Devastante! Disturbante!

film.JPG

Ok, questo è un post di speranze e propositi per l’anno appena iniziato e con una spruzzatina di bilanci che è chic e non impegna mai. E, lo so, arriva con quella ventina di giorni di ritardo perché, prima di scriverlo, ci ho pensato su a lungo e ho deciso di pubblicarlo solo all’ultimo istante: in fondo, si tratta di riflessioni molto personali dove certamente si parla di cinema, ma non tanto di un film specifico, quanto di un’idea di cinema che è tutta mia (quindi non dovete condividerla, siete liberi di rigettarla), si è formata nel corso di una vita intera di visioni e si è evoluta tantissimo negli ultimi sei anni, ovvero da quando ho aperto il blog. Inoltre è un articolo un po’ polemico nei confronti dei cinéfili dell’internét (termine preso in prestito da questa pagina di FB, la più bella dell’universo conosciuto), soprattutto di quei cinéfili dell’internét appassionati di cinema horror, quelli che un film deve essere per forza “devastante” e “disturbante” e possibilmente senza speranza, che a noi la speranza ci fa schifo, ed è roba da mammolette.
Per la cronaca, la parola “disturbante” non ha, in italiano, il significato che le danno i cinéfili. Per me è disturbante la mia gatta che mi sveglia alle sei del mattino e mi reca un sacco di fastidio camminandomi sulla faccia.
“Disturbing” vuol dire “inquietante”. E sì, potete contraddirmi affermando che ormai il termine è entrato a far parte del linguaggio comune dei cinéfili e, con ogni probabilità, lo avrò usato persino io, in qualche circostanza, anche se il solo pensiero di averlo utilizzato mi fa venire voglia di prendermi a pizze in faccia da sola. Ma questo non cancella che si tratti di un errore.
Sì, sono questioni di lana caprina e di scarsa importanza e tuttavia, quando sento le parole devastante e disturbante ripetersi all’interno di una recensione, io neanche finisco più di leggerla, tanto mi gratta i nervi.

external

Ora, tra i vari devastati e disturbati del web, gira la leggenda secondo cui il 2016 non sarebbe stata una grande annata per quanto riguarda il cinema horror. Non è del tutto sbagliato, se si fa il paragone con l’anno precedente, sopra la media da ogni punto di vista e quindi eccezionale e, forse, irripetibile. Non tutti gli anni possono essere come il 2015, ma l’horror sta benissimo e, anzi, non è mai stato meglio. È mancata la continuità, nel 2016? Può darsi: c’è stata un’ammucchiata di uscite notevoli tra febbraio e marzo, poi un lieve calo e una nuova impennata tra settembre e dicembre. Ma anche l’estate ha tirato fuori dei bei colpi.
Solo che non erano abbastanza disturbanti. Solo che c’è stato di mezzo James Wan, l’uomo che all’intenditore dell’horror di nicchia non può essere nominato, perché gli causa immediata fuoriuscita di sangue dal naso. Solo che c’è stato di mezzo anche The Shallows, dove c’è Blake Lively che, per l’intenditore dell’horror di nicchia, è troppo bella e non può essere presa sul serio come attrice.
In parole povere, l’horror è tornato a fare cassa e credo che questo abbia causato la morte di qualcuno. Non può essere altrimenti, date le reazioni ai limiti dell’isteria dei cinéfili.
È un processo in atto da parecchi anni, in realtà, e tuttavia prima del 2016 c’era un divario qualitativo talmente ampio tra l’horror fatto per uscire in sala, e quindi incassare, e quello con ambizioni più indipendenti, da rendere risibile qualsiasi tentativo di confronto alla pari.
Nel 2016 non è stato così e, per la prima volta da non so quanto tempo (forse erano addirittura gli anni ’80), ci sono stati dei blockbuster horror di altissima qualità. E sì, potete urlare fino a farvi cadere le vostre corde vocali indie, ma The Conjuring 2 è oggettivamente un film di qualità, mentre The Shallows è un B-movie eccellente in grado, però, di sbancare i botteghini. Per non parlare di Don’t Breathe, blockbuster horror dallo spirito indie, prodotto dal quel venduto a Hollywood di Sam Raimi, di solito definito con l’appellativo “furbo”, sia mai che gli si debba riconoscere del talento.

