Johnny Il Bello

johnny-handsome-poster-3 Regia – Walter Hill (1989)

Usciamo da una fase un po’ sottotono della carriera di Hill e torniamo a parlare, se non di un capolavoro (che usare il termine pare sempre brutto), di un grandissimo film. Johnny Il Bello non è solo il punto più alto della filmografia di Hill nella seconda metà degli anni ’80, ma è anche un’anomalia e un nuovo inizio. Anomalia perché si tratta dell’unica incursione di Hill nel territorio del melò, nuovo inizio perché si comincia qui a intravedere una inedita gestione dello spazio, urbano in questo caso e in quello dei due film successivi, derivata sì dal famoso “in nessun luogo” di Strade di Fuoco, ma destinata a divenire ancora più astratta, fino a raggiungere livelli di astrazione assoluta in Ancora Vivo (1996).
Credo che Johnny il Bello sia un film fondamentale per comprendere il percorso creativo di Hill, che si dice abbia fatto sempre lo stesso film. E non è del tutto sbagliato, se si guarda alla coerenza concettuale; tuttavia è abbastanza riduttivo, perché non tiene conto dell’evoluzione di uno stile che matura e si affina di film in film, di un gusto cinefilo sempre più strutturato e consapevole, di una progressiva opera di sottrazione, fatta anche su soggetti che, in partenza, erano a forte rischio, per usare un termine dello stesso Hill, di “istrionismo”.

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Johnny il Bello è tratto da un romanzo di John Godey del 1972, The Three Worlds of Johnny Handsome, opzionato dalla Fox all’inizio degli anni ’80 offerto da dirigere a Hill per ben due volte, ed entrambe rifiutato. Il motivo del rifiuto era proprio ciò di cui parlavamo prima: la natura melodrammatica della storia, quella di un piccolo delinquente sfigurato che in carcere si sottopone a un’operazione di chirurgia sperimentale, cambia faccia, cerca di ricostruirsi una vita, ma per vendicare il suo migliore amico, mette a repentaglio tutto, il suo nuovo lavoro, l’amore, la sua vita stessa.
Non è proprio una storia alla Walter Hill, non sulla carta.
Al terzo tentativo, però, Hill cambia idea, perché capisce di poter impostare tutta la faccenda come se si trattasse di un noir anni ’40, sempre se si fossero trovati gli attori giusti per ogni ruolo, attori capaci di evitare, appunto, di essere troppo istrionici, che affrontassero i rispettivi personaggi con misura, essendo quegli stessi personaggi smisurati. E così, Hill infila uno dei cast più impressionanti del cinema anni ’80, con Mickey Rourke nella parte di Johnny (forse il suo ruolo migliore, prima di The Wrestler), Ellen Barkin e Lance Henriksen in quella dei due ladruncoli che fregano Johnny, lo fanno finire in galera e gli ammazzano l’amico, Morgan Freeman che interpreta il poliziotto persecutore e nemesi di Johnny, Forest Whitaker che fa il chirurgo responsabile dell’operazione e, per concludere, la splendida Elizabeth McGovern, la ragazza di cui Johnny si innamora.

Per molti di loro (ed è un discorso già affrontato quando abbiamo parlato di Extreme Prejudice), sono i corpi e le facce a parlare, quasi sembra non abbiano bisogno di recitare, tanto forte è la loro sola presenza. E, anche se tutta la vicenda ruota intorno a Johnny, il fatto di avere a disposizione comprimari simili, permette al regista di avere già gran parte del film in cassaforte. Ora, su Rourke va fatto un discorso a parte: è uno dei motivi per cui Hill ha deciso, infine, di accettare di dirigere il film. La prima scelta della Fox era caduta infatti su Richard Gere. In seguito venne chiamato in causa addirittura Al Pacino, ma era con Rourke che Hill sapeva di poter raggiungere un risultato ottimale, anche muovendosi su un terreno dove non si trovava del tutto a suo agio. Senza voler nulla togliere agli altri candidati al ruolo, Rourke possedeva quelle caratteristiche atte a farne un protagonista ideale, per Hill, ovvero poteva essere essere semplicemente Johnny e non Al Pacino o Richard Gere che fanno Johnny. In altre parole, il suo status di divo e la necessità, per un divo, di mangiarsi il film, non erano preponderanti rispetto al personaggio. E, se ci pensate bene, Hill con i divi ha lavorato davvero poco, in carriera. Ha invece lavorato sempre, e tantissimo, con i corpi e con le facce giusti.

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In che modo, un regista scarno e poco sentimentale come Walter Hill ha affrontato una storia simile? A modo suo, ovviamente, andando a cercare l’ispirazione dalle parti di Fritz Lang, alternando il realismo spicciolo delle sequenze al cantiere navale, l’atmosfera da incubo (quasi un film dell’orrore) della vita di Johnny in clinica prima e dopo l’operazione, picchiando molto duro nelle pochissime (appena tre) scene d’azione del film, le due rapine e la sparatoria finale al cimitero, e dando a tutto il resto del film, quello che altri avrebbero dedicato all’approfondimento psicologico di Johnny, un’impronta fiabesca, estraniata dalla realtà, quasi il film fosse ambientato in un’altra dimensione, simile alla nostra, ma sfasata.

