Aspettando The Final Chapter – Resident Evil: Apocalypse

resident_evil_apocalypse_poster Regia – Alexander Witt (2004)

Diciamolo subito, a scanso di equivoci e tanto per essere il più chiari possibile: Apocalypse è un film di una bruttezza imbarazzante, di gran lunga il peggiore dell’intera saga, un passo falso madornale persino in un contesto non di certo raffinato come quello dei film di RE. Una roba così orrenda, fuori posto, incomprensibile, che io ancora mi domando come abbiano fatto Sony e CAPCOM a non mettere in discussione l’esistenza stessa della serie.
Ma la risposta è negli incassi, che superarono quelli del predecessore e diedero quindi il via libera per il prosieguo della saga ad libitum. Incassi comunque non travolgenti, questo lo sappiamo già, non al livello dei blockbuster estivi (e infatti, l’uscita dei RE è sempre stata autunnale), ma comunque abbastanza alti da garantire la sopravvivenza del marchio fino al 2017.
Quindi, che il film sia uscito malissimo non è da considerarsi un problema. Lo è per me, in questa sede, che mi ritrovo a dover parlare di un prodotto che non apprezzo, all’interno di un franchise che invece adoro, perché è difficile fare un discorso critico un minimo serio con una monnezza del genere. E tuttavia mi è utile per tornare a sottolineare quanto sia fondamentale la presenza di un regista in gamba, anche in operazioni di questo genere, e quindi difendere, ora e sempre, l’operato di Anderson contro i suoi numerosi detrattori.

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Anderson non ha, infatti, diretto questo seguito. Era impegnato con Alien vs Predator (altro film che difenderò fino alla morte), le cui riprese sono avvenute quasi in contemporanea a quelle di Apocalypse. Il nostro Paul Dabliù è comunque responsabile di aver “scritto” la “sceneggiatura” del film e di averlo prodotto, quindi è sicuramente in concorso di colpa con Alexander Witt, eppure, nonostante ciò che hanno scritto parecchi critici all’epoca dell’uscita del film in sala, Apocalypse non è un cesso di film perché la storia è confusa, incoerente e involuta. Caratteristiche reali, ovvio, e applicabili anche al resto della saga con poche eccezioni. Apocalypse è un cesso di film perché non ha una messa in scena, perché Witt è disastroso nelle scene di raccordo, convulso in quelle d’azione, non è in grado di dirigere gli attori e non ha la più pallida idea di cosa voglia dire narrare attraverso le immagini. È un regista di seconda unità e un direttore della fotografia di seconda unità e, dopo questa sua prima esperienza con sulle spalle un intero film, è tornato a fare il suo mestiere, in cui sarà sicuramente bravissimo, vista la sfilza impressionante di film a cui ha partecipato. Ma il regista no, per carità.

Per quanto Anderson possa essere considerato rozzo e semplicistico (cosa comunque vera fino a un certo punto, basta guardare Event Horizon), ha un’idea molto precisa di come mettere in scena le cazzatone che si diverte a scrivere. E il termine cazzatone non è affatto dispregiativo. Anderson è un grande intrattenitore e sa che l’intrattenimento, soprattutto a Hollywood, segue delle leggi ben precise a cui bisogna sottostare, ma che questo non consente di fare le cose con sciatteria, all’insegna del “tanto stiamo facendo una cazzata, con personaggi improbabili, situazioni al limiti della sospensione di incredulità e una sceneggiatura scritta su un post-it”: una buona percentuale del cinema commerciale americano si basa su un paradosso del genere. Ed è compito del regista renderlo credibile.

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Anderson conosce le regole, le segue, ma le forza anche e, più di tutto, ha dalla sua una capacità di gestire le scene d’azione che soddisfa sia la necessità di frenesia tipica del cinema contemporaneo sia quella di chiarezza, che dovrebbe essere una costante del cinema di tutti i tempi. E per chiarezza si intende la possibilità, per lo spettatore, di rendersi conto di quanto accade sullo schermo, di apprezzare i gesti degli attori, stabilire chi sta menando chi o chi sta inseguendo chi. Tutte cose semplici, all’apparenza, ma molto complesse da eseguire, in particolar modo quando hai da costruire sequenze elaborate, con decine di stunt, comparse ed effetti speciali.
Se, per mostrarmi Jill Valentine (Sienna Guillroy) che spezza il collo a uno zombie, hai bisogno di tre tagli, e in nessuno di essi è possibile registrare con esattezza quello che succede, da qualche parte c’è un errore. Di solito lo si attribuisce al montaggio, perché è un facile capro espiatorio, ma non è così. Il più delle volte, quei tre tagli servono a coprire delle serie magagne a livello strutturale e Apocalypse è tutto così. Non funziona, da qualunque parte lo si rigiri.