E no, non sto dicendo che questi film debbano piacervi per forza e se non vi piacciono siete scemi. Anche a me non è piaciuto, tanto per fare un esempio, The Wailing, indicato da più parti come uno degli horror migliori del 2016. Non mi è piaciuto, ma comprendo i motivi per cui altri lo hanno adorato e, sinceramente, mi rincresce persino non averlo apprezzato, perché io credo sempre sia un problema mio, penso sempre di non aver capito, di essere io in difetto, non il resto del mondo. Quindi non si tratta di gusti personali, ma di riconoscere il lavoro altrui e di utilizzare dei metri di giudizio che non siano subordinati solo alla vostra esperienza personale e alla vostra visione del mondo.
Continuando con gli esempi concreti, se vi è capitato di dare un’occhiata alla mia classifica, vi sarete resi conto che al primo posto c’è Train to Busan, un blockbuster coreano con gli zombi che ha riscosso ottimi consensi critici, ma sempre con riserva. Il motivo è semplice: è un blockbuster e già di per sé parte svantaggiato, perché in patria ha fatto i soldi e ciò è profondamente disdicevole. Non me lo sto inventando e basta farsi un giro tra i social e i blog per rendersi conto che il quasi unanime plauso ricevuto dal film è sempre contraddistinto da un però: “Però è un blockbuster”, nel senso che la parola blockbuster è condizione sufficiente per togliere qualche punticino al film. Essendo un blockbuster non può essere il miglior horror dell’anno, si salva giusto perché non è prodotto dal grande diavolo americano, ma comunque soffre della sua stessa natura di prodotto studiato per essere distribuito e guadagnarci sopra. Orrore!

worktogether-traintobusan

Insomma, non è abbastanza devastante, non è abbastanza estremo, non è abbastanza disperato e fa troppe concessioni di natura sentimentale al pubblico. È sdolcinato.
“Devi vedere Seoul Station, il film precedente di Sang-ho-Yeon, quello sì che non offre alcuna speranza a nessuno.”
Ecco, no. Non può essere questo il metro di giudizio. Il grado di disperazione e di nichilismo di un film non sono parametri qualitativi, la validità di un film non si misura in base a quanto e come confermi la vostra visione cinica e fighetta del mondo. Seoul Station è uno splendido film d’animazione, ma non lo è in virtù del suo pessimismo. Dovete smetterla di recensire un film in maniera tiepida o negativa se questo non vi dice quello che volete sentirvi dire, ovvero che è il mondo è un posto raccapricciante e alla fine muori. E, se un film, anche dell’orrore (il genere pessimista per eccellenza) prova a uscire anche di poco dalla prospettiva ristretta dello schifo eretto a sistema, diventa in automatico “buonista” o (onta definitiva) “disneyano”.
Per dirla in maniera più chiara e diretta possibile: avete rotto il cazzo, voi e la vostra adorazione per i filmetti girati a casa di amici con due lire e mezza, attori mediocri, evidenti limiti non solo di budget, ma di tecnica e però pregni di tanta disperazione.
Che poi, anche a voler portare avanti una visione cupa e senza via d’uscita dell’esistenza bisogna essere capaci. Sono concetti che vanno maturati, ragionati, non è che quando tutti i personaggi crepano tra atroci sofferenze e schizzi di sangue abbiamo raggiunto chissà quali vette filosofiche che Schopenhauer togliti di torno e fai spazio a Joe Begos.

The VVitch e Under the Shadow sono più belli di Train to Busan?
Io questo non lo so e non ho l’autorità per dirlo. Sono, e questo è sicuro, più raffinati e più sottili, ma Train to Busan, a mio modesto avviso, si merita il primato perché riesce a conciliare, al suo interno, tante esigenze spesso in contrasto tra loro: intrattenimento e profondità, sensibilità e azione, sentimento e violenza ed è anche molto coerente nel mettere insieme tutti questi elementi, tralasciando il dato meramente estetico che è impressionante, ma non è questa la sede per discuterne.
Train to Busan è la dimostrazione pratica che è possibile trascinare l’horror fuori dalla nicchia in cui è chiuso e darlo in pasto al grande pubblico, senza rinunciare alle sue caratteristiche peculiari, senza impoverirlo, edulcorarlo, sminuirlo a misura di innocuo luna park.
E la mia idea di cinema, nello specifico di cinema dell’orrore, quella di cui parlavo in testa al post, è rappresentata alla perfezione da un film come Train to Busan. Potrebbe essere quasi un manifesto del mio blog e non potete immaginare la gioia che mi ha dato vedere un film così e sapere quanto ha incassato. Come mi hanno dato gioia, anche se in misura minore, gli incassi di The Conjuring 2, di The Shallows e di Don’t Breathe.
Vuol dire che qualcosa si muove e che l’horror sta tornando a essere grande intrattenimento popolare, come lo era quarant’anni fa. A me sembrano buone notizie.
O forse è meglio passare le giornate a lamentarsi della presunta morte dell’horror e ad arroccarsi in uno snobismo sterile, nonché ingiustificato dalla natura stessa del genere di cui ci occupiamo. Ovviamente, ognuno sceglie la strada che preferisce. Io spero solo di vedere ancora più film dell’orrore in sala nel 2017 e che la tendenza diventi sempre più marcata. Spero di assistere a una nuova golden age, possibilmente senza essere devastata o disturbata.

43 commenti

  1. Gabriela · · Rispondi

    Leggerti è sempre un piacere, mai “disturbante”. Assolutamente d’accordo con questo articolo! E d’altronde due dei miei culti, l’Esorcista e la Cosa (di Carpenter) sono stati due blockbuster. Avercene tutti gli anni di horror così!

