Aspettando The Final Chapter – Resident Evil: Extinction

resident_evil_extinction Regia – Russel Mulcahy (2007)

Se, per il secondo capitolo della saga, la produzione fece il madornale errore di mettere il film nelle mani di un non-regista, con il terzo si corre ai ripari e Anderson in persona assolda Mulcahy, riesumandolo direttamente dagli anni ’80, dove si aggirava smarrito dai tempi del secondo Highlander.
Il risultato di questa scelta è, a oggi, il miglior film dell’intera serie, superiore di parecchie lunghezze al primo, neanche da mettere a paragone con lo sfacelo del secondo e, nonostante io sia un’amante della cafonaggine senza vergogna di Anderson, molto più cinematografico dei suoi successori. Ha, innanzitutto, un’estetica completamente diversa rispetto al resto della saga, estetica che torna a trionfare solo nella parte finale e nei primissimi minuti, che stanno lì a chiudere il film come due parentesi. Ed è proprio l’incipit di Extincion a mettere subito le cose in chiaro: dopo un risveglio di Alice che è una replica quasi esatta del capostipite, giù in quello che sembra il vecchio alveare della Umbrella, ci ritroviamo in pieno sole, in mezzo al deserto del Nevada. Un distacco netto dalle atmosfere asettiche e, nella maggior parte dei casi, notturne, di RE e Apocalypse.
Un bell’horror alla luce del giorno, quindi. E la parola horror non è usata a sproposito, in questo caso, perché Extinction è forse l’unico horror puro della serie, e anche un raro caso di classificazione R.

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Anni dopo gli eventi che avevano portato alla distruzione di Racoon City, il mondo è ormai preda del virus T. Ritroviamo la nostra Alice (sempre interpretata da Milla Jovovich), che attraversa da sola il deserto in sella a una moto. In un laboratorio della Umbrella non troppo distante, il dottor Isaacs conduce esperimenti su vari cloni di Alice e su alcuni zombie potenziati e dotati di una forma molto rudimentale di intelligenza allo scopo di addestrarli. Lungo la strada si muove anche un convoglio di sopravvissuti capitanato da Claire Redfield (Ali Larter). Alice si unirà al convoglio e, insieme a Claire e ai suoi compagni di viaggio, dovranno fermare i loschi piani della Umbrella, fregargli la benzina e andare alla ricerca di un rifugio sicuro in Alaska, che dovrebbe essere immune al virus T.

Più che un Resident Evil, Extinction è Mad Max che incontra Day of the Dead che incontra Alien 4 che incontra Non Aprite quella Porta. Se non ci fossero i rimandi ai personaggi del videogioco, come Claire e Carlos e se non comparisse ogni tanto il logo della Umbrella, non si avrebbe neppure la percezione di trovarsi all’interno della saga. È il film che, più di tutti gli altri, prende le distanze dal gioco e va per una strada tutta sua. Proprio la sua essenza profondamente derivativa lo rende uno strano impasto dall’identità spiccata, che sfugge al controllo di CAPCOM e Sony e si erge beffardo sulle macerie dei suoi riferimenti datati e, nel 2007, quasi dimenticati.
Persino la colonna sonora, pur con la ripresa del tema portante di RE, è diversa, musiche di repertorio comprese, tra cui spiccano gli Iron Butterfly, sempre graditissimi da queste parti.

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Anche se, dietro al progetto, in qualità di produttore e sceneggiatore (di uno script di mezza pagina macchiata di caffè) c’è sempre Anderson, Extinction è una bestia rara che arriva dritta da dove si trovava a vagare smarrito il suo regista, gli anni ’80, e di quel decennio porta impresso il marchio, molto prima dei film derivativi e citazionisti che impazzano nell’anno del signore 2017.
I meriti vanno riconosciuti ed Extinction è di sicuro un prodotto in anticipo sui tempi, molto probabilmente perché Mulcahy è rimasto legato a un’estetica ben precisa e da lì non si è mai mosso o forse perché fu un’operazione costruita a tavolino, quando quel furbone di Anderson cominciò ad annusare l’aria che stava cominciando a tirare.

Una cosa è certa: lo stile visuale di Mulcahy deve aver influito, in qualche modo, su quello di Anderson regista e lo stesso Mulcahy è stato, per l’epoca in cui ha diretto Highlander, un regista innovativo, con un approccio molto muscolare e aggressivo e una rapidità, di movimenti di macchina e, soprattutto, montaggio, che nel 1986 non era da dare per scontata, neanche nel cinema d’azione.
La scelta di Mulcahy è l’ennesima dimostrazione di quanto Anderson sia, in fin dei conti, un geniaccio nel suo campo: non c’erano motivi commerciali validi per non proporre al pubblico un clone di Apocalypse. Il film aveva incassato più del primo e parlare di critici e di Anderson nella stessa riga potrebbe portare al collasso dell’universo. Quindi le ragioni di produrre un film che, nei risultati, si è rivelato essere l’esatto opposto del suo predecessore, sono di natura strettamente artistica. Sì, lo so, anche usare l’aggettivo “artistico” accanto al nome di Anderson può causare il collasso dell’universo. Ma io sono ardita e non mi faccio spaventare da certe quisquilie.

