The Girl With All the Gifts

the-girl-with-all-the-gifts-poster-01 Regia – Colm McCarthy (2016)

La prima zombata (ma fino a un certo punto) dell’anno arriva dall’Inghilterra ed è la trasposizione del bel romanzo omonimo di Mike Carey, tradotto da noi in maniera pedestre con La ragazza che sapeva troppo, un titolo che, oltre a non avere nulla a che spartire con la trama del libro, fa andare smarrito il riferimento al mito di Pandora, indispensabile ai fini della comprensione di storia e personaggi. Comunque, a parte l’oscenità del titolo, se vi capita leggetelo, perché è un’ottima, e anche piuttosto originale, vicenda pandemica e post-apocalittica.
Il romanzo, del 2014, è stato un best seller e il suo adattamento cinematografico è stato messo in cantiere molto presto, tanto che le riprese si sono svolte nel corso del 2015. La sceneggiatura è dello stesso Carey, che ha apportato qualche significativo cambiamento rispetto alla fonte letteraria, ma tutto sommato è riuscito a rimanere molto fedele alla sua opera, rispettandone i tratti salienti, pur con dei tagli necessari a rendere più snella la narrazione per immagini.
Il regista McCarthy è, purtroppo, di derivazione televisiva, con un solo lungometraggio all’attivo e decine di puntate di telefilm alle spalle. E questo, va detto subito, pesa molto sulla resa finale del film, che manca un po’ di respiro cinematografico e soffre di una regia anonima, tutta primi piani e macchina a mano, priva di spunti personali o guizzi particolari. Non stiamo parlando di un film “brutto” da un punto di vista estetico, e neanche sciatto o poco curato. Solo che, per la storia che racconta, bellissima, è incredibilmente piatto.

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Ambientato in un futuro dove l’umanità è stata decimata da un fungo che trasforma le persone in bestie antropofaghe, il film si svolge inizialmente in una struttura di ricerca, presidiata dai militari e guidata dalla dottoressa Caldwell (Glenn Close). Non sappiamo con esattezza quali tipi di ricerche vengono condotte nel laboratorio, ma sappiamo che i soggetti sono dei bambini, tenuti sotto stretta sorveglianza, legati, chiusi in piccole celle e trattati alla stregue di belve feroci e pericolose da tutti quelli che entrano in contatto con loro.
Tutti tranne Miss Justineau (Gemma Arterton), che di questi bambini è l’insegnante e ha un rapporto privilegiato con una di loro, Melanie, la nostra “girl with all the gifts”.
Un improvviso attacco da parte degli infetti causa il collasso della struttura. I pochi sopravvissuti si allontanano su un mezzo militare, portandosi dietro Melanie, una risorsa fondamentale per proseguire la ricerca.

Ho cercato di essere il più sintetica possibile per non incorrere in spoiler eccessivi, ma la trama è molto più complessa, strutturata e profonda del breve riassuntino che ho dovuto scrivere. Chi mi legge da un po’ dovrebbe saperlo: presto molta attenzione al lato tecnico dei film che analizzo, ma c’è poco da segnalare, nel caso specifico, perché, se esiste un film valido soprattutto per quello che racconta e non per come lo racconta, questo è The Girl With All the Gifts.
Anche mettersi a fare paragoni con il libro non sarebbe mio costume, ma il film di McCarthy è anche un ottimo esempio di come si possa realizzare un adattamento con una propria autonomia e con delle modifiche funzionali, senza tuttavia tradire in maniera eccessiva il testo da cui si è preso spunto.
È quindi, prima di tutto, un film di attori e scrittura cinematografica, un film dove la macchina da presa se ne sta in secondo piano e si limita a prendere atto della storia che le viene narrata davanti agli occhi. E forse non sarà il massimo per quanto riguarda l’estetica pura, ma la volontà di non fare alcuna concessione alla spettacolarizzazione, di non edulcorare il messaggio ruvido e spietato del romanzo, di mantenere tutta l’ambiguità del personaggio di Melanie, senza però sottrarle il suo ruolo di portatrice di speranza per il futuro del mondo, è ammirevole, ed è da premiare. Ora, se non vi dispiace, e se non avete letto il libro o visto il film, vi pregherei di non proseguire, perché fioccheranno grossi SPOILER.