  2. Mentre guardavo Train to Busan mi è venuto in mente World War Z e ho pensato: cazzo, QUESTO è il modo di fare blockbuster horror, non quella merda edulcorata a base di effetti speciali scrausi e personaggi scemi.
    Ergo, sposo in tutto e per tutto il tuo post: ben venga un horror più “commerciale”, se fatto bene, che non possiamo mica sempre stare su internet a scovare le gemme nascoste o il nuovo WES ANDERSON!!!! dell’horror! 😄
    Quando mai, tra l’altro, Scream, Nightmare, tutti i filmacci che davano a Notte Horror, sono stati di nicchia? Basta con sto snobismo imperante!

    1. Ma infatti l’horror è un genere popolare e io non capisco perché esiste questo desiderio di snaturarlo. Forse c’è un complesso di inferiorità che ci porta a farci troppe pippe mentali, ecco.

      1. Giuseppe · · Rispondi

        In questo “rifiuto” nel considerarlo popolare secondo una accezione positiva c’è forse l’ennesima riproposizione del solito vecchio discorso: quando non ami davvero qualcosa, allora cerchi di vederlo e farlo sembrare diverso da quello che è (e che- pur continuando ad essere sporco, cattivo e pauroso come si deve – può anche prevedere speranza e lieto fine, sempre a patto di vederli strutturati in maniera coerente e non appiccicati con lo sputo tanto per. In questo caso, ragionevolmente, non possono fare a meno di starmi pesantemente sui coglioni)… tra l’altro, nessuno ha mai negato che possano esserci più livelli di lettura all’interno dell’horror, compreso quello politico. Ma non dovrebbero venire usati come discriminanti o imposti a priori come marchi di qualità, al netto dei quali allora ci si trovi in automatico davanti a un “filmetto” di serie B o un “semplice” blockbuster (come se, assurdamente, ci fosse qualcosa di sbagliato in questo. Ancor peggio, come se il blockbuster e il B-movie fossero sprezzantemente da considerarsi in antitesi al buon/ottimo cinema). Questo mi ricorda una vecchia diatriba di fine anni ’70, pubblicata sulla rivista Robot, centrata su di un’analisi politicizzata e ideologizzata all’estremo delle opere di famosi scrittori di science-fiction, tendente a dividerli -sulla base dei contenuti- in autori di destra e di sinistra con ovvie ripercussioni sui loro lettori: in pratica, se io avessi continuato a leggere Heinlein semplicemente per l’essere quel grande autore che ritenevo -e ritengo- fosse trovando sterile, tendenziosa nonché discretamente ridicola la suddivisione in schieramenti, sarei stato tacciato di essere nientepopodimeno che un “fascista nell’inconscio”. Il clima socio/politico/culturale era certo diverso, d’accordo, ma l’impostazione rimaneva comunque -e, almeno qui, dirlo non suona come una gran cazzata- “devastante” nella limitatezza dei suoi criteri e orizzonti (si vuole tornare a qualcosa di anche solo lontanamente simile pure nei confronti dell’horror contemporaneo? Con la ripresa che sta dimostrando? No, grazie. Davvero NO.)…

        1. Sì, me li ricordo, i “fascisti dell’inconscio”. Ne ho letto anche io su parecchi libri.
          Sono cose che vorrei sparissero per sempre. Heinlein è un autore gigantesco e, se le sue idee sono diverse e distanti dalle mie, non succede nulla.

  3. *standing ovation* sono talmente d’accordo con quello che dici che qualche settimana fa ho fatto vedere “train to busan” a mia madre, che odia gli horror. a fine visione era elettrizzata come una bambina: si era emozionata, spaventata, commossa, divertita, aveva fatto il tifo per alcuni personaggi e ne aveva odiati altri. quando un horror (o un qualunque altro film, se é per questo) riesce a fare una cosa del genere, per me merita tutto il successo del mondo, che sia un blockbuster o un film di nicchia 🙂

    1. Appunto, se si riesce a raggiungere, senza le solite baracconate fracassone e decerebrate, un numero così grande di persone, cosa c’è di male? Io la trovo una cosa meravigliosa, e che può fare solo il cinema.
      Ma io sono spielberghiana, che è quasi un’onta peggiore di disneyana 😀