L’alterità dell’universo filmico messo in scena da Hill è evidente soprattutto nella geografia della città in cui si svolge la vicenda, una New Orleans che ha molte più cose in comune con il non luogo di Strade di Fuoco che con, per esempio, la dettagliatissima New York de I Guerrieri della Notte. In un certo senso, non potendo scarnificare la vicenda più di tanto, Hill scarnifica lo spazio e conferisce al suo film una dimensione tragica nel senso classico del termine. Lui stesso amava dire, riferendosi a Johnny il Bello, che il titolo più adatto per il film sarebbe stato The Tragedy of Johnny Handsome, e che una storia del genere non avrebbe sfigurato nel teatro elisabettiano o in quello dell’antica Grecia, sempre a sottolineare, se ancora ce ne fosse bisogno, la varietà di influenze culturali sedimentata nel cinema di Walter Hill.

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Ma c’è di più, perché nonostante in molti non ritengano Hill un autore capace di occuparsi della psicologia dei personaggi o, nei casi più benevoli, non interessato affatto a essa, Johnny il Bello ci viene in aiuto proprio per sfatare questo pregiudizio: Hill i personaggi li cura, da sempre, ma sono le loro azioni a definirli, anche in un film che giudicare “d’azione” è inappropriato. Johnny appare, a una visione superficiale, il classico antieroe da noir, sconfitto in partenza da un destino immodificabile. Andando più a fondo, si scopre che non è così, non lo è per lui, come non lo è per gli altri personaggi che gli gravitano intorno. Sì, l’elemento del destino è fondante, nella parabola di Johnny, del poliziotto Drones, dei due ladruncoli e persino di Donna, ma è un destino che corrisponde al carattere dei personaggi stessi. Non è che sia una novità: l’identità tra carattere e destino, nel cinema di Hill, è sempre esistita. Qui spicca con maggior forza in virtù dell’impianto tragico del film. Ma non era la stessa cosa per i Guerrieri? O per la banda di fuorilegge di The Long Riders? O ancora, per il ranger, il trafficante e i militari di Extreme Prejudice?

Ovvio che, avendo a disposizione un arco narrativo più predisposto a pause di riflessione e momenti di stasi, al posto della furia in perenne movimento dei film precedenti, tutto ciò spicchi di più. Eppure, è anche parte integrante della visione dell’umanità di Hill, una visione rimasta coerente e fedele a se stessa nel corso della sua intera filmografia e che assumerà toni sempre più cupi nelle opere successive a questa, se si esclude la parentesi “alimentare” (ma fino a un certo punto) di Ancora 48 Ore.
Alla fine, Johnny il Bello è l’ennesimo film che racconta di scelte, quasi sempre sbagliate, inserito in un contesto spazio-temporale stilizzato al massimo e con una cornice da vecchio melò hollywoodiano, scardinato tuttavia dall’interno.
L’ennesima operazione incompresa di un gigante del cinema.

6 commenti

  1. È la recensione più bella che ho letto su questo piccolo gioiello. Grazie sorellina

    1. Grazie, Fratellone 🙂

  2. Ho il dvd ;Morgan Freeman e un’elemento negativo nonostante sia la legge.peccato che nella realtà Rourke abbia girato al contrario Johnny il bello,bellissima Elizabeth McGovern indimenticabile In c’era una volta in America di Sergio Leone che tra l’altro anni fa su Ciak avevo letto alcune pagine di sceneggiatura sul film che voleva fare con Richard Gere e Mickey Rourke a pensarci mi viene tristezza per il film mancato:(

  3. Bello e poco pubblicizzato film, concordo con il fatto che assieme a The Wrestler siano i milgiori film con Rourke protagonista (e come ruolo aggiungo Marv in Sin City)

    Hill è un regista coi controcazzi come pochi

  4. dinogargano · · Rispondi

    Visto al cinema al tempo e un paio di volte di passaggio in TV.
    Rourke perfetto , una faccia da schiaffi storica ma mi piace spendere una parola ancora per Lance H. , uno di quegli attori che hanno avuto sempre un peso in ogni film dove sono apparsi , come Scott Glenn ad esempio …o Ed Harris , ma che riconoscimenti ne hanno raccolti pochi .

  5. Giuseppe · · Rispondi

    Hill (la Mente) e Rourke (il Braccio) in perfetta sintonia: in mani diverse si sarebbe potuto correre il rischio di fraintendere un personaggio come Johnny, magari tentando di renderlo in qualche modo un antieroe “positivo” se non addirittura redimerlo… ma, se così fosse stato, oggi ce ne ricorderemmo molto meno.

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