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L’idea alla base di romanzo e film non è tanto la solita storia della pandemia che ha distrutto l’umanità e del manipolo di eroici sopravvissuti a zonzo per i territori devastati. Certo, è una componente, ma non è il motore narrativo, che sta tutto nel personaggi di Melanie e nel rapporto che ha con i suoi forzati compagni di viaggio. Melanie è una bambina nata infetta, così come gli altri suoi coetanei rinchiusi nella struttura. A differenza però di chi contrae l’infezione tramite il classico morso, i bambini hanno mantenuto intatte le loro facoltà intellettive e parlano, pensano e agiscono in tutto e per tutto come le altre persone. C’è però il piccolo particolare che il fungo li ha resi affamati di carne umana. Si nutrono anche di animali (Melanie divora un gatto randagio, fate attenzione, io lo dico sempre perché so che ci sono persone sensibili all’argomento), ma si tratta di un ripiego, perché gli basta sentire l’odore di un essere umano per cominciare a sbavare. E infatti, i nostri protagonisti non infetti si applicano sulla pelle un composto che ne altera l’odore.
Il compito della dottoressa Caldwell è quello di studiare (e sezionare) i bambini nati infetti, allo scopo di comprenderne la parziale immunità e sintetizzare un vaccino. Per questo Melanie non viene abbandonata a morire in mezzo al nulla e viene fatta salire, con tutte le precauzioni del caso, a bordo del veicolo militare.

Ciò che rende questo film particolarmente problematico è la domanda su cosa sia Melanie e sul modo in cui i non infetti dovrebbero considerarla. Se è vero che ha le sembianze e alcuni comportamenti tipici di una bambina, può anche trasformarsi, nello spazio di una frazione di secondo, in un mostro.
Lo spettatore non è forzato a provare compassione per Melanie: le sue pericolosità e ferocia non vengono mai nascoste, ma sono anzi evidenti sin dall’inizio del film. E se qualcosa, dentro di noi, protesta e sta male quando vediamo una bambina così piccola legata a un lettino per essere sezionata, o semplicemente obbligata a portare sulla faccia una maschera alla Hannibal Lecter per tre quarti di film, qualcos’altro ci intima di non fidarci, di fare attenzione, di non pensare che quell’essere sia una di noi.

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A differenza del romanzo, il film evita la frammentazione dei punti di vista. Stiamo incollati a Melanie in ogni istante e gli altri personaggi sono spettatori del suo processo di crescita e di acquisizione della coscienza delle proprie potenzialità e del proprio posto nel mondo. Non è una scelta sbagliata, perché evita la dispersione che in un film non è mai un elemento facile da controllare, e si concentra su quello che è invece il nucleo fondante, e del romanzo e del film: il sorgere di una nuova specie destinata a soppiantare la nostra. Melanie non è il nemico, il nemico siamo noi. Melanie e gli altri come lei, sono il futuro del pianeta, coloro che erediteranno la terra. Per questo motivo, sintetizzare il vaccino è la vera minaccia, perché non è possibile la presenza simultanea di Melanie e nostra. Una delle due specie deve soccombere e quella più adatta alla sopravvivenza, nelle nuove condizioni creatisi con l’avvento del fungo, non siamo di certo noi.

In questo senso, il riferimento a Pandora e al suo vaso che scatena il male nel mondo ma porta anche la speranza, è indispensabile e il rogo finale, con le spore che si diffondono dappertutto, ponendo fine alla storia dell’umanità, non rappresenta l’apocalisse, ma un nuovo inizio.
“È tutto finito”, dice il soldato interpretato da un grandissimo Paddy Considine a Melanie prima di morire.
“No, non è tutto finito”, gli risponde Melanie, “Solo, non è più vostro.”
Anche se non parla propriamente di zombie, The Girl with All the Gifts è uno dei film più moderni in materia, perché giunge a delle conclusioni presenti solo in potenza nella filmografia di Romero da cui tutto è cominciato, ma che sono le uniche conclusioni possibili, a meno che non si voglia continuare a raccontare, in eterno, la peregrinazione sterile di superstiti sempre più stanchi e sempre più in minoranza. Il vicolo cieco cui è arrivata, negli ultimi anni, la narrativa dedicata a morti viventi e affini può essere superato solo in questo modo.
Ci sta arrivando persino Z Nation, se ci avete fatto caso, ed è lecito pensare che continueranno ad arrivarci in molti. Tranne alla AMC, quelli no, quelli non arrivano da nessuna parte.