  4. Blissard · · Rispondi

    Porca miseria, mi sento chiamato in causa, sono un portatore ambulante di gran parte delle patologie “cinefile” che vengono stigmatizzate nel tuo post, ho pure testualmente scritto che Blake Lively è troppo bella per una che è stata 24 ore su uno scoglio con la gamba maciullata e che il gabbiano, nel medesimo film, è una trovata disneyana 😀
    Ho un quarantello d’anni sul groppone e ho questo malsano pensiero per cui 25 anni fa, quando ho iniziato a interessarmi seriamente di cinema, essere cinefilo comportasse più fatica di quanta ne comporti oggi, con chiunque che abbisogna soltanto di una connessione e di un po’ di curiosità per potere avere accesso ad una mole sterminata di film; discorso “si stava meglio quando si stava peggio” abbastanza sterile, lo so, e del resto 25 anni fa essere cinefilo (con il boom di vhs a basso prezzo e in affitto, con il primo Mereghetti che usciva in libreria) era molto più facile di 35 anni fa, e così via. Oggi non solo è più facile vedere film, ma è più facile pubblicare in giro opinioni su di essi, per cui veniamo sommersi da tonnellate di cinefili in giro per il globo che a nessun titolo (io per primo) sproloquiano allegramente; non per questo però necessariamente le recensioni amatoriali sono tutte da buttare nel cesso, e onestamente oggidì sono più deluso da gran parte della critica “professionista” in giro per la rete, lei sì interessata a creare nicchie autoreferenziali e onanistiche.
    Sulla questione relativa a coloro che “è mainstream quindi fa cagare a prescindere” sono al 100% d’accordo con te, anche se è una tendenza che non trovo poi così predominante; il boom dell’horror al cinema è tutto smmato quasi fisiologico, con la gente che va in sala ormai solo per i film per i quali la visione sul grande schermo è oggettivamente più gratificante che sullo schermo di casa: per cui Woody Allen te lo godi pure sul 19 pollici in cameretta, ma vuoi mettere quanto ti fa cagare addosso The Conjuring 2 al cinema?
    Estrapolando una frase dal tuo testo, ovvero “Dovete smetterla di recensire un film in maniera tiepida o negativa se questo non vi dice quello che volete sentirvi dire”, qui devo dire di essere in disaccordo, non tanto per la questione “pessimismo cosmico” che spesso trovo espediente sterile anch’io, quanto perchè alla mia veneranda età penso che ogni film veicoli un messaggio – vogliamo chiamarlo “politico”, o “educativo”? – e se a me questo messaggio mi ripugna, non posso farci niente, il film non mi piacerà mai e non ne parlerò mai bene, anzi proverò un profondo gusto nel boicottarlo. Per fare un esempio che so ti farà salire il sangue alla testa, ho trovato l’ultimo Spielberg ambiguo e vagamente repellente da questo punto di vista, e anche se so che è girato benissimo io ne parlerò sempre male (la cosa peggiore, poi, è che ha fatto sorgere in me il dubbio che Spielberg, autore che io ho amato e forse amo ancora, ci stia un po’ giocando a fare il paraculo alternando sapientemente pellicole liberal e ad ampio respiro – come Il ponte delle spie – ad altre involute e sottilmente destrorse come GGG, quasi a voler dare un colpo al cerchio e uno alla botte, non sia mai che ci inimichiamo qualcuno).
    Scusa per la prolissità 😉

    1. No, no, ci mancherebbe.
      Però, se un film non rispecchia la mia ideologia politica, ma ne esprime una diversa, per quale motivo dovrei odiarlo?
      Quindi io dovrei odiare Eastwood, Friedkin, Milius, Don Siegel e altre decine di registi che esprimevano messaggi politici che, con le mie idee non hanno nulla a che spartire?
      No, a me questa cosa non piace affatto, perché un film deve ampliarla, la tua visione del mondo, metterla in discussione, non limitarsi a confermarla.
      Altrimenti vediamo solo film che ci rispecchiano (e non solo politicamente, anche filosoficamente) e parliamo solo con gente che la pensa come noi.
      E comunque non ho capito dove il GGG sarebbe destrorso, sai?
      Sono perplessa 😀

      1. Blissard · · Rispondi

        Da quanto ho scritto devo essere sembrato di visioni più ristrette di quanto in realtà non sia; io non ho alcuna difficoltà ad apprezzare un film dei sopramenzionati registi solo perchè sono di destra, ho difficoltà con quelle pellicole che sotto l’aria sbarazzina nascondono un messaggio che trovo abominevole (campo, questo, nel quale Tarantino è l’indiscusso maestro, con Bastardi senza gloria a fare da manifesto: “Hai un problema, crivellalo di pallottole!”; Clint è di destra, ma se fosse stata questa la morale dei suoi ultimi film non lo ameremmo come invece lo amiamo; ma potrei citare milioni di film in cui il successo e la spietatezza vengono dipinti come i valori assoluti e condivisibili, dove la meschinità capitalista è “simpatica” perchè alla fine “conta solo allammore – e un po’ il conto in banca”).
        Mettersi in discussione guardando un film è sacrosanto, da Arancia Meccanica a Unthinkable passando per mille altri esempi è anche assoluta garanzia di qualità, ma al tempo stesso mi piacciono i film e gli autori che mettono in discussione se stessi, che non ci danno la minestrina “di destra” o “di sinistra” preconfezionata, che si interrogano e ci interrogano su determinate questioni senza volere far passare – magari subliminalmente – un messaggio chiaro e preciso.
        GGG è la storia di mostri nascosti in caverne che mangiano i bambini, per fortuna c’è la regina d’Inghilterra che manda l’esercito per stanarli, ma ovviamente subito dopo avere sorseggiato il tè, dio buono siamo pur sempre inglesi! Trovo che il manicheismo (temperato dalla presenza di un gigante gentile, ma sempre di manicheismo si tratta) e la semplicistica morale “ristabiliamo l’ordine senza indugio e senza ripensamenti” sia un po’ allarmante, soprattutto in un film destinato ai più piccoli. Poi oh, è quello che ci vedo io; ma ci vedo questo, ho poco da fare a riguardo.

