1926: The Magician

the-magician-1926-film-images-6c501a76-b6e3-431c-a9b1-bc1f5246008 Regia – Rex Ingram

Come abbiamo ripetuto dozzine di volte dall’inizio di questa avventura, il cinema horror americano degli anni ’20 era una ben povera cosa, schiacciato da quello del Nord Europa, con molto più talento a disposizione, molte più idee, molti più registi in grado di creare un nuovo linguaggio dal nulla. Certo, per il 1925, ci siamo occupati de Il Fantasma dell’Opera, ma si tratta di una bestia cinematografica molto particolare, un melodramma gotico più che un horror vero e proprio, materia in cui gli USA avrebbero cominciato a eccellere a partire dagli anni ’30.
Più che dallo sfarzoso carrozzone dominato da Lon Chaney, il primo serio tentativo di realizzare un horror soprannaturale americano è rappresentato da  The Magician, dell’eclettico (e dal carattere non facile) regista Rex Ingram, da non confondere con l’attore omonimo. Eppure, anche qui, di genuinamente statunitense c’è ben poco. Ed è anche, ma tu guarda un po’, un film che, oggi, potremmo considerare “indie”.
Ingram, pur lavorando in pianta stabile con la MGM, si stufò molto presto di dover sottostare alle regole rigide dei grandi studios e fondò, a Nizza, una sua casa di produzione, comprensiva di teatri di posa dove girare i film. La MGM metteva il marchio e distribuiva (tra le altre cose, Ingram aveva litigato con Meyer, il cui nome non veniva mai menzionato nei titoli di testa dei film firmati dal regista), ma Ingram poteva agire in completa libertà. Famoso per sforare il budget in continuazione e per avere in odio gli sceneggiatori americani, Ingram, si scriveva da solo le sceneggiature e, il più delle volte, le basava su romanzi di scrittori europei.

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Rex Ingram sul set. Con un fauno.

Anche The Magician è tratto da un romanzo, di Somerset Maugham, per la precisione, uscito nel 1908 e vagamente ispirato alla figura di Aleister Crowley. Anzi, diciamo pure che si trattava della caricatura di Crowley, che non la prese affatto bene e, in una critica al libro scritta per Vanity Fair, accusò lo scrittore di plagio, facendo una lista alquanto eterogenea di opere da cui Somerset Maugham avrebbe copiato. Crowley firmò il pezzo come Oliver Haddo, ovvero il mago protagonista del romanzo.
Da brava blogger che prende un po’ troppo sul serio il lavoro di documentazione, sono andata a leggermi il libro, soprattutto perché si trova a una miseria in ebook e si legge in un paio di giorni, anche se non si ha troppo tempo a disposizione. Non si tratta di un libro particolarmente memorabile, e lo stesso scrittore affermava di ricordarsi a stento di averlo scritto, ma è comunque un bel pezzo di narrativa soprannaturale e sembra fatto apposta per tirarci fuori un ottimo film, quasi una sorta di Penny Dreadful.  Sarebbe da riprendere, in effetti, e da rifare con tecniche contemporanee, dato che, per ovvi motivi, molte cose nella sua trasposizione del 1926 dovettero essere lasciate fuori.
Il film in Ingram, infatti, non aveva un budget enorme a disposizione (lo abbiamo detto, era indipendente) e l’adattamento soffre di diversi tagli, soprattutto nella parte finale.

È la storia di una giovane coppia di fidanzati, Arthur e Margaret, chirurgo lui e scultrice lei (Alice Terry, moglie e musa di Ingram). Sono entrambi americani, ma vivono a Parigi. Nel romanzo, Margaret è una pittrice ed è fidanzata con Arthur sin dalle prime pagine; nel film, alla ragazza cade addosso una scultura, Arthur la opera e si innamorano durante la sua convalescenza.
Conoscono, tramite un amico in comune, l’occultista Oliver Haddo, un uomo dal fascino sinistro e dai modi arroganti, che sembra mettere subito gli occhi sull’ingenua Margaret. Ingram fa una scelta di casting azzeccatissima, facendo interpretare Haddo a Paul Wegener, famoso per aver diretto Il Golem, nonché per aver prestato le sembianze al colosso. Nel romanzo, Haddo è descritto come un uomo dall’obesità sproporzionata e dalle sembianze mostruose, cosa che rende ancora più grottesca e paradossale la successiva seduzione di Margaret da parte del mago. Wegener, con la sua recitazione sopra le righe e l’aspetto da gigante, era perfetto per il ruolo, anche perché il film si basa quasi tutto sul contrasto tra questa figura così fuori posto nell’alta società a cui appartengono i protagonisti e la bellezza e la grazia della Terry, contrasto accentuato proprio dal modo radicalmente diverso di recitare di Weneger rispetto ai suoi colleghi, dalla gestualità meno plateale, più naturalista.

