Aspettando The Final Chapter – Resident Evil: Afterlife

resident-evil-afterlife-poster-milla-jovovich-01 Regia – Paul W.S. Anderson (2010)

La scorsa settimana abbiamo parlato del capitolo migliore della saga di RE.
Oggi parliamo del film più ignorante, cafone e arrogante della storia del cinema. Non c’è infatti Fast & Furious che tenga. E neppure lo stesso Anderson sarebbe stato in grado di superarsi, due anni dopo. Non esiste nulla che somigli ad Afterlife, e questo è valido sia per i suoi detrattori che per i suoi estimatori, che credo saremmo io e un paio di altri dementi sparsi in giro per il globo.
Eppure, se il mio cervello è consapevole di come Extinction lo surclassi in ogni aspetto e reparto, il mio cuore batte a tutta callara per Afterlife.
E non è questione di guilty pleasure. Io non mi sento affatto colpevole a dire che Afterlife mi piace da matti. Anzi, è un film che, sinceramente ammiro. Ne ammiro la spudoratezza, la volontà precisa di demolire qualsiasi forma di verosimiglianza, la consapevolezza di muoversi in un territorio in cui vale davvero tutto. In un certo senso, se un pazzo mi desse qualche decina di milioni di dollari e mi dicesse: “Vai, ora gioca”, uscirebbe fuori una cosa simile.
Con la differenza che Paul W. sa girare. Io no, e quindi combinerei un casino, perché anche le smargiassate devi, in qualche modo, gestirle, indirizzarle, dar loro una forma se non narrativamente coerente, almeno stilisticamente compatta.
E, in questo, mi dispiace per gli haters, ma Paul W. è un maestro.

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L’ho visto al cinema, Afterlife. Era il 2010 e il 3D era ancora di moda. Diciamo pure che impazzava e che quasi ogni film a budget medio-alto doveva uscire in 3D. In seguito la cosa è andata, fortunatamente, scemando, ma all’epoca (sembra davvero un’altra epoca) o si girava in 3D o si riconvertiva il girato in post-produzione. Per ovvi motivi, nel secondo caso, l’effetto andava dal superfluo all’orribile. Ma Paul W. non è il tipo che rinuncia al divertimento e gira il suo Afterlife in 3D, facendone un uso straordinario e dimostrando di saper sfruttare al massimo le potenzialità di un mezzo limitato e francamente poco utile.
In sala, con uno schermo enorme e i gli occhialini sul naso, Afterlife fu un’esperienza cinematografica totale.
Non ridete.
Vi ho visto, smettete di ridere.
Lasciatemi spiegare.
La cifra stilistica di tutto Afterlife è l’esagerazione. Ogni cosa è sempre “troppo”. Il campo è “troppo” profondo, i colori sono “troppo” saturi, l’azione è “troppo” pompata, i ralenty sono “troppo” lunghi, il ritmo è “troppo” alto. In un qualsiasi altro film, tutta questa esagerazione non la si sarebbe potuta gestire, ma non in Afterlife. Afterlife, grazie a quel signore dietro la macchina da presa che molti amano sbeffeggiare e non prendere mai sul serio, funziona proprio in virtù dell’esagerazione, e non perché ironizza su se stesso (sì, anche questa componente esiste, ma è minoritaria), ma perché non si vergogna mai e porta avanti la sua corsa gloriosa verso l’eccesso con un entusiasmo che è tipico della serie B, quella zona franca in cui ti puoi permettere di fare qualunque cosa, tanto non devi rendere conto a nessuno, tanto non fai neppure la proiezione di rito con la critica: lo sai già cosa penseranno i critici del tuo film. E tu, semplicemente, te ne fotti.
Così si fa, Paul W.

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Certo, se questo tipo di cinema vi fa ribrezzo, tra voi e Afterlife sarà odio a prima vista, com’è normale. Non sto dicendo che il film debba piacervi per forza, ma bisogna comprendere che Anderson non è né un dilettante né un regista che fa le cose a casaccio, buttando roba dentro l’inquadratura solo per riempirla. Al contrario, c’è un’orchestrazione complessa e ragionata dietro ogni sequenza, che permette al nostro occhio di dirigersi dove Anderson vuole, ovvero nel cuore stesso dell’azione.

Pensate a scene come l’attacco di Alice, moltiplicata in tanti cloni, alla sede di Tokio della Umbrella (anche se, oggi, i vfx sono un po’ scricchiolanti) o quella sul tetto del carcere, con sette personaggi, più un’orda di zombie, più Milla che si lancia attaccata a un cavo, corre lungo la parete dell’edificio e atterra sparando ai non morti con le sue armi caricate a monetine, o quella, davvero magnifica, nelle docce, dove si distingue ogni singola goccia d’acqua che piove in testa ad Alice e Claire mentre combattono con il mostro di turno (il coattissimo Axeman): sono da manuale.
Di come non fare il cinema, penserà sicuramente qualcuno tra voi. Eppure non è proprio così, perché il cinema di Anderson è di una specie molto particolare, difficile anche da assimilare ad altra roba, sulla carta, analoga. Io stessa faccio fatica a trovare dei termini di paragone, perché la precisione quasi chirurgica con cui Anderson allestisce i suoi balletti a base di ignoranza certificata non riesco a trovarla in nessun’altro. E, per renderci conto di cosa stiamo parlando, basta dare un’occhiata al secondo capito della saga di RE, che è un lungo, noiosissimo, gigantesco vorrei mai non posso.
In un certo senso, Anderson è unico al mondo.