        1. Sì, ma non è quello che ho scritto io: io ho scritto che non si può stroncare un film solo perché non rappresenta la nostra visione del mondo. Ne puoi evidenziare alcune cose che, secondo te, portano avanti delle idee che non coincidono con le tue o che, sempre secondo te, sono “pericolose”, ma non deve essere un metro di giudizio critico, altrimenti torniamo a Fofi che su Internazionale, dice che Sully è un film “trumpiano”. Non se ne esce vivi da un approccio critico del genere.
          Sul GGG, non so se hai letto il romanzo di Dahl da cui è tratto, ma la storia è pressoché identica e Dahl non è mai passato per un amante dell’ordine senza indugio e ripensamenti.
          Ed è una prospettiva che, al netto di tutte le stroncature ricevute dal film, hai soltanto tu. Legittima e lecita, ci mancherebbe, ma a me sembra un briciolo una forzatura, un volerci vedere per forza della malizia e degli intenti propagandistici dove non ci sono.

          1. Blissard · ·

            Perchè non potrebbe essere un giudizio critico? Facciamo le stesse cose da un punto di vista tecnico (“questa svolta di sceneggiatura l’avrei fatta in un altro modo”, “questo decor mi sembra incongruo”, “questo svolazzo della mdp mi è sembrato gratuito”), perchè non dovremmo potere farlo dal punto di vista politico-ideologico? Di base sono tutte sensazioni che proviamo durante la visione, siano esse di tipo estetico, tecnico o – per usare un termine altisonante – politico.
            Fofi dà assoluta preminenza a quest’ultimo ambito, da sempre, ed è cosa che può dare fastidio (a me spesso l’ha data, come quando stroncava il primo Allen), ma è a suo modo onesta; io mi ritrovo più in una posizione “mereghettiana”, che prova a considerare equamente tutti e tre gli aspetti; non è facile, non ci si riesce sempre, spesso si è prevenuti, ma chi l’ha detto che la critica debba essere “oggettiva”, che lo possa essere? Mi spaventerebbe oltretutto la prospettiva

          2. La critica non è mai “oggettiva”, anche se dovrebbe basarsi su un paio di parametri oggettivi, come (un esempio a caso) la continuità fotografica, tanto per essere eclatanti.
            Il problema della critica ideologica è che fa passare in secondo piano tutto il resto e diventa l’unico metro di giudizio.
            Sempre rimanendo eclatanti, io trovo ripugnante l’ideologia che sta alla base de Il Trionfo della Volontà, ma non posso mettere in discussione che sia grande cinema e lì c’è poco da fare. Allora, se voglio fregiarmi dell’etichetta di “critico”, devo anche mettere in secondo piano me stessa.
            Un altro esempio è American Sniper, che a me è piaciuto tanto, pur prendendo le distanze da parte del suo messaggio politico.
            Che poi, scusami, ma io non nel post non ne ho fatto una questione ideologica e non ho parlato di politica, quanto di generale visione del mondo. Ed è lì, più che nella politica, che le cose si fanno gravi, perché si a quel punto la critica diventa l’espressione dello scazzo del momento. Esempio?
            La mia ragazza mi lascia, io guardo una storia d’amore a lieto fine e diventa automaticamente una merda perché in quel momento mi dice qualcosa che non voglio sentirmi dire.
            Sono tutti esempi estremi quelli che ho fatto, ma credo che, per spiegare bene un qualcosa l’esempio estremo ci debba pure stare.

          3. Blissard · ·

            Mah, mica ho parlato di scazzo, parlo proprio di messaggi, mica GGG non mi è piaciuto perchè quel giorno ero preso male; per rimanere al tuo esempio, Il trionfo della volontà sarà pure grande cinema, ma non per questo allora posso esimermi dal dare un giudizio di merito anche su quello che intende dirmi, sul fatto che voglia convincermi di qualcosa, che veicoli un’ideologia; se quello che mi dice non dico che non lo condivido ma lo trovo addirittura ripugnante, perchè dovrei “farmi piacere” il film? Trovo quest’ultima casomai una forzatura assai più grande: me ne sbatto di quello che un film vuole dirmi perchè la regia è ottima e le scenografie sono sontuose.
            Ribadisco poi che sto parlando di “ripugnanza”, non di semplice “non condivisione”: non condivido certo la visione parziale di Zero Dark Thirty o di 13 Hours (giusto per non citare sempre capolavori) ma mi sono piaciuti, anche perchè sono molto meno monolitici ideologicamente di quanto sostenuto in giro.
            @Davide Mana: chi ha detto che Dahl è di destra? Io no. Sto iniziando però a nutrire qualche dubbio su Spielberg. O pensi che siccome il film è tratto da Dahl allora è automaticamente di sinistra?