15 commenti

  1. Piaciuto un sacco anche a me, così tanto da non avvertirne come un limite il taglio davvero molto televisivo.
    E poi Paddy Considine enorme come al solito, da “Dead Man’s Shoes” in poi lo seguo sempre con interesse.
    Giustissimo anche il discorso sulle affinitá con Romero, su tutto il film (e in particolar modo sui soldati) grava quell’aura pesantissima di rovina e condanna, e in questo Melanie è l’unica erede possibile di Bub

    1. Sì, ti prende così tanto la storia che tutto il resto passa allegramente in secondo piano.
      Quest’anno lo vedo interessante per il genere pandemico/zombesco.

  2. Sembra interessante, ma prima a questo punto magari recupero il libro. A proposito di zombie, lo hai visto The Rezort?Immane cazzatona si ma mi son divertita un sacco…

    1. Non ancora. Ho la solita pila di film da vedere che si accumula e Netflix non aiuta, in tal senso 😀

  3. Ma lo sai che, saltuariamente e con tuo comodo, potresti anche aprire una rubrica di segnalazioni da Netflix? 🙂

    1. Perché non ne ho mai il tempo 😀
      Però una rubrica mensile potrei provarci. Prometto che ci provo!

  4. Giuseppe · · Rispondi

    Alla lontana, quasi una versione “carnivora” del Matango di Inoshiro Honda, con la trasformazione delle vittime in esseri antropofagi invece che in fungoidi senzienti antropomorfi…

    1. C’è anche una citazione che a me è parsa diretta a Matango 😉

      1. Giuseppe · · Rispondi

        Me lo sentivo… e adesso la voglio scovare anch’io, per la miseria 😉

  5. Appena finito, bellissimo film. La scena finale dà il senso a tutto. Clamorose similitudini con The Last of Us, visive (le foreste che hanno invaso le città, i colori, alcuni campi lunghi e panoramiche) e di trama (il fungo, i vicoli bloccati dai container, gli infetti immobili che si attivano solo in alcune circostanze, la bambina infetta che potrebbe essere la cura per salvare il mondo), ma dato che il gioco è un capolavoro assoluto va bene così.

    1. Io non ho mai giocato a The Last of Us e infatti me lo hanno detto in tanti che esistono somiglianze impressionanti tra il gioco e questo film. Bisogna solo capire se il romanzo viene prima o dopo rispetto al gioco. Sono comunque contenta che il film ti sia piaciuto. È un piccolo film che affronta la questione epidemia da una prospettiva abbastanza nuova e interessante.

      1. Il videogioco è del 2013 e sicuramente la trama risale ad almeno 4 anni prima. Solitamente i videogiochi hanno un periodo di progettazione molto lungo. Credo a questo punto che le somiglianze siano tutte con il videogioco. Solitamente in casi del genere partono azioni legali spaventose, soprattutto ora che si parla di un film di The Last Of US. Comunque la pellicola in questione resta un gran film con un finale diverso al videogioco. Questo film è uno dei più vicini alle pellicole di Romero, soprattutto (guarda caso) al “Il Giorno Degli Zombi” e “La Terra Dei Morti Viventi”. Se ci riflettiamo il finale del film era già stato suggerito in modo plateale con il grande “La Terra Dei Morti Viventi”. Romero era un grande perché le sue storie parlavano di zombi, ma in realtà facevano critica sociale e politica dei giorni nostri (non lo rimpiangeremo mai a sufficienza).
        Ti ringrazio per avermi fatto conoscere questa bellissima pellicola, anche se un po’ a rischio di plagio.

        Ps: io Melanie l’aprivo come un melone 🙂
        Ps2: ti consiglio di dare un occhio ad una pellicola molto interessante che per il 90% è un grande omaggio al maestro Carpenter. Non un capolavoro, ma è la dimostrazione che quando si vuole con tre bicce si riesce a fare cose molto interessanti. Il titolo è “The Void” di Jeremy Gillespie e Steven Kostanski.

  6. Rosa Cavaliere · · Rispondi

    bellisiimo il libro,
    spero che il film non mi deluda come ogni volta che ne vedo uno tratto da un libro letto

  7. Recensione ben scritta ed esaustiva.

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