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Extinction possiede tutte le caratteristiche tipiche del B-movie anni ’80: è scorretto, violento, è sporco, poco patinato. Fa storia a sé all’interno della saga e lo si può vedere come un episodio spurio, avulso dal contesto dove torneranno ad adagiarsi i film successivi. Da un certo punto di vista, è anche un film coraggioso, che scommette su un’ambientazione straniante. È ovvio che, a pensarci ora, un convoglio di mezzi corazzati di fortuna che sfreccia nel deserto ci fa venire in mente solo il film del secolo, ma dieci anni fa, chi se lo ricordava Mad Max se non un paio di cinefili sfigati? E il povero Bub de Il Giorno degli Zombi? Per tacere dei cloni di Ripley in Alien – La Clonazione, che sì, era un po’ più recente, ma ingiustamente bistrattato e sbeffeggiato a destra e a manca, nonché rimosso dalla memoria collettiva.
Extinction è un grosso calderone in cui vengono mescolati decine di cliché, spunti narrativi, reminiscenze estetiche di decine di film di genere, tutti, chi più chi meno, con un ruolo fondamentale nell’edificazione di un immaginario che è rimasto sostanzialmente invariato fino a oggi.
E la mano del regista è riuscita a dare coerenza a questo insieme che, gestito da altri, poteva essere un ammasso scoordinato di citazioni. Una coerenza che è soprattutto stilistica, perché la narrativa, in RE è sempre stata una faccenda abbastanza pretestuosa e sfilacciata e la trama non ha mai avuto alcun peso.

Dopo Extinction, la saga sarebbe entrata in una nuova fase, quella in cui Anderson avrebbe ripreso in mano la macchina da presa e non avrebbe più lasciato la regia ad altri. Mulcahy, sarebbe tornato a lavorare in televisione, con sporadici lavori cinematografici, ma mai con un budget anche solo paragonabile a quello di Extinction.
Da questo momento in poi, RE diventa una proprietà esclusiva di Paul W. Anderson, con tutte le conseguenze del caso. Ma Extinction rimane il punto più alto dell’intera saga, una perla di cinema dove di cinema ce n’è comunque pochino.
Di questo film, mi rimarranno per sempre nel cuore il colpo d’occhio mozzafiato di una Las Vegas sommersa dalla sabbia, l’attacco dei corvi che diventa una vera e propria strage con gran spargimento di sangue e, più di tutto il resto, le battute del combattimento finale tra Alice e il dottor Isaacs:
“Io sono il futuro!”
“No, sei solo un altro stronzo. E moriremo tutti e due qui dentro.”
Grazie, signor Mulcahy.

8 commenti

  1. Infatti e quello della saga filmica che preferisco,si le trame dei giochi erano serie B pura ma li conta la giocabilità non essendo giochi di ruolo la trama è secondaria ,comunque Mulcahy omaggia proprio Mad Max con il chiodo senza manica del Kurgan(dmio idolo).

    1. Ma io non parlavo delle trame dei giochi, io mi riferivo a quelle dei film 😀

  2. Il mio italiano non è buono. Ma mi piace gli Film Resident Evil troppo. Apocalypse è il mio preferito. Vedo l’ora di quello che ti scrive su quello nuovo.

    1. Your italian is not bad at all

  3. Giuseppe · · Rispondi

    Dove si dimostra ancora una volta quanto Anderson sapesse fare le proprie scelte, dando un’altra possibilità a quel Russell Mulcahy che non era ancora del tutto artisticamente “morto” dopo Razorback e Highlander: a dire il vero, non lo era nemmeno con il sequel, ma soltanto in quella Renegade Version che fece piazza pulita dell’obbrobrio uscito nelle sale… ricordo che anche fra i feroci detrattori della saga alcuni ammisero perlomeno di trovarsi in presenza di alcune idee interessanti e azzeccate, come i corvi non-morti (ovviamente -come hai scritto- c’è molto di più, ma per me aveva comunque dell’incredibile il fatto che dei non “ResidentEvilisti” potessero averne apprezzato anche solo una piccola parte).
    P.S. Uno di quei due cinefili che dieci anni fa, nella loro sfiga, si trovavano a ricordare in quel contesto tutto quello da te elencato, mi sa proprio che ero io 😉

    1. Peccato solo che poi Mulcahy sia tornato nell’oblio. Io ero convinta che l’aver partecipato a un progetto così grosso lo avrebbe rilanciato. E invece niente.

      1. Giuseppe · · Rispondi

        Non eravamo in pochi a pensarlo, all’epoca. Forse, se fosse stato coinvolto nel franchise almeno per un altro titolo ancora (magari anche uno spin-off sulla falsariga di Degeneration, ma con attori in carne ed ossa) e in tempi brevi, allora avrebbero ricominciato a riprenderlo in considerazione una volta per tutte…

  4. Fulci Forever · · Rispondi

    Mai sopportati sti film…li trovo veramente cialtroni rispetto alla saga videoludica nel suo periodo aureo. Fortuna che finiscono, ora….e la Capcom è tornata a fare Survival Horror. Scusa Lucia, ma non siamo in sintonia. Troppo in fissa con il vero RE.

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