          4. Non ci siamo capiti: io ho solo cercato di illustrare le estreme conseguenze di un giudizio critico dato in base soltanto alla propria prospettiva limitata. E le estreme conseguenze possono essere anche il giudizio su un film basato sullo scazzo del momento.
            Poi sei comunque tu ad aver buttato la questione in politica, cosa a cui io non ho accennato neanche per sbaglio, nel post. E, pur restando fermi alla politica, l’idea di politicizzare ogni cosa, anche un film come il GGG, pensavo fosse scomparsa da almeno una quarantina d’anni o che fosse il residuato di un’epoca critica per fortuna tramontata, quella degli anni ’70 (parlo soprattutto dell’Italia).
            Spielberg è notoriamente un liberal, ma qualora fosse di destra, sarebbe una colpa?

          5. Blissard · ·

            Boh, non capisco… dovremmo recensire un film non dalla nostra prospettiva limitata, ma da un’altra prospettiva, come se lo dovessimo vedere con gli occhi di altri? Non sono sicuro che si possa e debba fare se si è critici professionisti, ancor meno se si recensisce solo per diletto come fa grandissima parte di noi… Penso che sia errato essere prevenuti, ma non avere delle idee.
            Nel tuo post la politica non c’è, sono stato io a parlarne a partire da una tua frase; forse politicizzare ogni cosa è fuori moda da almeno 40 anni, ma io tendo a farlo, sarà che sono vecchio stile… Ribadisco mi preoccupa molto di più chi invece fa finta che un film non veicoli alcun messaggio perchè vuole “fregiarsi dell’etichetta di critico”, ma magari è pure questo un problema mio.
            Non mi creerebbe alcun problema che Spielberg fosse di destra, me ne crea che sia alternativamente di destra o di sinistra di pellicola in pellicola (visto che di GGG a quanto pare non si può parlare, vado col binomio La Guerra dei Mondi-Munich, l’uno di destra – o vi sembra di sinistra LGdM? – e l’altro problematico di sinistra).

          6. Non mi sembra né di destra né di sinistra LGdM, mi sembra un film di fantascienza riuscito in alcune cose, meno in altre, ma non ci vedo un’ideologia dietro.
            Non c’è sempre un’ideologia dietro a un film e non è detto che le parole problematico e sinistra debbano sempre viaggiare insieme.
            Se si è critici professionisti si dovrebbe cercare di non essere accecati dalla propria visione delle cose e non premiare o punire un film se non ci dice solo quello che vorremo sentirci dire.
            Se lo si fa a livello amatoriale, si può anche recensire a seconda del nostro stato mentale momentaneo e transitorio.

  5. Io trovo estremamente disturbanti quelli che parlano della sceneggiatura come se l’avessero letta, mentre hanno solo visto il film – e quindi la sceneggiatura, riscritta cinque o sei volte,
    gliel’hanno filtrata il regista, gli attori, la seconda unità, il montatore e il tizio chiamato dagli studios dopo che lo screen test è stato un disastro.
    Ottimo post.
    Nota a latere, l’idea di Roald Dahl di destra mi causerà risate scomposte per le prossime sei settimane.

    1. La sceneggiatura sul set è semplicemente carta igienica.
      Poi ci sono anche i registi che vi si attengono strettamente o gli sceneggiatori che sono molto presenti sul set e la aggiustano in corso d’opera.
      Quindi dire che un film ha una buona sceneggiatura vuol dire soltanto che sono stati tutti molto bravi a modificarla 😀

  6. Questa è una Lectio Magistralis su come si dovrebbero vedere e giudicare questa tipologia di film in serenità.

    Grazie Cara ❤

    1. Grazie a te ❤

      1. Ho ricondiviso sul mio Blog, merita condivisione 🙂

  7. L’ha ribloggato su Scalzi Quotidianie ha commentato:
    Ricondivido volentieri questa splendida Lectio Magistralis della mia amica Lucia.

    Imparate a godervi la visione di un Horror, ne gioverà la visione e il vostro cuore.

  8. Brava (come sempre). Aggiungo che non solo il cinema horror è funestato dal disturbantismo e dal devastantismo. Quante volte si sente dire che, per esempio, la letteratura dev’essere come un pugno nello stomaco, altrimenti è solo consolatoria e non è arte? Non che il disimpegno a tutti i costi sia una bandiera da sventolare, ma intrattenimento non è mica una parolaccia. Compreso di lacrime, risate, paura, stranezze, anche una visione netta del mondo, ma insomma, intanto passiamo qualche ora senza dover per forza fare muro con gli addominali.

    1. E poi, cosa c’è di male, ogni tanto, anche a consolarci? 😀
      Io sono la prima ad avere una visione del mondo poco raccomandabile, ma non voglio vedere solo film che mi diano ragione.

  9. Hai ragione, la consolazione è sottovalutata 🙂

  10. Adesso vedrò assolutamente Train to busan!

  11. 92 minuti di applausi!