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Non è per amore, tuttavia, che Haddo arriva a sedurre Margaret: ha bisogno del suo sangue per creare la vita, secondo una formula presa da un antico testo di magia. Perché la scelta cada proprio su Margaret è spiegato molto meglio nel romanzo che nel film, dove si fa capire allo spettatore che Haddo decide di usare Margaret solo perché la formula indica la necessità del sangue di una vergine. Somerset Maugham aveva invece dato ad Haddo delle motivazioni ancora più malvagie e raffinate, una vendetta pianificata con mesi e mesi di anticipo nei confronti di Arthur, colpito attraverso la donna che ama.
Ma sono dettagli di poco conto, perché ciò che davvero ha importanza è come dalla repulsione iniziale della ragazza nei confronti di Haddo si passi a uno stato ipnotico che spinge la povera Margaret a seguirlo dappertutto, annullando il suo fidanzamento e arrivando addirittura a sposarlo.
E qui c’è il colpo da maestro di Ingram, la scena in cui Margaret viene soggiogata dalle arti magiche di Haddo, una sequenza così audace da causare un vero e proprio rifiuto della critica nei confronti del film, definito spesso “senza senso” e “di pessimo gusto”.

Haddo induce in Margaret un’allucinazione in cui si spalancano visioni, inaudite per il cinema americano (ma abbastanza comuni per quello europeo, come abbiamo visto parecchie volte), dell’inferno, cariche di messaggi erotici, fortemente destabilizzanti e provocatorie. Una sequenza che, da sola, vale tutto il film. L’unica, oltretutto, di reale impronta soprannaturale all’interno di un film che affronta in maniera molto timida tutta la questione.
The Magician è un tentativo, per il cinema americano, di affrancarsi dall’ombra dell’espressionismo tedesco, il momento in cui ci si affaccia, per la prima volta, su territori poco consoni alla cinematografia autoctona, per cercare di creare un approccio originale e non derivativo a certe tematiche fino ad allora palesemente ignorate. Ne abbiamo già parlato: il soprannaturale era spesso associato alla “morbosità europea”.
I bravi americani certe cose non le fanno.
E infatti, il film è comunque ambientato in Francia, Haddo è di nazionalità non identificata, ma non è di sicuro americano, mentre americanissimo è l’eroe del film. Anche in un contesto indipendente, bisognava comunque pagare pegno alla distribuzione MGM, persino appiccando al film un lieto fine posticcio e assente nel romanzo.

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The Magician, dunque, detta una linea, destinata a essere seguita in futuro da produttori e registi alle prese con la nascita dell’horror americano propriamente detto, che di solito viene fatta coincidere con l’uscita al cinema del Dracula di Browning. E, nonostante questo, liberarsi del tutto dello stile espressionista in fatto di cinema dell’orrore, sarà un processo lungo e complicato, anche grazie all’ondata di talenti provenienti della Germania e arrivati negli Stati Uniti nel corso degli anni ’30. Insomma, al cinema dell’orrore gli Stati Uniti ci sono arrivati per ultimi, anche un po’ claudicanti e pieni di soggezione, e hanno stentato prima di trovare la propria voce.
The Magician è un’opera a suo modo pionieristica, da ricordare e riconoscere più per il suo valore storico che per quello artistico. Ingram ha fatto di meglio, ma detiene il curioso primato di essere arrivato, senza il supporto di una major, a dei risultati che Hollywood, all’epoca, poteva solo sognare.

Per il 1936, abbiamo tre film in lizza, due dei quali firmati dallo stesso regista: si parte con Il Raggio Invisibile, di Lambert Hillyer, si prosegue con La Figlia di Dracula, che è sempre suo, e si finisce con L’Ombra che Cammina, di Michael Curtiz.

6 commenti

  1. Un vero gioiello di Film, c’è poco da aggiungere che tu non abbia già detto 🙂

    Voto per il Raggio Invisibile

  2. Questo lo vidi per puro caso tempo fa e ne rimasi affascinato. L’unica nota negativa che trovai era il finale che mi sembrava fin troppo buonista. La parte invece delle visioni mi colpì parecchio. Come hai detto tu, quella parte valeva tutto il biglietto.

  3. Un virtuoso della parola come Maugham trasposto in un film muto mi incuriosisce a prescindere. Sul Tubo c’è, lo vedo.

    1. Sì, c’è sul tubo, ma purtroppo non è di qualità ottimale. Difficilissimo trovarne una versione decente.

  4. Giuseppe · · Rispondi

    Se c’era qualcuno capace di sostenere efficacemente il ruolo di Haddo non poteva essere che Wegener, e quel discutibile e debole finale è davvero indegno del suo personaggio…

    Voto per L’Ombra che Cammina

  5. dinogargano · · Rispondi

    Ho letto il romanzo anni fa , il film mai visto . Ho votato per l’ombra che cammina per la stima in Curtiz , ampiamente sottovalutato come regista.

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