avesse voluto girare un film bellico/patriottico in senso tradizionale, di certo non sarebbe stato Desmond Doss il protagonista…

        1. Il problema è che, come si nota anche dal commento di Andrea qui sotto, non è tanto l’essere guerrafondaio, quanto l’essere religioso. Da quello che ho capito, i detrattori sono infastiditi dalla fede del protagonista.
          Che a me pare un atteggiamento un po’ sopra le righe.

          1. Giuseppe · ·

            Effettivamente, non vedo come la fede qui possa “depotenziare” il personaggio o, ancora, costituire un valore indispensabile e vincolante per poterne apprezzare fino in fondo le gesta: io, da laico/agnostico/ateo (o, nel caso, di altra confessione religiosa) posso benissimo inchinarmi al coraggio di Doss come uomo, al di là delle convinzioni personali che lo spingono a salvare vite e non uccidere in nessun caso (avventista del settimo giorno? Niente più di un dettaglio che non inficia assolutamente il valore delle sue azioni, per me)…

  7. Applausi a scena aperta, condivido in toto. Mel è tornato alla grande, film eccezionale con un Andrew Garfield sempre bravissimo. Sono cresciuto con Mel attore e credo che Apocalypto sia un filmone, quindi sono stracontento delle nomination e del successo del film.

    1. Io Apocalypto devo rivederlo, perché ne ho un ricordo molto vago. Ma lo farò a breve!
      Anche io sono contentissima per il successo di Mel!

      1. Kara Lafayette · · Rispondi

        Apocalypto è su Netflix ❤. Secondo me è un bel filmazzo, a differenza de La Passione di Cristo, che al tempo trovai pesantissimo.

  8. Visto anch’io, perchè anche io a Gibson ci sono affezionato al di là del suo pensiero politico, se non altro perchè – sia nei film che interpreta che in quelli che dirige – Mel sa che se spari è probabile che ti sparino contro, e che se ti sparano non ti mancano ma ti colpiscono, e che se ti catturano ti torturano e non stanno a scambiarsi battutine goliardiche apsettando che tu li faccia fuori.
    HR mi è piaciuto ma non l’ho trovato affatto “sontuoso”: Gibson, soprattutto nella prima parte, si conferma regista un po’ scolastico e soprattutto terribilmente didascalico e privo di sottigliezza, di quelli che se vogliono comunicare qualcosa la fanno declamare a gran voce ai protagonisti e per rimarcare l’intensità di un momento ci piazzano un ralenty o un primo piano infinito. La seconda parte prettamente bellica è ben strutturata, ma anche lì non mancano quelle che un tempo venivano definite “americanate”, con superiori d’acciaio che non cambiano espressione neanche se gambizzati e calci rotanti per allontanare granate. Tutto lecito nel contesto dei film di guerra “tradizionali”, ma ribadisco non me la sento di definire sontuoso HR anche per questi motivi.
    L’impressione – che del resto è la stessa che mi danno altri film diretti da Mel – è che Gibson abbia l’ambizione e possegga il respiro epico per girare grandi film, ma non ci riesce mai appieno, gli manca forse proprio culturalmente quel qualcosa che differenzia i buoni registi dai grandi; però è onesto e a tratti riesce anche ad essere toccante, e questi sono aspetti che non è così facile ritovare in un cineasta oggidì.
    Trovo fuori fuoco le polemiche relative al reazionarismo guerrafondaio che traspare dalla pellicola, anche se a rigor di logica è quasi altrettanto difficile dimostrare che si tratti di un film anti-bellicista, con il protagonista pacifista che comunque non nega il senso della guerra, vuole soltanto contribuire in prima persona alle uccisioni, e il solito superiore roccioso che a fine film torna in battaglia declamando “Let’s go to work”.

  9. Nel penultimo rigo mi sono scordato un “non” prima di “contribuire” 🙂

  10. Tania Coppa · · Rispondi

    Sono stata a vedere Salvate il soldato Ryan con la scuola, molti anni or sono. Non lo dimenticherò mai, a parte il fatto che con il Dolby surround (all’epoca una novità) ero certa che mi sarebbe arrivata una pallottola in testa, è un film fondamentale, che tutti dovrebbero vedere almeno una volta, tutti, anche chi si impressiona come me, per capire quanto sia non solo Orribile, ma anche vuota di significato, la guerra una volta giunti nel campo di battaglia, con ragazzi di 18 anni, spaventati e macellati dalle bombe che muoiono nel terrore chiamando la mamma .
    Sinceramente dal trailer credevo che questo film fosse si interessante, ma un po’ un’Americanata, di quelle degli eroi senza macchia e senza paura che salvano tutti ecc ecc, ma la tua recensione mi ha fatta ricredere, e adesso penso che lo guarderò. Grazie

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