    1. Grazie ❤

  12. Disturbante si trova ovunque in libri e saggi di tutti i tipi. È diventato di uso molto comune non solo tra appassionati e critici di cinema. Non penso che ti venga da grattare i nervi ogni volta che vedi la parola vendesi (scorretta) al posto di vendonsi (corretta). Altro esempio: Il termine fantascienza e’ una traduzione scorretta dall’inglese scence fiction…quindi un neologismo entrato poi di prepotenza nel linguaggio comune. Le lingue non sono pure..e per fortuna. Per quanto mi riguarda trovo il termine molto interessante in quanto fonde in una unica parola il significato inglese disturbing (inquietante..agghiacciante) con il significato etimologico della parola italiana…cioè che disturba. Se un mio amico mi consiglia un tal film x, dicendomi che e’ disturbante, posso farmi gia’ una idea, senza bisogno di troppe parole. Che parola cosi’ servizievole!
    Si puo’ anche dire ad esempio che Gaspar Noe’ e’ un regista disturbante mentre Spielberg non lo e’, senza offendere nessuno. Sono, in ogni modo, come dici tu, questioni di lana caprina, per accademici, magari della crusca, non per cinefili di internet come te…in senso etimologico intendo..cioè come amanti appassionati di cinema.

    1. Non è del tutto esatto: fantascienza è un neologismo creato per dare un nome a un genere che, in italiano, non ne aveva ancora uno, disturbante è la traduzione sbagliata di un termine inglese per cui esiste già una traduzione corretta. È solo un errore che poi è entrato nell’uso comune, ma mi pare che io questo lo abbia già scritto.
      E comunque, perdonami ma non devi essere tu, mai apparso a queste latitudini a dirmi cosa mi deve o non mi deve innervosire.

  13. Esta es, la historia de fist! parte uno parte dos……
    No aspetta, era un post serio: a me mi piace nosferatu altro che ste ciofeche di zombi veloci.

    Scherzi a parte, cosa non ti ha sconfinferato di the wailing? Sinceramente curioso.

    1. Mi è sembrato molto sfilacciato, inconcludente, privo di un centro narrativo forte.
      Troppo dispersivo, insomma, senza essere però davvero visionario.
      E poi, mi duole dirlo, mi sono persino annoiata.
      Ma, ripeto, il problema è tutto mio, perché si tratta comunque di grande cinema.

  14. Mai detto come ti devi innervosire. Fantascienza è un neologismo infatti, avevo specificato. Erano esempi per sottolineare il fatto che la lingua si trasforma continuamente: i termini possono perdere il loro significato originario e acquisirne nuovi. Gli errori quando diventano comuni e vengono adottati da scrittori e saggisti smettono di esserlo. Sei partita tu con spirito polemico, naturale che ci sia chi non ti accarezzi il pelo.

    1. Sì, sono partita con spirito polemico ed è naturale non concordare.
      Io forse sono poco aggiornata, però leggo saggi cinematografici e la parola incriminata non mi è mai capitato di trovarla, non ancora.
      La trovo spesso online e su facebook, ma che ti devo dire, non leggerò i libri giusti.
      Trovo però abbastanza singolare che gente che non si è mai fatta viva su questo blog venga a polemizzare all’improvviso, tanto per…
      La lingua si trasforma e si evolve. Verissimo, ci mancherebbe, ma lo fa per necessità, non andando dietro alla traduzione sbagliata su una fascetta.
      E comunque il post parlava d’altro.

  15. Perché potrei essere tra quei critici dell’internet
    Potrei oppure solidarizzare con loro
    Oppure potrei essere una persona che semplicemente utilizza il termine
    Di quello che parlava il post…condivido in pieno

    1. Ma il termine ognuno è libero di utilizzarlo, basta sapere che si tratta di una traduzione sbagliata e che, per quanto possa essere ritenuto utile, ci sono tante parole, in italiano, che lo possono sostituire.
      Come quando leggo “grafico” al posto di “esplicito”.
      Lo trovo inelegante.
      E comunque non è l’uso del termine in sé a darmi sui nervi, quanto l’abuso accoppiato alla parola devastante. Dato che abbiamo una lingua piuttosto ricca di termini e sfumature, cerchiamo almeno di diversificare. Tutto qui.

  16. La parola “vendesi” non dovrebbe creare particolari problemi per il semplice motivo che è correttissima. Andrebbe rimpiazzata dalla parola “vendonsi” solo se fosse necessario usarla al plurale.
    Un errore, qualora venisse commesso da uno scrittore, diventerebbe semmai un errore ancora più grave. Le lingue cambiano, certo, ma fortunatamente a cambiarle non è quasi mai chi non sa usarle, altrimenti, tanto per fare un paio di esempi, sarebbe ormai corretto usare “piuttosto che” con valore disgiuntivo o scrivere “a parte” tutto attaccato.
    Vi sarebbero tanti modi per verificare se Noé sia davvero più disturbante di Spielberg, ma bisognerebbe conoscere personalmente entrambi e in ogni caso le loro filmografie c’entrerebbero meno di zero. Si potrebbero ad esempio invitare a cena e notare che Noé è l’unico dei due che parla con la bocca piena sputandoti addosso pezzi di insalata, mentre Spielberg, prima di risponderti, ingoia il boccone; oppure si potrebbe abitare esattamente in mezzo ai due e notare che Noé è l’unico stronzo che ascolta lo stereo ad alto volume, mentre Spielberg usa le cuffie.
    Siamo letteralmente invasi da termini inglesi, facciamo almeno in modo che siano riconoscibili e manteniamoli in inglese, senza trasferire il loro significato in parole puramente italiane. Si chiamano falsi amici per un motivo: sembra che ci si possa fidare, e invece…

    Scusate il disturbo (ahahah)

    p.s. Train to Busan spakka!!1!