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Forse, l’unico termine di paragone cinematografico che ha senso, parlando di Anderson, sono i film di serie B e a basso budget della vecchia, gloriosa Cannon, ma realizzati con professionalità maggiore, un pozzo di soldi e (perdonatemi) uno sguardo che ha un qualcosa di visionario, anche se annegato nella necessità di far esplodere tutto ciò che si muove.
Afterlife è poi unico persino all’interno della stessa filmografia di Anderson. Lo abbiamo detto prima: non è riuscito a emulare una roba così fracassona neanche nel film successivo della stessa saga che, in confronto a questo, è decisamente più anonimo e controllato.
In Afterlife, Anderson pare fregarsene di ogni regola esistente al mondo e, per metterla giù il più semplice possibile, si diverte a strafare. Afterlife, non avendo alcun riguardo nei confronti di concetti come trama e coerenza narrativa, è un’esibizione  muscolare della bravura di Anderson a mettere in scena sequenze action che sfidano a testa alta tutti i film di supereroi mai apparsi sulla terra. E sono anche girate meglio. Beccati questa, MCU!
Poi, nell’ansia di fare tutto e farlo più grosso, Anderson prende un paio di toppe, tipo l’emulazione di Matrix con tanto di pallottole schivate dal super cattivo, un momento che crea un certo imbarazzo anche in un’affezionatissima come la sottoscritta. Tuttavia, poi arrivano i dobermann mutanti, viene citato Carpenter e lo scivolone è presto dimenticato.
Afterlife è il classico film che riesce molto facile odiare, senza rendersi conto di odiarlo per quelle che sono le sue qualità migliori: se un RE non lo giri così, come lo si dovrebbe mai girare?

11 commenti

  1. Mi sto rivedendo la saga, considerando che li ho visti al cinema ormai anni or sono. Per ora ho rivisto i primi due e condivido i tuoi pareri e sul tre so che siamo d’accordo perché lo ricordo come il mio preferito. Questo invece mi pare mi avesse sconvolto ai suoi tempi, in senso negativo, però son curioso comunque di rivederlo e scoprire l’effetto che fa 😀

    1. È di una cafonaggine totale e assoluta, senza rivali.
      A me è piaciuto proprio per questo, anche perché, nel film successivo, Anderson non è più riuscito a strafare in questo modo barbaro.
      L’ho rivisto cinque o sei volte e ogni volta mi sono divertita tantissimo 😀

  2. La scena dell’Axeman (oltre al fatto che lo fecero da Dio) é ancora oggi una di quelle che amo e ricordo di più di questa saga ❤ ❤ ❤

  3. Giuseppe · · Rispondi

    Afterlife è così: tanto, di tutto e di più. Prendere o lasciare. E io ho preso (tenendomi buono pure l’omaggio a Matrix) 😉 , anche se non in quella modalità 3D che qui ci fa il suo bel figurone e questo è intuitivo già sulla base di una normale visione “bidimensionale”, vedasi ad esempio proprio la scena delle docce con l’attacco di Axeman…
    P.S. Dominic Toretto, con le sue doti, non avrebbe per niente sfigurato in un mondo devastato dalla Umbrella: chissà se Anderson ha mai preso in considerazione la possibilità di realizzare un cross-over del tipo Resident Furious o Fast & Evil 😉

    1. Ma infatti lo sai che ci penso spesso, senza arrivare a un cross-over che non penso esisterà mai, a un episodio di F&F diretto da Anderson?
      Sarebbe una cosa pazzesca da vedere.
      Lo odierebbero tutti 😀

      1. Giuseppe · · Rispondi

        Tutti tranne noi (Paul, pensaci: automobilisticamente parlando, fra un Death Race e un F&F il passo non mi sembra poi così lungo, no?) 😉
        Eh, sì, mi sa che non vedremo mai Dom dare un passaggio ad Alice… ma me li voglio comunque immaginare in un auto rombante, circondati da zombie:
        Alice (sorride): “Gentile da parte tua passare a prendermi”
        Toretto (restituendo il sorriso a mezza bocca): “Beh, sai, pensavo che ti stessi annoiando in mezzo a questo MORTORIO”
        e via, sgommando e falciando creature a destra e a manca 😉

  4. Fulci Forever · · Rispondi

    Guardate che la cosa alla Matrix è stata ripresa dal quinto Resident Evil…Difatti non il più riuscito della saga.

    1. No, no, c’è anche nel quarto: quando si scontrano con il boss nella nave Arcadia.

  5. Fulci forever · · Rispondi

    Intendevo Resident Evil 5 il videogioco. Non considero i RE film come RE. 😀

    1. Sì, ma comunque io del film parlavo. Non so come funzioni nel videogioco, perché io al 5 non ho mai giocato, ma nel film è comunque un momento molto, molto brutto 😀

  6. Fulci forever · · Rispondi

    Nonostante sia più fan del gioco (ci sono cresciuto) quel momento non è troppo meglio di quello nel film.
    Del resto il gioco ha vissuto dal 2005 un periodo action tamarro quasi come i film mentre da un pò ha ritrovato il gusto da survival horror. E meno male.
    Non a caso ora che finiscono coi film i giochi tornano ad essere parecchio orrorifici.
    Non credo alle coincidenze. 😀

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