Per comprendere meglio il discorso, si può usare come esempio la scena del combattimento con i dobermann, presente in entrambi i film. Nel primo, è Alice a trovarsi di fronte ai cani non morti; nel secondo è Jill Valentine. La sequenza ambientata nell’Alveare in Residen Evil è, giustamente, divenuta iconica: si ha il tempo di percepire ogni singolo elemento in scena, perché Anderson lavora molto sul colpo d’occhio generale, non va a stringere troppo, non frammenta l’azione in miriadi di piani, ma è centrato su ciò che si deve mostrare. Quando parte l’ormai famoso ralenty del calcio, si tratta del culmine di un’azione eseguita in maniera magistrale. È quasi un urlo liberatorio.
La sequenza del secondo film, invece, è solo caotica e confusa, non c’è tensione, non c’è adrenalina, non si teme per la vita dei personaggi, non si riesce a capire neppure da dove arrivino i cani. E le altre scene d’azione, in un film che dovrebbe rappresentare l’action-horror per antonomasia, sono anche peggio. Insomma, che diamine, hai Milla Jovovic che entra in una chiesa in motocicletta sfondando le vetrate, e sei in grado di rovinare anche questo, che dovrebbe essere una vittoria facile.

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Il fallimento di Apocalypse è anche dovuto, in parte, alla sua vicinanza eccessiva al materiale di riferimento, mentre i film successivi, a partire dal terzo, si muoveranno in tutt’altra direzione, allontanandosi sempre più dalla fonte e andando a formare un universo narrativo distinto e separato, un parente del videogioco, ma autonomo rispetto a esso.
Questo distacco, nel secondo film della saga, ancora non è compiuto e anzi, forse proprio in risposta alle critiche ricevute con RE (Alice è un personaggio creato appositamente per il film e questo molti fan ancora devono digerirlo) si è fatto un tentativo di cambiare direzione. Da qui la presenza di personaggi come Jill Valentine e Carlos Olivera, la figura di Nemesis (in origine, il titolo del film doveva proprio essere Nemesis) e un generale adagiarsi nel ricalcare lo stile del videogioco e nel ricalcarlo pure male, già che ci siamo.

Si salva giusto qualche dettaglio, come il Dottor Isaac, interpretato da Iain Glen, un paio di scorci apocalittici nella parte iniziale, con l’evacuazione di Racoon City e, neanche del tutto, la prima apparizione di Nemesis. Una scena (quasi) degna di nota è quella che vede un personaggio alle prese con un’orda di zombie bambini. Se non altro, c’è un briciolo di crudeltà e ci si ricorda che, in teoria, questo dovrebbe essere un horror.
Per il resto, è l’unico film della saga che non solo non ho visto al cinema, ma che non rivedo mai volentieri.

6 commenti

  1. Tutto vero. Però la scena dell’uccisione del mostrone linguacciuto con la moto è talmente tamarra che mi fa gridare di giubilo ed estasi ogni volta che la vedo.

    1. Sì, lo è concettualmente, ma se fosse stata girata come Dio comanda…

  2. Davvero continuo a non capire come fai ad apprezzare una saga così brutta, tu che di solito propendi per capolavori del passato o chicche del presente, poco conosciute ma sicuramente ricche di pregi (che spesso io non colgo, avendo la noia facile). Sarà che, appunto, sono un fan della saga originale (quella videoludica, di cui ho letto anche tutti i romanzi), ma non è solo quello. Sarà che odio la Jovovich più di chiunque altro, ma non è neanche solo quello. E’ proprio che sono dei film brutti, oggettivamente, e non si può dire il contrario. Poi, ovviamente, de gustibus non disputandum est 😛

    P.S.: ieri sera ho visto “I am a Hero”, film zombesco giapponese, tratto dall’omonimo manga. Se hai tempo e voglia, dagli un’occhiata. Non è paragonabile a quella perla di “Train to Busan”, ma non mi è dispiaciuto.

    1. Questo film è oggettivamente bruttissimo e del tutto indifendibile. Gli altri, proprio perché si allontanano così tanto dall’universo del videogioco, mi piacciono tantissimo. Io non sono mai stata una videogiocatrice appassionata, ma in gioventù, RE era una mia piccola ossessione.
      Ho apprezzato proprio il fatto che se ne siano discostati così tanto e abbiano creato qualcosa di nuovo.
      I am a Hero me lo hanno consigliato in tantissimi. Appena ho un attimo di tempo libero, me lo vedo volentieri 🙂

  3. Giuseppe · · Rispondi

    Eppure, nonostante siano evidenti la mancanza del piglio diretto di Anderson -con tutto quello che ne segue- e la “videogiocosa” indecisione generale che, tra le altre cose, sacrifica frettolosamente e senza nessuna possibilità di futuro riscatto una creatura potente come Nemesis (appunto), io l’ho comunque trovato discretamente divertente. Certo, ancora oggi non credo lo metterei nei primi tre posti della mia classifica personale, peraltro già occupati dal primo RE, da Extinction e Retribution (come spettatore di Degeneration e -nello specifico- di Damnation, trovarci insieme Ada Wong e Leon Scott Kennedy in carne ed ossa gli ha fatto guadagnare dei punti in più 😉 ) …

    1. Sì. Alla fine il suo sporco lavoro lo fa anche. Solo che proprio ti fa cadere le braccia per le potenzialità sprecate. Nemesis meritava di più.

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