  17. giovanni · · Rispondi

    Sono costretto a tornare sul luogo del delitto, alle vostre latitudini.
    Ovviamente facevo riferimento a quando “vendesi” (appartamenti) si utilizza al plurale, al posto di “vendonsi”.
    Se tu, Cooper, eliminassi tutti gli scrittori saggisti eruditi pubblicisti giornalisti, che volutamente inseriscono errori (ho parlato infatti di adozione degli errori) nelle loro opere, troveresti ben pochi superstiti: forse Giacomo Devoto e pochi altri.
    Se ti dico che Gaspar Noè è disturbante e mi rispondi che non comprendi ciò che dico, dal momento che non lo hai mai visto parlare con la bocca piena, i casi sono due:
    1 stai gigioneggiando
    2 lo fai apposta a non capire e allora non sei affatto simpatico, come quando all’estero fanno finta di non capire il tuo stentoreo inglese magari pretendendo che tu debba saper parlare il finlandese.
    Concordo sul fatto che siamo invasi da parole straniere e alcune di esse, se trasformate in verbi che finiscono in are veramente terribili: taggare, ingestare, schedulare, playtestare.
    Però l’idea di preservare la purezza della lingua, mondandola da inglesismi, non solo è inutile, ma anche ridicola. Sa anche un poco di fascismo, di Starace e di Minculpop. Non vorrei trovarmi a dover parlare del giuoco delle quattro carte, che pratico abitualmente, al posto della parola poker divenuta innominabile.
    La lingua è strumento per la comprensione. Ti consiglio caldamente la visione di Arrival, l’ultimo film di Villeneuve.
    Ora, non sono entrato in questa chat per far polemica tanto per..
    Mi son sentito preso in causa in qualche modo e ho risposto a tono.
    Ribadisco che di quello che parla il post concordo in pieno: disturbante e devastante non certificano nulla, non sono un bollino di qualità da appiccicare ai film.
    Inoltre reputo anch’io quella passata, una annata straordinaria, in modo particolare il tris formidabile di film The witch, Under the Shadow e Train to Busan. Il mio preferito è The witch, che per il suo approccio etnologico mi ha ricordato Il Demonio di Brunello Rondi; poi Under The Shadow, per il sottotesto, la suspence e la cornice storica. Ma anche Train to Busan spakka!
    Aloha

    1. A queste latitudini sono tutti benvenuti. Come vedi, se hai dato un’occhiatina ai post, non ho mai cancellato chi non era d’accordo con me, a meno che non trascendesse nell’insulto.
      Su Arrival siamo d’accordo: grandissimo film, quasi immenso.
      Su disturbante e l’uso che se ne fa, purtroppo no 😀

  18. Chiedo scusa sia alla padrona di casa, che ormai sembra una maestra intenta a far sfogare i bambini in cortile, sia a Giovanni, su cui sono entrato a gamba tesa, ma senza cattiveria.
    Guarda, è una precisazione che avrei voluto fare già alla fine del commento dell’altro giorno, e provando a non entrare troppo in politica la metto qui: l’italiano è semplicemente la lingua che uso di più per pensare, leggere, scrivere e parlare, tutto qui, e mi trovo esattamente all’opposto rispetto all’ideologia che vorrebbe farci ascoltare Luigi Braccioforte al posto di Louis Armstrong. Il mio non è nazionalismo, concetto che odio, ma più che altro un discorso legato a tutti quegli errori che si commettono (e che sicuramente commetto anch’io) e che, se evidenziati, vengono giustificati da un semplice “eh, ma tanto la lingua cambia, non è così grave”. Il “gli” al posto di “le”, il “piuttosto che” a cui mi riferivo prima… insomma, hai capito.
    Le parole inglesi non mi danno fastidio, sono solo parole inglesi, però qui si parlava di parole italiane a cui viene dato il significato dei rispettivi falsi amici inglesi, è diverso.
    Hai ragione, le lingue cambiano, ma questo è forse l’unico caso in cui un minimo di selezione all’ingresso la farei, ecco. E non mi riferisco solo all’inglese che viene da fuori, ma anche, esagerando per farmi capire, a chi mette le k al posto delle c.

    Arrival purtroppo ancora non l’ho visto. Non guardo film doppiati e quindi mi tocca aspettare che esca in HD.
    A questo punto però ricambio il consiglio con Pontypool, di cui molto probabilmente troverai una recensione anche in questo blog, dato il genere. Forse c’entra meno di Arrival, ma è un film in cui le parole sono molto importanti.
    Non so come mangi Noé, ma a chi ha diretto Enter the Void perdonerei qualsiasi cosa, a meno che non pretenda di essere considerato disturbante.

    🙂

  19. Ottimo Pontypool!!
    Si..le parole come virus..
    Questi registi canadesi..

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: